
di Emilio Cozzi* e Francesco Rosazza Boneitin*
Dopo un 2025 concluso con il record di lanci per SpaceX – 170 totali sommando quelli dedicati alla costellazione Starlink, quelli effettuati per i clienti e i 5 test suborbitali di Starship –, Elon Musk si prepara a rivoluzionare il settore spaziale un’altra volta, puntando sui data center orbitali e sulla Luna.
Circa i primi, la notizia della richiesta di autorizzazione presso la Federal Communications Commission (FCC) di lanciare una costellazione in orbita bassa da un milione di satelliti – utilizzabili anche come nodi extraterrestri per rafforzare la potenza di calcolo – è stata seguita dall’acquisizione, da parte di SpaceX, di xAI, la società di intelligenza artificiale (IA) fondata da Musk nel 2023. Secondo lo stesso space billionaire, la mossa si inserisce nel processo di integrazione verticale portato avanti dall’azienda, aggiungendo l’intelligenza artificiale al segmento di lancio, alla costellazione Starlink per la connettività e ai servizi direct-to-mobile.
All’operazione va aggiunta la netta virata negli obiettivi strategici di SpaceX: mentre dalla sua stessa fondazione nel 2002 fino a poche settimane fa, l’obiettivo dichiarato era la “colonizzazione” di Marte, oggi Musk sembra aver ridimensionato le sue mire per puntare con decisione sulla Luna.
Il ripensamento dimostra la volontà di SpaceX di investire nel potenziale dell’economia digitale e lunare, concentrando il proprio raggio d’azione sull’orbita bassa e sulle missioni seleniche. Persistono tuttavia dubbi sulla reale capacità dell’azienda di portare a compimento questi obiettivi, soprattutto nel breve periodo, alla luce dell’attuale fase di sviluppo di Starship. Per di più, una costellazione di data center spaziali solleva interrogativi in termini di fattibilità tecnologica, sostenibilità economica e gestione delle orbite.
La nuova frontiera dei data center
Infrastrutture indispensabili per i server che alimentano l’intelligenza artificiale, i data center terrestri hanno registrato una crescita esponenziale della domanda tra il 2024 e il 2025. A fronte di un valore di mercato, stimato per il settore a 324 miliardi di dollari nel 2024, secondo uno studio di McKinsey, per tenere il passo con la crescente diffusione dell’IA saranno necessari investimenti per 5700 miliardi di euro entro il 2030. Le principali criticità di queste infrastrutture riguardano, infatti, l’energia necessaria per alimentarle e l’ingente consumo d’acqua necessario a raffreddarle.
Nel 2024, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), i data center hanno consumato 415 terawattora (TWh) di energia elettrica. IEA stima che entro il 2030 il fabbisogno salirà a 945 TWh. Non sorprende che diverse aziende – fra cui Google, Starcloud e SpaceX – abbiano iniziato a pensare ad alternative e individuato nell’orbita terrestre la soluzione privilegiata. Anche la Cina si sta muovendo nella stessa direzione, come testimoniato a maggio 2025 dal lancio dei primi satelliti di una futura costellazione da 2800 apparati complessivi.
Tra i motivi principali di questa nuova corsa ai data center orbitali ci sono il potenziale sfruttamento di una fonte energetica costante e inestinguibile – in particolare in orbite eliosincrone, che garantiscono un’esposizione solare quasi per l’intera giornata – e il raffreddamento garantito dalle condizioni orbitali. Lo stesso Musk stima che tra due o tre anni la computazione dell’IA sarà molto più conveniente in orbita. A fronte di un dibattito sempre più ampio sulla fattibilità e sulla sostenibilità delle infrastrutture extraterrestri, tre nodi rimangono da sciogliere: l’entità delle costellazioni, i costi necessari per realizzarle in modo che garantiscano prestazioni competitive rispetto agli omologhi terrestri, e l’impatto sulle orbite.
Non è tutto oro ciò che luccica
La narrativa più diffusa – comune tra realtà come Google a SpaceX – enfatizza i vantaggi dei data center spaziali, evidenziandone il radicale contenimento dei costi energetici e la possibilità di azzerare i consumi idrici. In orbita, infatti, il raffreddamento avviene tramite radiazione termica: il calore prodotto dai sistemi elettronici viene trasferito a un fluido refrigerante, che lo convoglia verso radiatori esterni. Questi lo dissipano nello spazio sotto forma di raggi infrarossi. Va da sé che i radiatori debbano essere il più estesi possibile.
Eppure, anche ipotizzandone la realizzabilità tecnologica a medio termine – non sfuggano l’efficienza degli attuali pannelli fotovoltaici e la dimensione di eventuali power plant spaziali – il problema principale rimane economico.
Oggi, secondo le stime del Centre for Strategic and International Studies (CSIS), il costo per chilogrammo di carico del lanciatore parzialmente riutilizzabile Falcon 9, il più economico sul mercato, si attesta attorno ai 2500 dollari. Quando sarà pienamente operativa, Starship potrebbe consentire un abbassamento fino a 500 dollari per chilogrammo – Musk ha detto 100, o addirittura meno –, grazie alla completa riutilizzabilità del sistema di lancio (costituito dalla Starship vera e propria e dal suo primo stadio Super Heavy). Ma sebbene il fondatore di SpaceX abbia promesso una cadenza di lancio oraria e la capacità di trasportare in orbita milioni di tonnellate ogni anno, l’obiettivo resta inverosimile, almeno nel breve periodo. Nonostante la solida leadership nel segmento di lancio e quand’anche Starship fosse operativa entro fine anno, l’azienda è ben lontana dal garantire il numero e la frequenza di decolli necessari a costruire e poi sostenere una costellazione come quella ambita.
Non è tuttavia da escludere che l’intento di Musk sia più velato, ma non meno strategico: dopo le indiscrezioni riguardo alla possibile offerta pubblica di acquisto (IPO) di SpaceX nel corso del 2026, Musk potrebbe stare tentando di rafforzare la posizione della sua compagnia spaziale, con l’obiettivo di raccogliere più fondi possibili dal mercato: alcune stime parlano di almeno 30 miliardi di dollari a fronte di una valutazione dell’azienda attorno a 1500 miliardi, addirittura oltre il record scritto nel 2019, quando da Saudi Aramco raccolse 29 miliardi. Questi fondi permetterebbero a SpaceX di investire sensibilmente nel settore, benché in una scala diversa (più contenuta) rispetto agli annunci fatti prima dell’acquisizione di xAI.
Non solo: a prescindere dal responso della FCC, la richiesta di lanciare un milione di satelliti rappresenta un passaggio cruciale, con cui SpaceX chiede in anticipo su chiunque altro i permessi per l’utilizzo futuro delle frequenze di comunicazione. Andrebbe anche evidenziato che le orbite eliosincrone sono quasi polari: inaugurare un dispiegamento più o meno massiccio di satelliti su quelle traiettorie, garantirebbe a SpaceX un vantaggio strategico, sia in termini di controllo commerciale sia di valenza militare o legata alla sicurezza (anche in ottica del dispiegamento del Golden Dome for America annunciato da Trump). Non bastasse, la richiesta alla FCC testa, comunque, la reazione dell’ente federale, quella del mercato e della società civile.
Non che la partita sia semplice: alle considerazioni strategico economiche si aggiungono quelle relative all’effettiva sostenibilità dei data center orbitali rispetto a quelli terrestri. Lo studio di fattibilità ASCEND, richiesto dalla Commissione Europea nel 2023 e coordinato dall’azienda italiana Thales Alenia Space, mostra come la maggior parte delle emissioni di CO2 dipenda dai vettori di lancio, mentre per i data center terrestri siano dovute principalmente all’utilizzo. Carbone 4, membro del consorzio che ha condotto lo studio, sottolinea inoltre che “i data center spaziali diventano più interessanti di quelli terrestri solo se il lanciatore è riutilizzabile ed emette in media meno di 370 kg di CO2 per kg di carico utile, durante il suo intero ciclo di vita”.

Un’ulteriore criticità dell’iniziativa di Musk è legata al sovraffollamento crescente delle orbite. Attualmente circa 14.500 satelliti attivi percorrono le orbite terrestri, perlopiù in orbita bassa, ovvero fra i 100 e i 2000 chilometri dalla Terra. Se invece si guarda al numero di oggetti totali, l’ordine di grandezza è ben maggiore, con oltre 1.2 milioni di detriti superiori al centimetro e circa 50mila superiori ai dieci centimetri. Di recente ha attirato l’attenzione la richiesta cinese, presentata all’Unione internazionale delle telecomunicazioni (ITU), per il lancio di una costellazione da 200mila satelliti; il progetto di Musk è di proporzioni di gran lunga superiori. Sebbene il magnate di origini sudafricane abbia garantito di integrare i propri satelliti con sistemi per evitare le collisioni, lanciare un milione di apparati avrebbe un impatto considerevole sulle orbite terrestri. A quel numero andrebbero per di più aggiunti anche tutti i satelliti che compongono Starlink (oggi circa 9600 operativi, con l’obiettivo di arrivare a 42mila entro il 2030) e le altre megacostellazioni già in fase realizzativa. Un traffico problematico anche in termini di inquinamento luminoso: milioni di oggetti in orbita bassa avrebbero un impatto nefasto sulle attività di ricerca astronomica.
Da Marte alla Luna
La virata di SpaceX sull’intelligenza artificiale è stata accompagnata da un secondo cambio strategico: Musk ha annunciato di voler abbandonare per il momento il suo progetto di “colonizzazione” marziana – ribadito anche in occasione della cerimonia di insediamento di Donald Trump nel gennaio 2025 – per concentrarsi su un piano analogo per la Luna. L’obiettivo, per SpaceX, diventa la realizzazione di una città lunare autosufficiente, con una prima missione senza equipaggio prevista per marzo 2027.
Considerate le difficoltà non ancora risolte, in particolare per un trasbordo umano, raggiungere Marte è sempre stato considerato un piano estremamente ambizioso. Ma per quanto la Luna sia più alla portata del multimiliardario e CEO di SpaceX, la realtà non racconta una storia facile. Il nodo centrale rimane lo stesso: Starship. I test effettuati nel 2025 hanno mostrato progressi lenti, tanto da suggerire alla Nasa una riapertura della competizione per il lander lunare della missione Artemis III. Una decisione risalente allo scorso ottobre, non a caso dopo il primo test di successo del New Glenn, il lanciatore parzialmente riutilizzabile di Blue Origin, l’azienda aerospaziale di Jeff Bezos.
Per Musk garantire una presenza stabile sulla Luna è volontà riconducibile alle più ampie ambizioni statunitensi, in particolare riguardo alla competizione con la Cina. Con la missione Artemis II in rampa di lancio, la Nasa punta a ribadire il primato selenico già conquistato nella prima space race con l’Unione Sovietica, negli anni Sessanta. A fronte dei successi – i più recenti registrati sulla capsula per il trasporto di equipaggi Mengzhou e con il razzo Lunga Marcia 10A –, sarebbe però un errore sottovalutare l’arrembante progressione del programma lunare di Pechino. La Cina è l’unica ad aver fatto atterrare, nel 2019 e nel 2024, veicoli sul lato nascosto della Luna. Il suo obiettivo è sbarcare entro il 2030 un equipaggio al Polo Sud lunare, la stessa area strategica scelta dagli Stati Uniti, dove missioni precedenti hanno rilevato ghiaccio d’acqua nei crateri in ombra permanente. L’ambizione cinese è fondata: chi controlla il Polo Sud non pianta una bandiera, si assicura le risorse per rendere sostenibile una presenza umana prolungata.
2026: l’anno della verità
Accompagnate dalla probabile IPO nella seconda metà dell’anno, le mosse di Musk riveleranno presto il destino di SpaceX. Se il 2025 può essere considerato un anno preparatorio, nel 2026 l’azienda dovrà dimostrare di disporre dei sistemi necessari a supportare sia i piani di crescita interni e l’espansione in nuovi ambiti – per esempio, nell’intelligenza artificiale – sia i programmi governativi, a cominciare dal programma Artemis.
Più in generale, il 2026 costituirà un banco di prova per il modello industriale di SpaceX, deputato a dimostrare la sostenibilità di un’espansione simultanea su più direttrici. Ancora una volta, il primo traguardo da raggiungere sarà la piena operatività di Starship.
I data center extraterrestri e la Luna devono attendere.
Emilio Cozzi
Giornalista, Conduttore di “Countdown – Dallo Spazio alla Terra”, Sky TG24
Francesco Rosazza Boneitin
ISPI Research Assistant
*Istituto Ispi

Lascia un commento