
Il Medioevo è impresso nel nostro immaginario collettivo come epoca densa di contrasti: la cavalleria, l’amore cortese, la vita monastica, ma anche intolleranza religiosa, brutali lotte di potere.
Inoltre è caratterizzato da un fascino arcano che compare in modo suggestivo nel romanzo di Tiziana Fini La via dei cavalli notturni (quasi una fiaba, come ha spiegato l’autrice al Resto del Carlino).
Un sapiente dosaggio tra mistero e ambientazione storica si unisce a un intreccio narrativo avvincente, ricco di colpi di scena, dove i personaggi hanno spessore e varie sfaccettature.
E un’ulteriore attrattiva è il fatto che le vicende si svolgono in piccoli borghi dell’Appennino tosco-emiliano: in particolare a Riolunato, dove vive l’autrice, e in paesi limitrofi dell’area del Frignano, che serbano il ricordo di quei secoli lontani in antichi edifici d’impianto medievale: chiese, castelli, case, palazzi, ma sono anche sede di suggestivi racconti e leggende.
Una mattina, un sacerdote si trova di fronte una ragazzina sporca, spettinata… che gli chiede di seguirla. È Caterina, la figlia della strega, o meglio di colei che è considerata tale perché lei e sua figlia vivono a stretto contatto con la natura.
Esse raccolgono molte erbe, a cominciare dall’iperico, secondo una tradizione antica, passata da madre a figlia per generazioni: «La mamma mi aveva spiegato dove avrei potuto trovare tante belle piante di iperico e di menta. Il primo, raccolto la mattina di san Giovanni e messo a macerare nell’olio, dà sollievo alle contusioni; la seconda, tenuta in casa in mazzi, allontana le mosche».
La storia ha una svolta quando la protagonista Malvina incontra un misterioso cavaliere che parla in una lingua sconosciuta… Ma è meglio fermarsi qui per non spoilerare e non perdere l’emozione della scoperta.
Mi limiterò a ribadire che la descrizione dell’ambiente ha un ruolo fondamentale per sottolineare sensazioni, emozioni. Quando Malvina, durante un pellegrinaggio, vede l’imboccatura di un sentiero e lo percorre, ci troviamo in una sorta di luogo incantato. «C’era qualcosa di strano, d’indefinibile tra quelle montagne. Un grande senso di quiete sembrava aleggiare in ogni angolo». Allora il suo animo si rasserena: «Uno sciame di farfalle azzurre, intente ad abbeverarsi sull’orlo di una pozzanghera, volarono via tutte insieme al mio passaggio, avvolgendomi in una nuvola colorata. Ero una di loro. Leggera, trasognata, ero una cosa sola con la foresta» (mi ha fatto pensare all’atmosfera sospesa e perturbante del film-cult di Peter Weir Picnic ad Hanging Rock).
In questo fascinoso scenario la strada si fa pianeggiante, si apre una vasta prateria, un mare d’erba: e sullo sfondo edifici uniti da muraglie con portali ad arco.
È l’incontro con una comunità misteriosa, un ordine cavalleresco e religioso che aveva un ruolo molto importante nel contesto europeo. La vicenda dei Templari, del loro sapere esoterico, della loro tragica fine è uno dei fils rouges del romanzo e con essa compaiono altri segreti e drammi che coinvolgono la ragazza. Peraltro, il nonno, in punto di morte, l’aveva messa in guardia dicendole: «I Templari sono potenti, ma i loro nemici lo sono di più… non metterti nel mezzo».
Ma non sarà così. Al versante descrittivo fa seguito l’azione, che si dispiega su più piani: avventura, amore, dramma, tradimenti crudeli si amalgamano, così come vari items narrativi si compenetrano.
Ci saranno altri incontri con personaggi enigmatici come lo sconosciuto che dà ospitalità a Malvina. Nel vederlo, la ragazza prova un tuffo al cuore. Di questa figura paterna non avrebbe mai saputo il nome, eppure sentiva che non era un estraneo. Quando Malvina si rimise in viaggio, lui le disse: «Ci rivedremo, sai, Capelli d’argento, te lo prometto. Sarà in un modo che nemmeno immagini. Forse saremo diversi, ma ci riconosceremo, senza ombra di dubbio».
Saremo diversi, forse in un’altra vita. Malvina si chiederà se durante la storia passata «fosse mai esistito qualcuno che avesse pensato con la mia mente e visto con i miei occhi».
E lo stupore cresce quando, molti anni dopo, una bambina, la nipote Caterina, esclama in chiesa «Pere notre qui es au ciel». Poi, tra l’erba, scopre un masso di arenaria su cui è incisa una croce inscritta in un cerchio.
L’autrice si domanda se si possa parlare di metempsicosi o di coincidenze significative, quella sincronicità di cui parla Jung.
I misteri sono molti, come il sogno del pellegrinaggio a San Pellegrino in Alpe, o cosa sia, in realtà, il Graal, o da dove venga quel tubero che salva loro la vita nel corso di una terribile carestia… e quale sia la via dei cavalli notturni… segreti talora solo adombrati o da esplorare pagina su pagina.
Da notare che l’autrice, in altri scritti, ha formulato interessanti congetture sulla presenza dei Templari nel Frignano (che è plausibile in quanto presidiavano i passi montani per rendere sicura la via ai pellegrini e ai viandanti, tant’è vero che anch’io mi sono interessato della loro presenza sui Monti Pisani, crocevia del “raccordo” che collegava Pisa con la Francigena e con la Via Strata longobarda e quindi, a maggior ragione, questa presenza doveva essere importante sui passi appenninici).
Gabriele Parenti

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