
In Italia esiste un solo luogo dove la fisica delle particelle diventa medicina: un bunker con muri spessi sei metri, nascosto sotto il Policlinico San Matteo di Pavia, che ospita un sincrotrone di venticinque metri di diametro, la stessa tecnologia del CERN di Ginevra.
È il CNAO, Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, l’unico in Italia e uno dei sei al mondo capace di usare clinicamente gli ioni di carbonio per colpire tumori che la radioterapia convenzionale non sfiora nemmeno.
Qui si curano cordomi, condrosarcomi, sarcomi ossei, tumori della base del cranio, neoplasie rare e resistenti, quelle che altrove vengono archiviate come “inoperabili”.
Dal 2011 a oggi il CNAO ha trattato oltre 4.700 pazienti.
Dal 2014 il trattamento è gratuito per il paziente, perché coperto dal Servizio Sanitario Nazionale.
Ma gratuito non significa accessibile.
Perché un ciclo di adroterapia costa allo Stato circa 24.000 euro, meno di un terzo del costo annuale di molti farmaci biologici, mentre costruire il centro è costato 125 milioni e l’ampliamento in corso ne costa altri 80.
Numeri che, in un Paese che spende oltre 130 miliardi l’anno in sanità, dovrebbero essere considerati un investimento ovvio.
E invece no: l’Italia ha un solo centro!
Uno.
In un Paese di sessanta milioni di abitanti.
Uno per tutto il Nord, il Centro, il Sud, le Isole.
Uno per chi può permettersi di arrivarci.
Perché questa è la verità che nessuno vuole dire: la cura è gratuita solo per chi vive vicino alla cura.
Per tutti gli altri è un lusso.
Un siciliano deve percorrere 1.500 chilometri per arrivare a Pavia.
Un lombardo ne percorre quaranta.
E allora la domanda non è tecnica, non è scientifica, non è economica.
È politica!
Perché il Sud non ha nulla di equivalente?
Perché la Sicilia, che registra il più alto tasso di migrazione sanitaria oncologica, non ha un centro di adroterapia?
Perché un paziente del Sud deve pagare voli, treni, mesi di affitto, pasti fuori, permessi di lavoro, assenze, solitudine, mentre un paziente del Nord arriva in auto e torna a casa la sera?
Perché la povertà deve diventare un fattore prognostico?
Perché la gente deve scegliere se curarsi o fallire?
Perché la gente deve arrivare a dire: “Non posso permettermelo, preferisco morire”?
La risposta è semplice e terribile: non è il CNAO il problema.
È lo Stato!
È la politica che ha scelto di non garantire equità territoriale nelle cure avanzate.
È la politica che ha scelto di considerare la sanità un costo e l’industria bellica un investimento.
È la politica che ha trovato miliardi in poche ore per inviare armi a Paesi in guerra, anche superando i limiti della legge 185 del 1990, che vieta l’esportazione di armamenti verso Stati coinvolti in conflitti o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.
Una legge nata per impedire all’Italia di alimentare guerre e che negli ultimi anni è stata aggirata, reinterpretata, modificata per consentire forniture militari che alimentano conflitti lontani e profitti vicinissimi.
Perché quando si tratta di armi, i soldi si trovano sempre.
Perché l’industria bellica italiana – Leonardo, Beretta, Fincantieri – riceve commesse miliardarie, accordi bilaterali, sostegno politico trasversale.
Perché esiste un intreccio evidente tra governo, industria della difesa e interessi economici che non incontra mai ostacoli.
Perché per comprare F35, missili, droni, sistemi d’arma, non servono anni di discussioni: basta una firma.
Per costruire un centro che salva vite, invece, servono decenni di silenzi.
E allora il paradosso è questo: l’Italia investe senza esitazione nella capacità di uccidere, ma esita quando si tratta di investire nella capacità di curare.
Trova miliardi per alimentare conflitti, ma non trova 120 milioni per costruire un centro che potrebbe evitare interventi devastanti, farmaci costosissimi, recidive, invalidità permanenti.
Trova fondi immediati per armare Paesi in guerra, ma non trova un euro per impedire che un malato siciliano debba attraversare l’Italia per non morire.
Trova risorse per sostenere industrie che producono morte, ma non trova risorse per sostenere infrastrutture che producono vita.
E così condanna milioni di cittadini del Centro e del Sud a una sanità di serie B.
E c’è un’ultima verità, la più amara, la più inaccettabile, la più taciuta: in Sicilia non solo non esiste un centro di adroterapia, ma esiste il MUOS.
Una delle più potenti sorgenti di elettromagnetismo del pianeta, installata nel cuore della nostra Isola senza consenso popolare, senza trasparenza, senza tutela sanitaria, senza applicazione del ‘Principio di precauzione’.
Un impianto che ha sollevato allarmi sanitari, studi, proteste, ricorsi, e che rappresenta l’esatto contrario del diritto alla salute garantito dall’articolo 32 della Costituzione.
Perché il paradosso è questo: lo Stato permette l’installazione di un sistema militare che espone la popolazione a rischi elettromagnetici, ma non costruisce un centro che potrebbe curare chi si ammala.
Ti espone al rischio e poi ti nega la cura.
Ti mette in pericolo e poi ti dice che per salvarti devi attraversare l’Italia.
Ti impone un impianto militare e poi ti lascia senza un’infrastruttura sanitaria.
È una doppia violazione: del diritto alla salute e del diritto alla dignità.
È una discriminazione territoriale che non ha eguali in Europa.
È una ferita aperta che riguarda non solo la Sicilia, ma l’intero Paese.
Perché quando uno Stato consente l’installazione di un sistema militare straniero che può incidere sulla salute dei cittadini, e contemporaneamente non garantisce a quei cittadini l’accesso alle cure più avanzate, quello Stato non sta più proteggendo la sua popolazione: la sta sacrificando!
E allora la domanda finale è questa: che valore ha la vita di un cittadino siciliano per lo Stato italiano?
Vale abbastanza da meritare un centro di adroterapia?
Vale abbastanza da meritare la stessa possibilità di cura di un cittadino lombardo?
Vale abbastanza da non essere esposto a un impianto militare che nessun’altra regione avrebbe accettato?
Vale abbastanza da non essere trattato come un territorio sacrificabile?
Perché oggi la risposta è no!
Oggi la Sicilia è la regione dove si può installare il MUOS ma non un centro oncologico avanzato.
Dove si può autorizzare un sistema militare ma non una tecnologia salvavita.
Dove si può mettere a rischio la salute, ma non proteggerla.
Dove si può ammalare, ma non curare.
Questo non è più un problema sanitario.
Non è più un problema politico.
È un problema di diritti umani.
È una violazione dell’articolo 32 della Costituzione.
È una discriminazione di Stato.
È un fallimento morale della Repubblica.
E il Parlamento ha il dovere di intervenire.
Non per generosità.
Non per convenienza.
Ma perché la Costituzione lo impone.
Perché la dignità lo pretende.
Perché la Sicilia non è una colonia militare.
Perché i cittadini del Sud non sono sacrificabili.
Perché la salute non è un privilegio geografico.
Perché la vita non può dipendere da un biglietto aereo.
E perché questa volta la gente non starà zitta.
Questa volta la Sicilia parla.
E il Parlamento deve ascoltare!
Angioletta Massimino

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