Io non sono certo in grado di affermare che lo sfilacciamento di Futuro e Libertà sia dovuto alla campagna acquisti del Cavaliere piuttosto che ai sinceri turbamenti di alcuni parlamentari. E in un certo senso poco mi interessa. Preferisco puntare al nocciolo del discorso: la neo-formazione dell’ex-delfino di Giorgio Almirante paga politicamente macroscopici errori iniziali – e non solo: l’altalenante (anche perché, va riconosciuto, non facile) percorso seguito da settembre in poi, l’equivocità del messaggio politico, il tutto forse dovuto ad una non bene riflettuta demarcazione dell’identità politica – che è a mio avviso un bene scarso in tutte le formazioni dell’Italia di oggi, senonché il difetto può risultare letale per qualcosa che nasca dopo ovvero ex novo o comunque puntando sulla distinzione da qualcos’altro. Sinceramente non ho motivo di gioire di questo fatto. Se la sinistra (o il centro-sinistra) permane in uno stato di coma profondo (i ripetuti inutili appelli alle dimissioni del Cavaliere portano con se qualcosa di insano, una specie di arteriosclerosi collettiva), la destra (o il centro-destra) non può pensare di vivere eternamente e insulsamente abboccata alla mammella del Cavaliere – non foss’altro che per ragioni anagrafiche. Ho sempre affermato di condividere alcune posizioni di merito di Gianfranco Fini, ma al contempo di non poter essere minimamente persuaso dalla scelta dei tempi e da altre questioni di non poco conto, come le modalità di avvio di un percorso che si pretendeva o si pretendesse differente e che avevano molto a che fare con un altro bene assai scarso, per non dire inesistente: la credibilità.
Non vorrei essere precipitoso, ma è lecito ritenere che l’esperienza di Futuro e Libertà, in quanto tale, stia per giungere al capolinea – stretta com’è tra difficoltà di tipo tattico e – ancor più – strategico. Per chi, come me, auspica la formazione di una destra in senso liberale, anti-statalista, orgogliosamente imperniata su un progetto di rilancio dei diritti individuali, di rivoluzione nel rapporto cittadini-Stato e di drastico ridimensionamento della macchina pubblico-amministrativa, l’orizzonte è ancora fatto di uno sconfinato deserto.
E, tuttavia, proprio davanti al deserto è possibile ritrovare o riconoscere anzitutto il fondamento delle proprie convinzioni – e con esso alimentare una ragionevole e pur non ingenua fiducia. Nella possibilità di costruire (o che sia costruito) qualcosa di ben più convincente, che ancora non esiste.
Paolo Marini

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