
Come ormai ci ha abituato sin dal suo insediamento, avvenuto un anno fa, Trump parla e straparla. Ogni giorno una sparata nuova, una minaccia, una promessa di “mettere ordine” a modo suo. Lui occupa la scena come un presentatore che non sopporta i silenzi. Gli altri, invece, lo guardano da bordo campo e commentano laconicamente, a grandi pacche sulle spalle, con una frase che taglia più di un comizio: vai avanti tu. E mentre lui recita, loro si organizzano.
Quella a cui stiamo assistendo non è una dimostrazione di forza americana, ma il suo contrario. Trump non sta guidando il mondo, si sta offrendo come ariete. Entra nelle aree più instabili, Iran, Venezuela, Medio Oriente allargato, come se la geopolitica fosse una prova di virilità, senza chiedersi chi paga davvero il conto e chi incassa i benefici. Il conto lo pagano gli Stati Uniti, i benefici spesso li incassano altri.
Ogni intervento muscolare ha un costo che non si vede subito: logistica, basi, intelligence, rotte, sanzioni da far rispettare, escalation da tenere sotto controllo. È una macchina enorme e, quando la fai partire per alimentare la narrativa dell’uomo forte, bruci risorse reali. Il guaio è che tutto questo succede mentre l’economia americana è già sotto pressione, tra debito, interessi, filiere fragili e tensioni interne che chiedono investimenti domestici, non avventure estere a tariffa maggiorata. Trump tratta il potere come se fosse infinito, ma le risorse non lo sono. E soprattutto non lo è la pazienza di chi, in casa, deve fare i conti con prezzi, lavoro, infrastrutture e servizi.
Il mondo lo osserva, ma nessuno gli si mette palesemente contro, perché a molti conviene lasciarlo fare. Quando un alleato si assume il ruolo del destabilizzatore ufficiale, gli altri possono permettersi una postura più sobria, quasi responsabile. È il vecchio gioco del poliziotto cattivo, solo che qui manca il coordinamento e manca il poliziotto buono. Resta solo il cattivo, rumoroso e costoso: un catalizzatore di caos che rende più facile agli altri fare la parte degli adulti nella stanza, senza doversi sporcare le mani.
La NATO non viene demolita con un colpo secco, viene corrosa. La fiducia è la prima cosa che salta. Se l’alleanza diventa imprevedibile, se il suo attore principale usa l’ombrello militare come strumento di pressione o di improvvisazione, gli alleati iniziano a fare quello che fanno sempre quando capiscono che il garante non è più affidabile: costruiscono un piano B. Prima in silenzio, poi sempre meno.
Ed è qui che avviene il vero spostamento. Europa, Inghilterra, Canada, Giappone non stanno “sfidando” gli Stati Uniti a muso duro, perché sarebbe un suicidio diplomatico e commerciale. Stanno facendo qualcosa di più efficace: stanno imparando a farne a meno in alcune decisioni chiave. Difesa, industria, coordinamento strategico, resilienza delle filiere. Nessuna rottura plateale, nessun proclama. Solo un riequilibrio graduale che riduce la centralità americana. Non esclusa, aggirata. Ed essere aggirati è peggio che essere contestati, perché significa che non servi più.
In questo riequilibrio pesa anche la moneta. L’euro, nel tempo, si è consolidato come una nuova valuta globale di riferimento, affiancando il dollaro e sottraendogli una parte del ruolo e della funzione di dominanza economica assoluta che aveva, soprattutto fino a trent’anni fa. Non è un sorpasso secco, ma un’erosione continua: più scambi, più riserve, più contratti e più fiducia fuori dall’orbita del dollaro significano meno controllo automatico, meno rendita geopolitica e più fatica nel dettare le regole al resto del mondo.
Nel frattempo, con lo scontro russo ucraino ormai stabilizzato e ridotto a un terrorismo di archivio, con Hamas demolito definitivamente e con gli ajatollah iraniani in attesa di un’implosione annunciata, l’Occidente si muove come chi sta facendo prove generali. Non di rottura, ma di accantonamento dell’influenza americana, in attesa del fisiologico cambio al vertice. L’idea di fondo è semplice: reggere il timone senza farsi trascinare dagli scatti di Trump, confidando che arrivino interlocutori più pragmatici ed equilibrati, capaci di far riassumere agli Stati Uniti il ruolo naturale che hanno avuto negli ultimi ottant’anni.
Il risultato è instabile e oscillante, ed è proprio questo a renderlo pericoloso. Trump pensa di dominare perché parla più forte e più spesso, ma la leadership non è volume: è affidabilità. Quando l’affidabilità evapora, la gente smette di seguirti e inizia a costruire alternative. Lui urla e sposta l’aria. Gli altri firmano, coordinano, investono, pianificano.
E così si arriva al ganglio della questione: non è una resa dei conti immediata, è un logorio lento, quasi invisibile, che però cambierà gli equilibri del mondo. Oggi sembra tutto teatro, domani diventa struttura. E quando la polvere si poserà, quando i costi saranno stati contabilizzati e le alleanze avranno scelto il loro baricentro, resterà solo una domanda: chi aveva ragione, chi ha pagato e chi ha davvero guidato. Ai posteri l’ardua sentenza.
Piero Terracina

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