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Arriva il freddo inferno russo

Chi ha una qualche idea dei rapporti di forza est ovest, non il professor Orsini, è perfettamente consapevole che se l’Ungheria nel 1956, o la Cecoslovacchia nel 1969, fosse stata in grado di resistere anche solo sei mesi all’Armata Rossa, Budapest e Praga caddero in due giorni, le capitali occidentali avrebbero festeggiato a champagne.

di Riccardo Bruno | 19 Agosto 2026

Chi ha una qualche idea dei rapporti di forza est ovest, non il professor Orsini, è perfettamente consapevole che se l’Ungheria nel 1956, o la Cecoslovacchia nel 1969, fosse stata in grado di resistere anche solo sei mesi all’Armata Rossa, Budapest e Praga caddero in due giorni, le capitali occidentali avrebbero festeggiato a champagne. Lo smacco per i russi sarebbe stato tale che qualunque cifra spesa in bollicine avrebbe avuto una giustificazione. Anche per questo fa un certo effetto vedere discutere di crisi dell’Occidente mentre continua la deflagrazione del vecchio blocco orientale, Putin ha appena recapitato un ukase all’Armenia, con la particolarità che non sono i paesi con una identità nazionale consolidata nei secoli precedenti ad insorgere. Insorge una popolazione che era diventata parte integrante dell’impero russo dai tempi di Caterina la Grande. Sono sempre i cosacchi a incendiare Mosca.

Ci sarebbe stato il precedente ceceno che l’occidente fece passare in cavalleria. Intanto perché i ceceni non si conoscevano, poi perché ancora si sperava che la Russia potesse diventare in qualche modo compatibile. Roosevelt davvero era convinto che si sarebbe democratizzata. E Putin sostiene che il presidente Clinton gli avrebbe persino prospettato l’adesione alla Nato e si offese quando si accorse che non se ne sarebbe fatto niente. Ammesso che davvero Clinton fosse pronto a compiere un simile passo, questo avrebbe creato un problema molto serio con la Cina che dopo la morte di Stalin è stata la principale antagonista della Russia. Quali che fossero i problemi russo americani, i problemi russo cinesi erano più grandi e a dimostrarlo c’è tutta la trattiva sul disarmo nucleare degli anni ’70, dove i russi volevano capire la reazione americana ad un attacco atomico alla Cina. Anche nella crisi dei missili a Cuba, Krusciov non pensava ad una guerra atomica. Riteneva invece plausibile che come la Russia fosse a portata di missile dalla Turchia o dalla Germania ovest, gli Stati Uniti dovessero esserlo da Cuba. Questioni di prestigio, non di ostilità. America e Russia avevano vinto la seconda guerra insieme e quali fossero i conflitti parziali in cui i reciproci paesi erano impegnati, entrambe restavano disponibili alla distensione.

Questo aspetto complesso e se si vuole contraddittorio, è stato completamente ignorato nella crisi ucraina. Biden era il duro della guerra fredda, il prototipo del pensiero antirusso per eccellenza che aveva mal sopportato le concessioni fatte da Obama a Putin, in Siria ed in Crimea. Trump spaventato per i costi della guerra, l’America non aveva mai fornito tali finanziamenti in armi ad un paese terzo, se non proprio alla Russia dopo l’invasione tedesca, ha cercato una mediazione, che si è rivelata impossibile. Gli osservatori italiani si sono così convinti che Trump fosse un sodale di Putin, per cui l’Ucraina in quest’anno avrebbe tenuto in scacco non solo la Russia, ma la Russia insieme agli Stati Uniti d’America. Forse un po’ troppo per le sue possibilità.

Piuttosto con la presidenza Trump è cambiato il paradigma della guerra dal momento che l’Ucraina risponde colpo su colpo sul territorio del suo avversario e questo nonostante qui da noi si sostenesse che così facendo si sarebbe innescato la ritorsione nucleare. La Russia in effetti potrebbe provare a colpire la Gran Bretagna con l’atomica, mai vi riuscisse, non l’Ucraina, o la Polonia, perché i confini sono limitrofi. E lanciando un’atomica contro la Gran Bretagna correrebbe un rischio molto serio perchè le dimensioni della Gran Bretagna consentono una capacità di difesa area che la Russia sta dimostrando di non possedere, proprio per le sue estensioni. Poi c’è un discorso tecnologico. I sistemi di difesa russi sono stati elargiti a Venezuela ed Iran e sono stati superati facilmente. Ancora nessuno ha tastato le difese missilistiche inglesi. Quelle di Israele si sono dimostrate parecchio efficaci. La guerra atomica con l’Occidente per la Russia non sarebbe un affare.

Lo sforzo bellico russo compiuto in questi anni ha avuto un impatto tale, che ultimamente l’esercito ha mandato un soldato isolato a sventolare la bandiera nazionale su qualche paesino ucraino del Donbass per poter dire di averlo conquistato. In verità durante l’offensiva estiva l’Ucraina dovrebbe avere recuperato 600 chilometri quadrati di territorio. Insomma tutte le offensive russe continuano a fallire e sono più di quattro anni. Andrei Klepach  capo economista di Veb, la banca pubblica per lo sviluppo strategico di Mosca, è stato appena dimissionato per aver affermato che la Russia “non è capace di sostenere una guerra d’attrito a tempo indeterminato” a causa delle gravi difficoltà economiche. Per la prima volta un alto dirigente finanziario, al ministero dell’Economia fino a 2014, ha ammesso pubblicamente che la Russia sta perdendo la competizione economica e tecnologica contro l’Occidente. E questa non è una novità. La novità è che la Cina si è avvantaggiata sulla Russia, probabilmente in modo definitivo. Chi sta vincendo la guerra fra Russia ed Ucraina? I cinesi. Perché se l’Ucraina davvero sconfiggesse la Russia, ipotesi che non si può più escludere, l’Europa avrebbe un colosso militare ai suoi confini, o al suo interno, che ha avuto nei secoli rapporti difficili con turchi, polacchi e rumeni. I cinesi invece schiaccerebbero la Russia una volta per tutte. Motivo per cui gli americani sono i meno entusiasti della situazione.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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