
Il dato ormai è chiaro.
Il No raggiunge quota 53,6% e boccia la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere.
Non è soltanto un risultato referendario.
È un passaggio politico destinato a pesare nei prossimi mesi, fino ad accompagnare il Paese verso le elezioni del 2027.
Perché questa volta non si trattava di una legge ordinaria.
Si trattava di una revisione costituzionale.
E il voto degli italiani ha un effetto preciso: l’intero impianto della riforma decade.
Non entra in vigore nulla.
Né la separazione delle carriere, né i due Consigli superiori della magistratura, né il meccanismo del sorteggio.
Un pacchetto unitario che viene respinto nella sua interezza.
E questo è il primo dato da cui partire.
Il secondo riguarda la lettura politica del voto.
Il governo esce indebolito su uno dei punti qualificanti della propria azione riformatrice.
Le opposizioni possono rivendicare una vittoria, ma non possono limitarsi a questo.
Perché il tema della giustizia resta aperto.
E non da oggi.
Da almeno trent’anni il sistema giudiziario italiano è oggetto di interventi, tentativi di riforma, scontri politici.
Il referendum non chiude questa stagione.
La riapre.
Con una differenza sostanziale: ora si dovrà ripartire da zero.
E qui si apre il vero nodo.
Perché il No non cancella il problema.
Cancella una soluzione.
La politica ha davanti a sé tre strade.
La prima è quella più lineare: una nuova iniziativa costituzionale.
Un nuovo disegno di legge, un nuovo percorso parlamentare secondo l’articolo 138 della Costituzione.
Tempi lunghi, confronto inevitabile, possibilità di correggere gli elementi che hanno suscitato maggiori resistenze.
A partire dalla composizione dei CSM e dal meccanismo del sorteggio.
La seconda strada è più immediata, ma più limitata.
Intervenire con legge ordinaria sull’ordinamento giudiziario.
Distinguere le funzioni, ridefinire i percorsi di carriera, intervenire sui criteri organizzativi.
Senza però toccare la struttura costituzionale.
E quindi senza poter istituire due Consigli superiori distinti.
La terza strada è quella più concreta nel breve periodo.
Mettere mano al sistema di elezione del CSM attuale.
Ridurre il peso delle correnti, intervenire sui meccanismi di selezione, cercare un equilibrio diverso tra rappresentanza e indipendenza.
È qui, probabilmente, che si giocherà la prima partita del dopo referendum.
Perché è il terreno sul quale è possibile intervenire subito.
Senza attendere una nuova revisione costituzionale.
Ma il punto politico resta un altro.
Il voto degli italiani non può essere letto come una difesa immobile dell’esistente.
Sarebbe un errore.
Così come sarebbe un errore considerarlo un rifiuto definitivo di ogni ipotesi di separazione delle carriere.
Più realisticamente, è il segnale di una diffidenza verso il modo in cui quella riforma è stata costruita.
Verso alcuni suoi meccanismi.
Verso un equilibrio percepito come non convincente.
Per questo il cantiere della giustizia resta aperto.
Ma dovrà cambiare metodo.
Meno forzature.
Più confronto.
Più attenzione ai dettagli che, in materia costituzionale, fanno la differenza tra una riforma condivisa e una riforma respinta.
Il tempo, tuttavia, non è infinito.
Il 2027 si avvicina.
E con esso il nodo della legge elettorale, ancora irrisolto.
Un sistema che potrebbe cambiare profondamente, cancellando collegi uninominali e preferenze.
Ridisegnando il rapporto tra eletti ed elettori.
In questo quadro, il rischio è quello di una legislatura che si chiude con troppe questioni aperte.
Giustizia, regole del voto, equilibri istituzionali.
Il referendum ha dato una risposta.
Ora spetta alla politica dimostrare di aver compreso la domanda.
Perché quando una riforma costituzionale viene bocciata, non è mai soltanto un voto.
È un messaggio.
E ignorarlo, nella storia repubblicana, non ha mai portato buoni risultati.
Cesare Mannucci

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