
Le manifestazioni contro Hamas all’interno della striscia di Gaza rappresentano un significativo cambio di spartito; una benaugurante nuova narrazione all’interno del mondo palestinese, violentato ed oppresso per anni dalla brutalità di miliziani senza scrupoli.
Ma forse c’è di più.
La levata di scudi contro Hamas, nel dileggiare beffardamente i “free-palestine” nostrani, europei ed a stelle e strisce (che guarda caso sono, letteralmente, spariti), costituisce un pugno nello stomaco per l’ONU, il suo presidente António Guterres e per quanti, ad iniziare dal governo sudafricano, avevano additato Israele di “genocidio” chiamando l’intero Esecutivo Netanyahu a rispondere davanti al tribunale penale internazionale dell’Aia di “crimini contro l’umanità”.
Certo, la reazione provocata dalla carneficina portata a termine da Hamas in terra israeliana il 7 ottobre 2023, è stata a tratti brutale, spietata, senza esclusione di colpi tanto da far invocare dall’intera comunità internazionale maggiore equilibrio ed umanità.
Onestà intellettuale vuole che niente di quanto atroce sia stato compito dall’una parte come dall’altra non debba essere denunciato e -fermamente- censurato, ma la ribellione della popolazione di Gaza verso gli stessi loro aguzzini e non contro Israele: seme di una nuova consapevolezza, la dice lunga su le molte verità dolorosamente taciute, vilmente contraffatte o, talvolta, colpevolmente coperte. Tutto a scapito della popolazione inerme, crudelmente soggiogata dal terrore e, spesso: a spregio di ogni umanità, utilizzata come scudo umano.
Nell’avvento di una nuova Gaza, tra le macerie umane, la voce del popolo oppresso da decenni appare un luminoso raggio di speranza; lo spiraglio emozionante di una nuova vita: di quella pace per 70 anni tradita e derisa da tutte le parti in causa.
Un grido di libertà che è premessa e promessa di un nuovo domani; di una nascente consapevolezza sulla reale possibilità di convivenza quale vincolo di rispetto dell’esistenza e della sicurezza altrui.

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