
L’abete valmairino in Piazza San Pietro
Da qualche giorno la Provincia Granda campeggia in Piazza San Pietro, cuore della Città del Vaticano, con un vistoso frutto della sua terra: l’abete di circa 27 metri lì traslato da Macra. Fa il paio con quello proveniente da Greccio, diocesi di Rieti, per ornare il presepe vaticano a ricordo di quello allestito da San Francesco d’Assisi per il Natale del 1223. Sono trascorsi otto secoli da allora, ma la tradizione perdura e prevale sulla polverizzazione della memoria e l’impoverimento del sacro.
L’abete approdato a Roma dalla remota Valle Maira suscita molte riflessioni sul legame profondo tra la Città Eterna e le Alpi del Mare e specialmente il Cuneese. Le sue valli hanno dato nei tempi ecclesiastici insigni. Tra i recenti e intramontabili basti il dronerese gesuita Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede.
L’imponente abete valmairino, altra cosa dallo “spennacchiotto” anni addietro collocato dall’amministrazione capitolina in Piazza Venezia, insegna che nelle Alpi gli alberi fanno sul serio. Sono una sfida quotidiana alle condizioni climatiche e orografiche più difficili. Crescono e svettano nel tempo ma anch’essi prima o poi giungono al capolinea. E’ il caso dell’abete valmairino che per un mese dominerà Piazza San Pietro. Come, a scanso di polemiche, si è affrettato a far sapere il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, il suo abbattimento era programmato da tempo perché, ormai cinquantenne e “alterato”, si avviava a divenire un pericolo. Così, col suo fusto alto e ardito, la sua chioma dal diametro di 12 metri alla base e un peso stimato di 6,5 tonnellate, ha messo tutti d’accordo: gli abitanti di Albaretto Macra che si offrirono di dotare il Vaticano dell’albero simbolico per il Natale 2023, il vivaio di Villar San Costanzo, celebre per il parco naturale dei “Ciciu” e la parrocchiale di San Pietro in Vincoli (più “romana” non si può), che ha fornito 7.000 stelle alpine per simulare l’effetto neve, e i destinatari dell’omaggio, “messaggio ecologico”, come ha osservato l’assessore regionale Icardi.
L’abete valmairino, ora romano di adozione, manda altri taciti messaggi. Anzitutto a chi non le conosca o le abbia percorse solo di fretta suggerisce di perlustrare le valli del Cuneese, tra le quali la Maira (o Macra), senza offesa per le altre, è meritatamente celebre per le serpentina dei borghi di fondovalle, da San Damiano (ne provennero, come nulla fosse, i Giolitti, gli Einaudi, i Soleri…) a Stroppo, sino ad Acceglio e a Saretto, ove il 31 maggio 1944 vennero stretti gli accordi tra resistenti italiani e francesi (ne ha scritto Marta Arrigoni in un sontuoso volume fresco di stampa), e quelli arrampicati sui suoi fianchi, come l’inarrivabile Elva da un canto, Marmora e le tante Macra dall’altro.
Senza entrare nella controversa origine della sua denominazione e dei tanti toponimi della valle, balza all’attenzione che sotto il profilo amministrativo il suo territorio appartiene al circondario di Cuneo dall’istituzione del franco-napoleonico Dipartimento della Stura, corrispondente alla futura Provincia di Cuneo, mentre sotto il profilo ecclesiastico rimane compreso nella diocesi di Saluzzo, istituita il 29 ottobre 1511 da papa Giulio II, che ne creò vescovo suo nipote, Giovani Antonio della Rovere, ventiduenne e neppure sacerdote. Erano i tempi di Ludovico II e della sagace Margherita di Foix, quando il Marchesato era all’apice della fortuna. Li rievoca il vescovo Cristiano Bodo, che fa notare la continuità tra l’abete valmairino e il magistero di papa Francesco esercitato anche attraverso costituzioni apostoliche ed encicliche (come Laudato si’)dedicate alla salvaguardia dell’ambiente.
Aldo A. Mola

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