
di Emiliano Guanella*
A 50 anni dal golpe militare del 1976, l’Argentina non smette di condannare la dittatura più sanguinaria dell’America Latina. Una recente indagine condotta dall’Università di Buenos Aires ha stabilito che solo il 7% degli argentini ha un giudizio positivo sul regime militare di Videla e dei generali che governarono col pugno di ferro tra il 1976 e il 1983. Un altro sondaggio rivela che nove giovani su dieci riconoscono il valore della democrazia e non accetterebbero di vivere sotto un regime totalitario.
Ciononostante, per il presidente Javier Milei sarebbe necessaria un’accurata rilettura della storia, a iniziare proprio da scuole e università. Il libertario è un convinto sostenitore della cosiddetta “teoria dei due demoni”, secondo la quale i militari furono costretti a prendere il potere per far fronte alla guerriglia d’ispirazione guevarista che avrebbe potuto trasformare l’Argentina in una dittatura comunista come accaduto a Cuba. Milei non nega le violazioni ai diritti umani commesse dal regime, ma le relativizza, inquadrandole in un clima e un contesto di guerra civile. Non è un caso che la Casa Rosada non promuova nessuna commemorazione il 24 marzo, giorno festivo e intitolato giustamente alla memoria dell’orrore del passato.
Intellettuali e mondo accademico, oltre ai movimenti progressisti e ai sindacati, credono invece che sia necessario ricordare quanto successo affinché non si ripeta. Ritengono, inoltre, che sia un dovere dei centri d’educazione raccontare la verità storica. La scrittrice Claudia Piñeiro è su questa linea. “In Argentina abbiamo un grande vantaggio rispetto al resto dei paesi della regione che hanno vissuto regimi totalitari simili al nostro: qui è stata fatta giustizia. Ci sono stati decine di processi e più di mille militari e civili collaboratori della dittatura sono stati condannati. Il periodo compreso tra il 1976 e il 1983 è diventato un fatto giudicato e di fronte a questo non si deve cedere a nessuna teoria o dibattito negazionista”.
La particolarità argentina è studiata da giuristi di mezzo mondo, perché si tratta dell’unico Paese che ha saputo fare i conti su ampia scala con i delitti commessi da un regime totalitario. Nonostante il patto di silenzio dei militari, che non hanno mai collaborato con la giustizia, è stato scoperchiato il periodo più cupo della storia recente, garantendo così la costruzione collettiva di una cultura di memoria, verità e giustizia. L’ultima polemica che la destra ha voluto cavalcare riguarda la cifra dei 30.000 desaparecidos che, in effetti, non è stata mai avallata da un’affidabile indagine storica. “Quel numero – spiega la Piñeiro – è sicuramente sovrastimato ma non è rilevante cercare la cifra esatta perché tutti sanno che si tratta di un simbolo dell’orrore. Sarebbe come mettere in discussione il numero degli ebrei uccisi dal nazismo; anche se fossero un milione in meno nulla cambierebbe l’orrore dell’Olocausto. Dobbiamo inoltre tener conto che se non c’è un numero esatto è perché i militari non hanno mai fornito delle cifre né delle piste per poter contare esattamente i desaparecidos”.
È innegabile, infine, che oggi gli argentini sono preoccupati da altre questioni, dal carovita ai tagli sulla spesa pubblica (sanità, istruzione, ricerca, opere pubbliche) decisi dal governo Milei. L’esperimento libertario della motosega mileista ha permesso il risanamento dei conti dello Stato, ma ha impoverito molto la classe media e medio-bassa. In un’Argentina impoverita c’è una stragrande maggioranza a difesa del giudizio storico di condanna alla dittatura, ma non è certo questo il dibattito al centro delle preoccupazioni quotidiane di milione di famiglie.
Emiliano Guanella
*Istituto Ispi

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