
Le geometrie del potere in Medio Oriente subiscono un mutamento profondo con la firma della “Convenzione della Mecca per la Difesa Comune”. Questo accordo unisce Turchia, Arabia Saudita e Pakistan in un blocco militare sunnita, con il verosimile ingresso dell’Egitto. Il motore pulsante di questa manovra è la Turchia. Ankara intende recidere i fili della dipendenza strategica dagli Stati Uniti, ergendosi a guida di una superpotenza transregionale capace di blindare Suez e proiettarsi dal Mediterraneo all’Asia meridionale. Per le pagine di Pensalibero.it, spazio d’elezione della cultura laica, riformista e socialdemocratica, questa saldatura non rappresenta soltanto una complessa sfida geopolitica. Ci impone una riflessione filosofica, ideale e persino profetica, che si specchia nei passaggi più drammatici della storia. Dinanzi a questo enorme accerchiamento difensivo che prende forma, la memoria storica torna al giugno del 1967, alla Guerra dei Sei Giorni. Allora, una coalizione araba imponente minacciava l’annientamento totale dello Stato ebraico, forte di una superiorità numerica che sembrava insuperabile. Oggi come allora, tuttavia, si manifesta una costante che elude i freddi calcoli della logistica militare e che affonda le sue radici in una dimensione squisitamente biblica. Nella teologia biblica della storia, la salvezza e la tenuta del popolo ebraico non dipendono mai dal numero dei carri o dalla vastità delle alleanze umane. Il “Dio degli Eserciti” , evocato nelle Scritture, non è il patrono di un militarismo nazionalista o di un’etnocrazia escludente. Al contrario, rappresenta la forza morale sottile, l’alleanza etica e la coscienza identitaria indistruttibile che agisce e dimora in mezzo al popolo di Israele. È la forza interiore che trasforma un nucleo di perseguitati in una roccia capace di resistere all’impatto dei grandi imperi della terra. Oggi, però, quella stessa forza etica ci impone di guardare oltre lo stallo dei confini e dei reticolati. Di fronte al fallimento storico della soluzione a due Stati, soffocata dal nazionalismo cieco, sorge una visione apparentemente paradossale, ma forse unica e reale opzione di sopravvivenza: l’utopia di una “Grande Israele” che non sia espressione del messianismo della destra ultra-ortodossa, bensì un grande laboratorio confederale, laico e socialista. Una terra in cui arabi ed ebrei, uniti dagli stessi diritti sociali e civili, coesistano e governino insieme lo stesso spazio politico. Questa prospettiva ecumenica e sociale risuona profondamente nelle origini del sionismo socialista, nato sul sogno comunitario dei kibbutzim e sul lavoro inclusivo della Histadrut. Per questo, pur esercitando il dovere laico di criticare fermamente l’attuale governo di Benjamin Netanyahu, dobbiamo comprendere che la vera risposta all’asse di Ankara non è la chiusura identitaria, ma il coraggio rivoluzionario della convivenza. I regimi teocratici e autoritari che si compattano sotto l’egida turca temono il pluralismo. Una grande patria comune arabo-israeliana, fondata sulla giustizia sociale, sarebbe la sconfitta definitiva di ogni fondamentalismo. Quella forza interiore, quel “Dio degli Eserciti” inteso come indistruttibile coscienza etica e universale, tornerebbe così a parlare non attraverso le armi, ma attraverso il miracolo politico della fratellanza tra i popoli.
Raffaele Amendola

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