Fellini, Rossellini, Sorrentino, omaggi ai maestri, ricerca ossessiva del bello, il barocco di una Sicilia bellissima e cupa nel film opera prima di Piero Messina ma, gli estetismi portati all’eccesso evidenziano la mancanza del racconto.
“L’attesa” di Piero Messina è stato il primo dei quattro film italiani in concorso ad essere presentato. Meritava questo posto? Non credo proprio.
Devo ammettere che, nonostante la mia sicilianità non mi apprestavo alla visione con animo pacato e tranquillo. Ottimo il curriculum del giovane regista siciliano al suo primo lungometraggio ma con alle spalle un buon numero di corti apprezzati; unica macchia per me che non amo Sorrentino e la sua vacuità, il fatto che Messina sia stato assistente alla regia per “La grande bellezza”.
Sedendo in sala speravo che Messina (che si è laureato con una tesi su Sokurov) non avesse imparato un granchè sul set di Sorrentino, invece, fin dalle prime scene salta agli occhi la sua ricerca, quasi maniacale, della perfetta messa in scena, tanto da perdere di vista quella che è la narrazione.
Messina dichiara subito, nelle varie interviste, che per lui il problema del cinema italiano non è nella mancanza di sale, non è nella mancanza di fondi, ma è data dal fatto che “non si pensa più per immagini” e allora via con le immagini estetizzanti di una Sicilia bellissima e cupa, via con il barocco ridondante delle chiese, delle scale, delle processioni (siamo nella settimana santa), via con la bella villa in mezzo alla campagna (c’è perfino una sorta di maggiordomo, come nelle serie televisive inglesi), ma per quanto ricca possa essere la persona che vi abita (Anna) , una grande Juliette Binoche, la ricerca di bellezza all’eccesso (la grande vetrata liberty) rischia di rasentare il kitsch.
Messina ha scritto questa storia alcuni anni fa, “poi ho letto Pirandello e tutto è andato a posto”. Ne “La vita che ti diedi” , il dramma di Pirandello, una madre sprofonda nel ricordo del figlio assente per sette anni e nel film è quasi una seconda vita quella che Anna dà al figlio attraverso la sua fantasia , il suo tacere e rimuovere il lutto. Non ne parla mai, cercando di convincersi che non sia mai accaduto, tace anche con la fidanzata del figlio, che arrivata all’improvviso continua a mandare messaggi ad un cellulare sempre muto.
Ed è proprio l’ “estetizzazione estrema “ del film che ne denuncia il difetto più grande: la mancanza del racconto. Il film è lenta come è lenta e continuamente respinta dalla madre l’elaborazione del lutto, una madre che giustamente non vuole , non può accettare ciò che è “indicibile “ , la morte di un figlio.
Affida tutto alle immagini, peraltro belle, Messina e quelle parole non dette per tutto il film saranno importanti alla fine, quando le due donne, la madre e la fidanzata, abbracciandosi si diranno quello che Messina non dice. Certo Jeanne, la fidanzata di un figlio che non c’è più, ci mette un’ora e quaranta per arrivare a capire quello che lo spettatore capisce dopo cinque minuti di film…, forse un po’ troppo.
Il film non riesce a decollare anche se al regista va riconosciuto che sa usare la macchina da presa , sa utilizzare al meglio le musiche, alcune scritte anche da lui; sarebbe riduttivo dire “bella la fotografia” (Francesco Di Giacomo) ma quando il film latita non bastano le musiche, la fotografia, la bravura della Binoche che in conferenza stampa ha detto “all’inizio Messina voleva controllare tutto, il primo giorno ho taciuto, il secondo ho obbedito, il terzo ho chiarito: ho bisogno della mia libertà, IO NON RECITO, IO SONO”.
Nonostante sia stato accolto con tiepido entusiasmo dalla stampa a Venezia, il film che, dopo Venezia è volato a Toronto e da giovedì è nelle nostre sale, è già stato venduto in 15 paesi, ma non è certo con questi film che si risolleva il cinema italiano.

L’attesa è, come essere dentro le turbolenze di un temporale,
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