Parlavamo, la volta scorsa, dei vari ‘livelli’ cui il romanzo di Philip Roth – Ho sposato un comunista – accede con le proprie ‘riflessioni’. Il secondo livello sono una teoria della scrittura e dell’arte.
Intanto, qual’è il compito di uno scrittore? Fare propaganda per questo o per quel sistema? Arruolarsi o lasciarsi arruolare pro o contro una battaglia politica? Usare l’arte o la letteratura per dimostrare qualcosa? Si lascia dunque la discussione politica e si accede ad un piccolo trattato di estetica dentro il romanzo – stavolta per bocca di un ulteriore personaggio: Leo Glucksman, docente dell’Università di Chicago, che il giovane Nathan ha iniziato a frequentare.
Al professore, Nathan Zuckerman propone un proprio saggio con il fine di suscitarne l’ammirazione. Ma il testo provoca una reazione imprevista: “L’arte come arma? (…) L’arte come presa di posizione, della posizione giusta, su ogni cosa? L’arte come campione del bene? Chi le ha insegnato tutto questo? Chi le ha insegnato che l’arte è solo una serie di slogan? Chi le ha insegnato che l’arte è al servizio del popolo?”. Ed ecco il punto di svolta: “L’arte è al servizio dell’arte (…). Lei vuole ribellarsi alla società? Le dirò io come si fa: scriva bene [un’esortazione che oso definire: drammaticamente attuale]”. Il ragionamento è sconcertante per il giovane Nathan, gli schiude una prospettiva nuova, ridimensiona il peso che nella sua vita ha avuto e avrà la figura dell’amico Ira Ringold, il ‘comunista’.
Dunque, se l’orizzonte politico appare quello che è e non ci sono valide alternative, molto dentro questo orizzonte può (o deve) essere fatto. L’arte e il pensiero critico sono strumenti che l’individuo ha a disposizione per leggere i fatti, per interpretarli e per raccontarli. Ma se il pensiero e una lettura disincantata della realtà sono l’unica rivoluzione possibile, a sua volta l’esercizio di un’arte e segnatamente il fare letteratura non possono trasformare artisti e letterati in missionari apologeti di una realtà ideale che non potrà mai esistere.
La critica come sguardo intellettuale del mondo è del tutto coerente con un esercizio disinteressato dell’arte, che è privata alla radice di qualunque ragione per essere prodotta che non sia se stessa. Ecco il manifesto dell’arte per l’arte e il rifiuto di una letteratura al servizio dell’ideologia.
Questo argomento dell’arte ‘disinteressata’ viene ancor più efficacemente sviluppato poco dopo, ancora per bocca del professor Glucksman: “Non devi scrivere per legittimare il comunismo e non devi scrivere per legittimare il capitalismo. Sei estraneo all’uno e all’altro. Se sei uno scrittore, non ti allei né con l’uno né con l’altro. Sì, vedi le differenze , e naturalmente vedi che questa merda è un po’ meglio di quella merda, o che quella merda è un po’ meglio di questa merda. Molto meglio, forse. Ma la merda tu la vedi. Non sei un funzionario governativo. Non sei un militante”.
Ecco allora confermata l’essenza della rivoluzione: pensare le cose in autonomia, con ragione critica e raccontarle per quello che sono ovvero per come ci appaiono. La lettura, la scrittura, il pensiero e la vita finiscono per essere un unico, indistinto, piccolo e allo stesso tempo grandioso atto di libertà. E in questa straordinaria poetica e religione della libertà e del disincanto, nessuno sconto! Neppure alla letteratura che di tale libertà si propone come una delle più alte espressioni: “Il militante introduce una fede, una grande idea che cambierà il mondo, mentre l’artista introduce un prodotto per il quale, al mondo, non c’è posto. E’ un prodotto inutile. L’artista, lo scrittore serio, introduce nel mondo una cosa che non c’era neanche all’inizio” [del mondo, ndr].
Ecco che la presa di posizione di Glucksman diventa il manifesto di estetica dell’Autore. Vale la pena di leggere ancora qualche riga del pensiero di Roth-Glucksman: “Non c’è nulla che abbia sull’arte un effetto più sinistro del desiderio dell’artista di mostrare quant’è buono. La terribile tentazione dell’idealismo! Lei [ancora rivolto a Nathan Zuckerman] deve imparare a padroneggiare il suo idealismo, le sue virtù come i suoi vizi, a padroneggiare esteticamente tutto ciò che la spinge a scrivere. (…) L’arte non ha bisogno di proclami”. Questa pagina, da sola, è in grado di incenerire un’intera generazione di scrittori e di opere concepite sotto il segno della missione e della propaganda. In Italia e all’estero.
E’ la battaglia contro l’utopia, contro quel mondo senza errore che esiste solo nella mente di alcuni. Ma questa invettiva è talmente lucida da non perdere il proprio segno in nessun caso: se la sfida dell’Autore è il ‘padroneggiamento estetico di tutto ciò che spinge una persona a scrivere’, essa è lanciata a chiunque. A cominciare da se stesso.
Paolo Marini

Lascia un commento