
Se davvero l’Europa, gli Stati Uniti e lo stesso presidente Zelensky, sostenuto in particolare dai cosiddetti Paesi volenterosi, desiderassero sinceramente che la Russia di Vladimir Putin rinunciasse all’invasione dell’Ucraina, dovrebbero attivare con determinazione quei canali diplomatici che fanno della discrezione una risorsa strategica, comunicando l’esito delle trattative solo a risultati acquisiti. La classe dirigente che oggi governa il mondo sembra invece essersi definitivamente allontanata dalle lezioni del Novecento, adottando metodi che ricordano quelli più rozzi e aggressivi di popoli che nei secoli cercarono invano di conquistare Roma, convinti che la violenza delle parole e delle azioni rappresentasse l’unica via al successo. Certo, almeno nei modi e nell’aspetto, non si può affermare che Emmanuel Macron sia paragonabile a Brenno, il condottiero gallico che, trattando il riscatto di Roma, gettò la propria spada sulla bilancia pronunciando la celebre frase “Guai ai vinti”. Eppure, egli rappresenta quell’ipocrisia contemporanea che, sotto apparenze educate, colpisce con la medesima efficacia di una lama affilata. Era realistico immaginare che Putin, pubblicamente chiamato in causa e provocato, si presentasse in Turchia per negoziare come uno scolaro rimproverato dal consiglio dei maestri volenterosi, su sollecitazione del preside americano, per chiedere scusa al compagno di banco Zelensky? Le parti coinvolte sapevano perfettamente che ciò non sarebbe accaduto senza una ragione ben precisa. Forse l’unico a nutrire ancora qualche speranza era proprio il presidente ucraino, che sembra desiderare la fine del conflitto anche per poter abbandonare la scena politica e, magari, seguire le orme di Gerhard Schröder, l’ex cancelliere tedesco, pronto a diventare dirigente di una futura società incaricata di sfruttare le preziose terre rare. La verità è che tutti girano attorno al problema senza affrontarlo con chiarezza: per avviare una trattativa di pace credibile e duratura, l’Ucraina dovrebbe rinunciare, ora e per sempre, all’aspirazione di entrare nella NATO. Giusto o sbagliato che sia, tale condizione resta imprescindibile affinché Putin e Zelensky possano sedersi a un tavolo e, simbolicamente, fumare il calumet della pace, magari portato per l’occasione da Donald Trump direttamente da una riserva indiana. I Paesi volenterosi sembrano più interessati a spartirsi l’Ucraina e a ricostruirla pezzo dopo pezzo, in cambio di garanzie tangibili. L’unico attore confuso e incerto appare il presidente francese, che sembrava puntare su uno scontro diretto con la Russia nella speranza di recuperare consenso elettorale, mentre i sondaggi lo danno in netto svantaggio rispetto a una destra in costante ascesa. Forse è giunto il momento di porsi una domanda non solo in Francia, ma in tutta Europa: perché accade tutto questo? E forse, nella risposta, potremmo scoprire che se si fosse favorito il dialogo già nell’incontro del 2022 in Turchia, lasciando agire le diplomazie senza interferenze e accantonando i protagonismi individuali, molte delle tensioni di oggi sarebbero state evitate. La politica, come la storia, è fatta anche di occasioni mancate. E questa, forse, è una di esse.
Angelo Santoro

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