
Con l’ennesimo post su Truth, Donald Trump ha messo in guardia la Corea del Sud. “Ho incaricato il Segretario della Guerra, Pete Hegseth, di ridurre sostanzialmente le esercitazioni militari congiunte”, ha scritto il presidente americano domenica, alla vigilia delle operazioni legate all’Ulchi Freedom Shield (Ufs), che sono partite ieri e si protrarranno fino a giovedì 27. Coinvolgono 18.000 soldati sudcoreani e diverse migliaia di uomini statunitensi, oltre al personale proveniente da 11 dei 18 Stati membri dello United Nation Command (Unc), l’organismo internazionale che supervisiona l’armistizio firmato tra le due Coree nel 1953. Se avesse avuto modo, Trump non avrebbe acconsentito nemmeno queste esercitazioni. Ma, aggiunge, ormai “è troppo tardi per annullarle”. La decisione ha spiazzato il governo di Seoul, che conta sugli Stati Uniti per aumentare la propria deterrenza nei confronti della Corea del Nord. Proprio nei giorni scorsi Pyongyang aveva criticato le operazioni militari congiunte, delle prove generali di guerra. Motivo per cui aveva lanciato come ritorsione un missile balistico non identificato dalla sua costa orientale con una traiettoria di 700 chilometri. Per Trump, però, tutto questo non rappresenta alcuna minaccia. Al contrario, sono le esercitazioni militari che il suo esercito tiene insieme a quello sudcoreano a essere una provocazione nei confronti del Nord. “Non sono solo costose, con gran parte dei costi a carico degli Stati Uniti d’America (come al solito!), ma inviano un segnale totalmente inappropriato e ostile a un paese che, da quando sono presidente, si è sempre dimostrato non minaccioso e rispettoso”. Eppure, è proprio l’intelligence statunitense ad affermare che la Corea del Nord sta potenziando il proprio arsenale nucleare, mentre ci sono sempre più evidenze del suo contributo alla Russia nella guerra in Ucraina.

Un’alleanza altalenante?
Non è la prima volta che Trump si scaglia contro l’alleato asiatico. Durante il primo mandato aveva accusato la Corea del Sud di approfittarsi del sostegno americano, un po’ come con il resto dei partner. Secondo il presidente, Seoul avrebbe dovuto pagare di più per mantenere i soldati statunitensi sul proprio territorio – la Corea del Sud ospita la più grande base militare USA all’estero. Se otto anni fa suggeriva una cifra di 5 miliardi di dollari all’anno, nel corso dell’ultima campagna elettorale Trump aveva raddoppiato il prezzo: 10 miliardi. Seoul sta provando a fare la sua parte accontentando il presidente statunitense, dove e come può. Ad esempio, nelle trattative per la riduzione dei dazi, ha promesso investimenti massicci nella cantieristica navale statunitense, un settore dove l’America è in forte ritardo. A quanto pare però non basta a placare Trump.
Dalla Casa Blu, sede del governo sudcoreano, hanno cercato di minimizzare il peso delle parole di Trump sulla riduzione delle esercitazioni – anche perché non è chiaro in che modo e se davvero avverrà – e si auspicano che i buoni rapporti tra lui e Kim possano portare a qualche risultato positivo. Tuttavia, per prepararsi a qualsiasi scenario, poche ore fa il presidente Lee Jae myung ha espresso il desiderio di riconquistare entro la fine del suo mandato il pieno controllo operativo (OPCON) dell’esercito in tempo di guerra, oggi affidato agli Stati Uniti. Da parte sua, il governo di Seoul sta provando a trovare una soluzione. Giusto domenica scorsa, durante le celebrazioni per l’indipendenza dal Giappone, il presidente aveva rilasciato una dichiarazione volta alla distensione. “Deponiamo le intenzioni di minacciarci a vicenda e cominciamo un confronto per mettere fine a questa lunga guerra”, ha detto.
Trump e Kim, prove di disgelo?
Alla base della decisione di Trump di ridurre il peso americano nelle esercitazioni sembra proprio esserci l’amicizia – mai nascosta – con Kim Jong-un. Nel suo post, il presidente statunitense ha ricordato “l’ottimo rapporto” che vantano i due leader, celebrato con due immagini pubblicati sul suo nelle ore successive. La prima li ritrae uno a fianco all’altro, con sguardi minacciosi. “Nonostante l’espressione poco amichevole in questa particolare foto, ce ne sono molte altre in cui sorridiamo. Io e Kim Jong-un andiamo d’accordo alla grande!”, ha scritto Trump nella didascalia. Poi, nel pomeriggio di lunedì, il presidente repubblicano ha postato un meme di Kim al telefono che finge di parlare con lui: “Hey Donald, we cool…right?”.
Trump è stato il primo presidente degli Stati Uniti a incontrare un leader nordcoreano, durante il vertice di Singapore nel 2018. Era durato appena 38 minuti, ma Trump aveva strappato l’impegno da parte di Kim Jong-un a ridurre il proprio arsenale nucleare in cambio di garanzie di sicurezza. L’anno successivo, in Vietnam, i due si sono incontrati nuovamente ma senza raggiungere alcun accordo. Sempre nel 2019, Trump aveva varcato la Zona Demilitarizzata lungo il 38° parallelo che divide le due Coree per stringere la mano a Kim Jong-un: mai nessun presidente americano prima di lui aveva messo piede in Corea del Nord.
Tornato alla Casa Bianca, Trump ha provato di nuovo di riallacciare i contatti. Nel suo viaggio in Asia a fine 2025, il presidente ha cercato (invano) di incontrare Kim. Un’intenzione già manifestata in agosto al presidente sudcoreano Lee Jae myung, al quale Trump ha chiesto di prestare una maggiore attenzione alla questione nordcoreana.
L’Iran alla base di tutto?
C’è un altro aspetto più pratico che potrebbe giustificare la decisione di Trump: la guerra in Iran. Nel suo post su Truth, il presidente ha ricordato il rifiuto da parte di Seoul di partecipare all’offensiva contro la Repubblica islamica. Come tanti altri alleati, a partire dagli europei, anche la Corea del Sud non se l’è sentita di partecipare a una missione altamente rischiosa nello Stretto di Hormuz, in cui avrebbe messo a repentaglio la propria Marina. “Intendiamo fare tutto il possibile, nei limiti delle nostre capacità”, aveva dichiarato il consigliere per la sicurezza nazionale Wi Sung-Iac. Un gesto che Trump non ha affatto dimenticato. Tuttavia, oltre la mera ripicca, potrebbe esserci di più. L’impegno in Medio Oriente sta prosciugando le scorte del Pentagono – secondo il Washington Post, solo nel primo mese di conflitto l’esercito americano ha utilizzato 850 missili Tomahawk e oltre 1.000 Patriot, spendendo oltre 37,5 miliardi di dollari – mettendo a dura prova le garanzie di sicurezza che gli americani hanno nei confronti dei loro alleati. A essere preoccupati non sono solo i paesi europei, ma anche quelli in Asia, spaventati dal fatto che la distrazione mediorientale degli Stati Uniti può incentivare l’aggressività dei rivali. Come Cina e, appunto, Corea del Nord.
Il commento
Di Guido Alberto Casanova, Research Fellow, Osservatorio Asia ISPI
“L’annuncio via social di Donald Trump lascia spiazzati non tanto per il contenuto, quanto per il contesto geopolitico in cui avviene e per gli obiettivi che intende raggiungere. Già durante il suo precedente mandato Trump aveva ridotto sensibilmente le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, ma quella decisione aveva dei contorni completamente diversi da quanto successo in questi giorni. Nel 2018, per cominciare, Washington e Seoul erano d’accordo sulla necessità di questa riduzione al fine di ampliare lo spazio per l’azione diplomatica che nel periodo successivo portò Kim Jong Un ad incontrare prima Trump e poi l’allora presidente sudcoreano Moon. Questa volta invece non si intravedono ancora segnali significativi di un coordinamento tra i due paesi alleati. Anzi, l’allusione al mancato sostegno sudcoreano alla guerra nel Golfo sembra suggerire che l’azione di Trump sia unilaterale. La principale differenza però sta nella prevedibile risposta della Corea del Nord. Nel 2018, fortemente isolata a livello internazionale, questa aveva risposto positivamente all’apertura statunitense avvicinandosi ai tavoli diplomatici; oggi invece Pyongyang si trova in una situazione completamente diversa. Forte del partenariato strategico instaurato con la Russia di Putin e della ripresa dei rapporti con l’alleato cinese, è improbabile che una tale concessione sulle esercitazioni militari sia ritenuta rilevante da parte di Kim, che ha invece chiaramente indicato la rinuncia alla denuclearizzazione del suo regime come la precondizione necessaria per il ritorno ai tavoli delle trattative con gli USA.”
Istituto Ispi

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