
A nove mesi dal suo insediamento, Trump non è riuscito a centrare neppure uno degli obiettivi che aveva promesso al suo elettorato. L’America che voleva rendere “grande di nuovo” è oggi un paese stanco, nervoso e spaventato. Il debito pubblico cresce come una bestia affamata, la produttività cala insieme ai redditi pro capite, i frigoriferi si svuotano e l’oro, rifugio dei tempi di paura, ha superato i 4000 dollari l’oncia. Segno che il mondo ha smesso di fidarsi non solo del dollaro, ma dell’intero sistema americano.
Trump continua a vendere ottimismo di facciata, ma la realtà lo smentisce giorno dopo giorno. Ha promesso un rilancio industriale mai arrivato, una rinascita energetica trasformata in caos, e una politica estera “forte” che sta invece sgretolando alleanze storiche. Ogni sua mossa mostra la cortezza mentale di chi confonde la geopolitica con un comizio, convinto che basti battere i pugni sul tavolo per cambiare il corso della storia.
La sua politica, priva di una visione autentica, si rivela soprattutto in politica estera. È lì che il vuoto si manifesta in tutta la sua evidenza: niente strategia, niente rotta, solo improvvisazione e propaganda. Trump si muove come un giocatore a corto di fiches che continua a bluffare, illudendosi che il tono di voce possa sostituire la forza delle idee. L’America non guida più: ondeggia. L’Europa lo sopporta, la Cina lo ignora, la Russia lo usa. E gli alleati storici, sempre più diffidenti, si tengono a distanza, consapevoli che oggi Washington rappresenta più un rischio che una guida.
Nel tentativo disperato di riportare gli Stati Uniti al centro della scena mondiale, Trump agisce come un elefante in un negozio di porcellane: rovescia trattati, offende partner, blandisce dittatori. Il mondo lo osserva, lo tollera e lo misura con la cautela che si riserva a chi ha il potere di far danni. Lo si asseconda per convenienza, ma si è pronti a voltargli le spalle al primo scossone.
Sul fronte russo-ucraino, il suo bifrontismo è evidente: un giorno elogia Putin, il giorno dopo difende Kiev, a seconda di chi gli conviene compiacere. Tomahawk sì, Tomahawk no, Tomahawk forse. Una diplomazia a intermittenza, fatta di slogan e calcoli elettorali. Non c’è una strategia, solo istinto, confusione e protagonismo. È l’America ridotta a un talk show, dove la politica estera si decide a colpi di tweet e gli equilibri globali dipendono dall’umore del mattino.
Nella guerra israelo-palestinese, lo schema si ripete. Finge di parlare di pace, ma alimenta la tensione; invoca l’ordine, ma semina caos. Le sue parole cambiano a seconda del pubblico, e così riesce nel paradosso di scontentare tutti: Israele, gli arabi, l’Europa e persino quella parte d’America che comincia a capire che di pace, ormai, non c’è neanche l’ombra. Restano solo tregue precarie, pause tattiche e silenzi carichi di polvere da sparo.
Trump si illude di muovere i fili del mondo come un burattinaio, ma i fili gli si sono già intrecciati tra le mani. L’America non è più la potenza che comanda, ma una potenza che chiede di non essere dimenticata. Più lui urla, più il mondo si allontana, con quel misto di timore e disgusto che si riserva ai giganti incapaci di accettare il proprio tramonto.
Oggi resta l’immagine di un impero smarrito, guidato da un presidente che scambia la forza per prepotenza e la leadership per arroganza. L’America cercava un salvatore, e si ritrova un guastatore. Mentre lui continua a recitare la parte del vincente, il mondo ha già capito la verità: l’egemonia americana è finita, e Trump ne è solo l’ultimo, rumoroso e grottesco epilogo.
Tempi bui per l’America…
Piero Terracina

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