
(Da il capitolo del mio “L’altra faccia di Partenope” Rubbettino Editore che racconta il sistema Somma-Vesuvio, la sua unicità sorprendente e miracolosa ma anche la ferita inferta nel 2017).
Devi salire sul monte Somma per scoprirla, l’altra faccia del Vesuvio.
Come Michael Collins che lasciò Armstrong e Aldrin all’allunaggio ed egli se ne andò dall’altra parte a vedere il lato nascosto della luna.
Io ho fatto altrettanto.
Ho lasciato il Golfo, Napoli, Capri ed Ischia, i Camaldoli e Posillipo, la piccola isola di Megaride e tutte le meraviglie di Partenope e me ne sono andato dall’altra parte.
Verso Ottaviano e la galassia dei paesi vesuviani, alla ricerca del Monte Somma, per imboccare il sentiero che conduce in cima ai “cognoli” i picchi lavici che si inseguono in ripida e rapida successione, come il manzoniano Resegone, dall’epoca in cui si formarono 40.000 anni addietro, quando il Monte Somma era tutt’uno con il Vesuvio che era alto duemila metri e montava la guardia al Tirreno grande e profondo come l’Oceano. E i sapiens non erano ancora divenuti i padroni di quel pezzo di terra incantata e gli dei non erano ancora scesi dall’empireo ad abitare sull’Olimpo né da queste parti, a scrivere il destino degli uomini.
Così mi lascio alle spalle la piana che si stende come una conca o una valle sino al mare e inizio a salire alla scoperta del mistero Vesuvio, sterminatore implacabile ma anche pietoso custode dell’anima di questa terra oltre che del suo ecosistema unico che la rende fertile e benedetta come nessuna. La biodiversità di queste contrade è piena di infinita, inarrivabile, esclusiva bontà. Il paesaggio è un incanto, il clima sorridente e l’agricoltura è una cornucopia colma di sorprese e di miracoli. I lapilli e le ceneri hanno lasciato sul terreno uno strato ricco di minerali ed hanno creato un humus docile e fecondo. La flora qui si compone di mille specie vegetali. I fiori sono in festa in questo periodo ed il cielo è segnato dalle traiettorie di falchi e poiane mentre intorno il canto armonioso di piccoli uccelli stanziali ed il volo radente ed intermittente delle farfalle riempiono di poesia i nostri passi. È piovuto e intere famiglie di funghi fanno capolino ai piedi degli alberi. Ed il fungo, mi dice Marco, la mia guida, è il grande protagonista della rigogliosa vegetazione di questo angolo di paradiso. Il lichene coralliforme “stereo aulum vesuvianum” è il protagonista assoluto della frantumazione delle formazioni laviche fino a trasformarle in humus ricco e generoso. Con esso una miriade di altri funghi e licheni instancabilmente, sin dalla notte dei tempi, han trasformato uno spazio ostile e desertico nell’accogliente e rigoglioso ambiente che ci circonda. Qui tutto sembra derivare dalla benedizione dell’universo che ha compensato l’incerto fato ed il rischio dormiente nelle profondità del vulcano ed anche dei prospicienti campi flegrei con la generosità delle bellezze e delle ricchezze ovunque disseminate.
Una fitta vegetazione ci avvolge e ci spinge in alto proteggendoci dal sole che tuttavia non punge in questa estate strana che tarda a manifestarsi.
Dopo aver attraversato Somma Vesuviana, San Giuseppe Vesuviano e San Sebastiano anch’esso fregiato dell’appellativo Vesuviano, ci siamo addentrati in Ottaviano, nome che mi rimanda alle fortune di Cesare Augusto Ottaviano ed alla gloria romana che mi auguro possa finalmente avvolgere questa cittadina per troppo tempo violata dalla protervia di gente autoproclamatasi padrona assoluta e dispensatrice di morte e cattiva fama tra l’ignavia dei pubblici poteri e la paura o l’interesse di chi vi abitava. Abbiamo così lasciato dietro di noi il bianco santuario e la sua cupola, il castello recuperato finalmente a nuova vita, e più felice immagino oltre che consona alla sua storia, il dedalo di vie e viuzze della città e finalmente abbiamo risalito la strada che porta alle pendici del parco nazionale del Vesuvio-Somma.
La mia guida è stata parca di parole. Mi ha raccontato la storia dei licheni e del fungo stereo aulum vesuvianum che lo ha affascinato al punto da aver maturato la passione per la coltivazione dei funghi alla ricerca delle loro salvifiche proprietà. Novello Tiberio, penso tra me, che, in quel di Sepino sul Matese aveva scoperto il potere taumaturgico delle muffe cresciute sulle pareti del pozzo di casa ben trent’anni prima di Fleming insignito del
Premio Nobel per questo, al posto, ahimè dello stesso Tiberio, primo scopritore dimenticato della penicillina.
Intanto lascia che sia io a scoprire ogni cosa.
Mi da giusto le informazioni di base. Il resto, mi induce a pensare, spetta a me. Le informazioni di base consistono nel rendermi edotto della data di istituzione del parco nazionale, delle difficoltà che ne accompagnarono la nascita culminate nell’omicidio di un esponente dell’Arma da parte dei bracconieri o di quanti vedevano minacciati i loro interessi o si ritenevano i padroni del territorio. Era il 1995, mi dice, mostrandomi una targa in uno spiazzo da cui si diparte il sentiero che sale in cima al Monte Somma e mi condurrà, come Michael Collins dietro il lato sconosciuto della luna, alla scoperta della faccia nascosta del Vesuvio.
“Da quanto tempo non vado sul Vesuvio?” Rispondo a Marco, fisico asciutto da arrampicatore e viso aperto pieno di silenzi appena addolciti da ammiccanti e complici sorrisi, via via che saliamo ed io scopro, tra la fitta verzura degli alberi, i primi squarci di cielo, lassù, in alto.
“Ero un ragazzo” proseguo, preso dal dubbio se sia il caso di rivelare la mia età. Alla fine cedo all’istinto della realtà e racconto la mia verità. “Ero un ragazzo, avevo vent’anni, e un bel mattino di primavera me ne andai in cima al cratere. Dalla parte del mare, ignorando il Monte Somma. Allora era tutto selvaggio e, grazie a dio, libero. Niente biglietti, niente orari, niente guide. Le mie scarpe si inarcarono al punto che dovetti buttarle via mentre calpestavo il terreno che scottava e mi affacciavo a vedere, pieno di timore reverenziale ed in preda all’adrenalina, le misteriose colonne di fumo che si levavano da là dentro. Era il 1970.” Marco mi guarda con una venatura di incredulità, ma non si lascia sfuggire alcun suono di meraviglia. Dice solo ”adesso è tutto cambiato.” Si, mi sembra ovvio e, direi, finalmente. Il Parco mi sembra ottimamente tenuto. I sentieri ben segnati. Il Monte Somma splende nel rigoglio dei suoi boschi, nonostante le devastazioni degli incendi di qualche anno addietro. Saliamo in compagnia di una famigliola che presto ci lascerà per dedicarsi ad una sontuosa colazione con cornetti e sfogliatelle. Noi imbocchiamo il sentiero che ci condurrà ai Cognoli. Dopo cinque ore di arrampicata e 10 chilometri di sentieri duri che si arrampicano tra una folta ed intricata ma accogliente vegetazione verso le cime.
Ci sono dappertutto gigantesche robinie intorno a noi e man nano che saliamo, lecci e castagni, querce e pini. Anche qualche abete si intravede qua e là. Nei valloni i segni ancora evidenti dell’incendio disastroso del 2017. Tronchi abbattuti ed alberi ancora in piedi protesi al cielo come scheletri.
Ma i segni della ripresa sono evidenti. Interi filari di giovani ontani vanno a suturare la ferita al suolo mentre nugoli di polloni intorno agli antichi castagni bruciati si vanno elevando verso l’alto, allegri e forti. Scorgiamo anche qualche esemplare di betulla oltre che alcuni esemplari di querce maestose e dei pioppi a dimostrazione di una falda che deve essere generosa nel sottosuolo.
Poi, via via che ci arrampichiamo verso i mille metri, la vegetazione boschiva prende a diradare. Siamo ormai sommersi dal mare di ginestre e dai cespugli di valeriana che annunciano l’avvicinarsi dei Cognoli a mille cento cinquanta metri appena un po’ al di sotto del cratere del Vesuvio che si trova a mille duecento ottanta. Un isolato esemplare di Carpino sfuggito all’incendio sembra montare la guardia a quel mare che diventa sempre più vasto.
Amo le ginestre.
Esse mi emozionano e mi riportano a Leopardi ed al suo testamento poetico e spirituale affidato proprio alle ginestre che popolando il formidabil monte, il severo Vesevo e che mostrano anche agli uomini come affrontare il duro destino, affidandosi al muto soccorrersi del social consorzio tra essi, se ne saranno capaci e sapranno coltivare la reciproca compassione.
Le ginestre sembrano davvero un popolo racchiuso in una selva. Si stringono le une alle altre e coprono i fianchi del monte districandosi tra le fenditure della lava.
La valeriana fa loro da ancella coprendo i bordi esterni del loro regno mentre fiori sgargianti, grossi come papaveri da oppio dalla corolla formata da petali gialli e splendenti come il sole o piccoli come gerani di campo e fitti come selvatici garofani riempiono di colore il nostro percorso.
Rovi maestosi e rose delicate di macchia che qui chiamano cisto, completano il quadro.
Marco mi osserva curioso e come in attesa. Ci stiamo avvicinando alle creste dei Cognoli ed egli attende che io li scopra oltre l’ultima ridente e rigogliosa macchia che si inerpica verso l’alto nascondendo il Vesuvio e mostrandoci il cielo nella sua totale immensità scandito da bianche nuvole che tutto lo segnano esaltandone l’azzurro intenso, pulito e trasparente. Davvero questo cielo è il regno delle nuvole.
Improvviso, il lato nascosto del Vesuvio.
Si staglia d’un tratto davanti a me, maestoso, orgoglioso come un dominatore.
O una sentinella.
Trattengo il fiato e mi fermo.
Si erge in tutta la sua isolata grandezza. Separato dal Monte Somma da una sella oltre la quale si distende la Valle dell’Inferno che attraverseremo domani.
Di qua e di là uno scorcio del golfo lascia intravedere il miracolo di Napoli e del mondo di Partenope.
Dal lato opposto, oltre la piana antropizzata all’inverosimile, i Monti Picentini tra Avellino e Salerno, il Taburno verso Caserta e Benevento, e più in qua il Partenio che da Nola corre verso Avellino con il santuario di Montevergine e di fronte, superbi, si stagliano i Monti Lattari che si allungano chiudendo dall’altra parte il golfo di Salerno e di qua il golfo di Napoli sino a punta Campanella di fronte a Capri. Il monte San Michele con il Molare ed i Tre Calli sono di fronte a me.
In direzione del mare si intravede Torre del Greco, Torre Annunziata e Castellamare di Stabia.
Più in qua, all’interno, Pompei e quindi Ercolano.
È da questo lato che Il Vesuvio eruttò polvere e cenere, lapilli e lava che le seppellirono nel 79 dopo Cristo.
Mi fermo e osservo incapace di proferire verbo, tanta è la bellezza e l’emozione.
Finalmente vedo il volto raggiante di Marco.
“Non ti ho voluto dire nulla lasciando che scoprissi da te l’immensità del Vesuvio guardato dal Monte Somma”.
Ed io penso di nuovo per un attimo a Michael Collins che guardava estasiato il lato oscuro della luna mentre Armstrong e Aldrin scendevano sulla superficie lunare e tutti gli altri a Cape Canaveral attendevano trepidanti che l’Apollo riapparisse con Michael Collins sano e salvo.
Ecco così mi sento io davanti al Vesuvio segreto che nasconde tutto quanto io adesso sto vedendo rivelandosi qui incommensurabilmente più affascinante di quanto non sia sul versante cittadino.”
Antonio Corvino
(per gentile concessione di Rubettino Editore)

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