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Referendum, vince il No: si chiude una riforma

Il No raggiunge quota 53,6% e boccia la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere. Non è soltanto un risultato referendario. È un passaggio politico destinato a pesare nei prossimi mesi, fino ad accompagnare il Paese verso le elezioni del 2027. Perché questa volta non si trattava di una legge ordinaria. Si trattava di una revisione costituzionale. E il voto degli italiani ha un effetto preciso: l’intero impianto della riforma decade. Non entra in vigore nulla. Né la separazione delle carriere, né i due Consigli superiori della magistratura, né il meccanismo del sorteggio. Un pacchetto unitario che viene respinto nella sua interezza.

di Cesare Mannucci | 24 Marzo 2026
A risultato acquisito a Napoli è andata in scena una festa improvvisata nella saletta dell’Anm nel tribunale.

Il dato ormai è chiaro.

Il No raggiunge quota 53,6% e boccia la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere.

Non è soltanto un risultato referendario.

È un passaggio politico destinato a pesare nei prossimi mesi, fino ad accompagnare il Paese verso le elezioni del 2027.

Perché questa volta non si trattava di una legge ordinaria.

Si trattava di una revisione costituzionale.

E il voto degli italiani ha un effetto preciso: l’intero impianto della riforma decade.

Non entra in vigore nulla.

Né la separazione delle carriere, né i due Consigli superiori della magistratura, né il meccanismo del sorteggio.

Un pacchetto unitario che viene respinto nella sua interezza.

E questo è il primo dato da cui partire.

Il secondo riguarda la lettura politica del voto.

Il governo esce indebolito su uno dei punti qualificanti della propria azione riformatrice.

Le opposizioni possono rivendicare una vittoria, ma non possono limitarsi a questo.

Perché il tema della giustizia resta aperto.

E non da oggi.

Da almeno trent’anni il sistema giudiziario italiano è oggetto di interventi, tentativi di riforma, scontri politici.

Il referendum non chiude questa stagione.

La riapre.

Con una differenza sostanziale: ora si dovrà ripartire da zero.

E qui si apre il vero nodo.

Perché il No non cancella il problema.

Cancella una soluzione.

La politica ha davanti a sé tre strade.

La prima è quella più lineare: una nuova iniziativa costituzionale.

Un nuovo disegno di legge, un nuovo percorso parlamentare secondo l’articolo 138 della Costituzione.

Tempi lunghi, confronto inevitabile, possibilità di correggere gli elementi che hanno suscitato maggiori resistenze.

A partire dalla composizione dei CSM e dal meccanismo del sorteggio.

La seconda strada è più immediata, ma più limitata.

Intervenire con legge ordinaria sull’ordinamento giudiziario.

Distinguere le funzioni, ridefinire i percorsi di carriera, intervenire sui criteri organizzativi.

Senza però toccare la struttura costituzionale.

E quindi senza poter istituire due Consigli superiori distinti.

La terza strada è quella più concreta nel breve periodo.

Mettere mano al sistema di elezione del CSM attuale.

Ridurre il peso delle correnti, intervenire sui meccanismi di selezione, cercare un equilibrio diverso tra rappresentanza e indipendenza.

È qui, probabilmente, che si giocherà la prima partita del dopo referendum.

Perché è il terreno sul quale è possibile intervenire subito.

Senza attendere una nuova revisione costituzionale.

Ma il punto politico resta un altro.

Il voto degli italiani non può essere letto come una difesa immobile dell’esistente.

Sarebbe un errore.

Così come sarebbe un errore considerarlo un rifiuto definitivo di ogni ipotesi di separazione delle carriere.

Più realisticamente, è il segnale di una diffidenza verso il modo in cui quella riforma è stata costruita.

Verso alcuni suoi meccanismi.

Verso un equilibrio percepito come non convincente.

Per questo il cantiere della giustizia resta aperto.

Ma dovrà cambiare metodo.

Meno forzature.

Più confronto.

Più attenzione ai dettagli che, in materia costituzionale, fanno la differenza tra una riforma condivisa e una riforma respinta.

Il tempo, tuttavia, non è infinito.

Il 2027 si avvicina.

E con esso il nodo della legge elettorale, ancora irrisolto.

Un sistema che potrebbe cambiare profondamente, cancellando collegi uninominali e preferenze.

Ridisegnando il rapporto tra eletti ed elettori.

In questo quadro, il rischio è quello di una legislatura che si chiude con troppe questioni aperte.

Giustizia, regole del voto, equilibri istituzionali.

Il referendum ha dato una risposta.

Ora spetta alla politica dimostrare di aver compreso la domanda.

Perché quando una riforma costituzionale viene bocciata, non è mai soltanto un voto.

È un messaggio.

E ignorarlo, nella storia repubblicana, non ha mai portato buoni risultati.

Cesare Mannucci

Pubblicato in : Editoriale

Info Cesare Mannucci

Direttore Responsabile ad interim, già Vice Direttore vicario di PensaLibero.it, svolge una intensa attività giornalistica da oltre 40 anni. Ha cominciato nel settimanale L’Eco di Milano e provincia, come collaboratore, per ricoprire poi incarichi di responsabilità come caposervizio, caporedattore sino alla condirezione dello stesso. E’ stato collaboratore esterno del quotidiano del pomeriggio La Notte (gruppo Rusconi Editore), e per oltre 24 anni giornalista al quotidiano nazionale Il Giorno (Eni e poi Poligrafici Editoriale) per il quale si è occupato di cronaca nera, amministrativa, sindacale e giudiziaria. Componente del Cdr de Il Giorno in qualità di fiduciario. E’ stato anche collaboratore del quotidiano della Cei, L’Avvenire e dell’Unione Sarda. Ha svolto, inoltre, intensa attività politica come Sindaco del comune milanese di Mediglia, Vicepresidente vicario del consiglio direttivo del Parco Agricolo del Sud Milano, per il quale è stato componente del consiglio d’amministrazione di Fedenatur la rete dei parchi periurbani della Comunità Europea (con sede a Barcellona) in rappresentanza della Provincia di Milano. Componente del comitato tecnico intercomunale per la trasformazione del Consorzio dell’Acqua Potabile di Milano (Cap) in società di capitali (Cap Holding SpA). E’ stato anche delegato per la Lombardia al congresso nazionale dell’ Associazione nazionale comuni italiani (Anci) del 1999 a Catania. Capo Segreteria a Milano di un noto europarlamentare (2016). Consigliere comunale all’opposizione a San Donato Milanese, cittadella che ospita Metanopoli e il quartiere generale dell’Eni (2017-2022). Da giugno 2022 Consigliere comunale di minoranza a Dresano (Mi). Dal 2023 al 2024 Responsabile della comunicazione di un conosciuto europarlamentare pavese. Direttore Responsabile de “Il Giornale dei Laghi” mensile della Gestione Navigazione Laghi-Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (dal luglio 2025)

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