
Già alla fine del ‘300, la Divina Commedia divenne oggetto di studio e di pubbliche letture
Perciò, trattandosi di un poema denso significati riposti, di figure retoriche ma anche di personaggi, luoghi, eventi storici, non sempre conosciuti, per essere adeguatamente fruito ha avuto subito necessità, di lavori di esegesi. Apparve, quindi, subito importante il ruolo dei primi commentatori come, Pietro e Iacopo di Dante, l’Ottimo , Boccaccio Benvenuto da Imola, Andrea Partenopeo e Francesco da Buti che forse meno conosciuto ma senz’altro fra i primi e i più importanti commentatori dell’intero poema e che merita quindi riscoprire.
Del Commento del Buti esistono una trentina di manoscritti ma la sua pubblicazione a stampa avvenne solo nel 1858 – 62 a cura di Crescentino Giannini (Pisa – F.lli Nistri.)
Nell’introduzione a questa edizione Silvestro Centofanti osserva che “tutti i Commenti […] scritti nel secolo decimoquarto, meritano una particolare considerazione, perchè i loro Autori, prossimi di età all’Allighieri, erano agevolati da tutte le condizioni di quella vita a intenderne bene il linguaggio, e a penetrare nel suo pensiero”.
Francesco Mazzoni, uno degli studiosi di Dante più autorevoli che per trentasette anni è stato Presidente della Società Dantesca Italiana (1968–2005), osserva che “dal punto di vista tecnico, il commento del Buti “ mantiene in parte l’originaria fisionomia di collatio, e articola l’esposizione di ciascun canto in due lezioni, votate a illustrarne una metà”.
Mazzoni spiega nell’Enciclopedia dantesca che per il Buti la Commedia è una ” visione ” “una fictio, una “fizione“: vale a dire che siamo di fronte a un espediente retorico, all’invenzione poetica di una lettera che ben può post factum subire, da parte del chiosatore, un’allegorizzazione”.
In tempi recenti oltre al rilevante contributo di Fabrizio Franceschini ‘Il commento dantesco del Buti nel tardo Trecento e nel Quattrocento: tradizione del testo, lingua, società’ (In Bollettino Storico Pisano, LXIV (1995), 45-114 p. 68) merita citare il saggio di Claudia Tardelli Per una nuova edizione del commento di Francesco da Buti all’Inferno: note sulla lezione del MS Napoletano XIII C 1 e su alcune interpretazioni di passi danteschi nella tradizione manoscritta (the italianist 30 · 2010 18-37 — Department of Italian Studies, University of Reading and Departments of Italian, University of Cambridge and University of Leeds ). E altrettanto significativi sempre di Claudia Tardelli Prolegomena to the New Edition of Francesco da Buti’s Commentary on Dante’s Commedia. Purgatorio (https://journals.openedition.org/variants/964 )
Chi era Francesco da Buti
Quanto alla biografia di Francesco di Bartolo è controverso se sia nato a Buti o a Pisa. In ogni caso era di origine butese.. Si ricorda un Guido da Buti che nell’ ’ XI secolo come capitano della Repubblica pisana prese parte alla prima Crociata e all’impresa delle Baleari. E alla famiglia da Buti apparteneva Paola che con la spada in pugno nel 1406 difese le mura di Pisa assediata dalle milizie fiorentine.
Nato probabilmente nel 1324 Francesco di Bartolo brillò negli studi e, ancora giovanissimo, ebbe incarichi di primo piano dalla Repubblica pisana. Fu a capo di ambascerie, membro del Consiglio di credenza e Cancelliere della Repubblica. Nel 1398 stipulò la pace con vare città toscane. Per oltre 40 anni fece parte del Consiglio degli Anziani.
Sebbene sia stato rappresentato con una sorte di saio, non era un frate ma un laico e conosciamo i nomi della moglie e dei figli.
Docente di grammatica nell’Università di Pisa che proprio in quegli anni stava conseguendo fama internazionale, scrisse commenti all’ Epistula ad Pisones (Ars poetica) di Orazio. alle Satire di Persio ,alla Tebaide di Stazio e scrisse una rinomata Ars dictandi e Regulae gramaticales che divennero altrettanto celebri.
Proprio in riferimento a Francesco di Bartolo, Crescentino Giannini ha scritto: “Tra i castelli, che fino da tempi della sua republica tenne in giurisdizione la città di Pisa, non diverrà mai oscuro quello di Buti, tra per la valle in mezzo di cui siede, popolata di maravigliosi oliveti, e per gli uomini che ne produsse illustri in armi, in lettere e in arti”.
Gabriele Parenti

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