Guardando quel Tricolore di sessanta metri che, in un sabato di metà marzo 2011, percorreva le strade di Roma ̶ fino al Pincio per scendere poi a piazza del Popolo, che nella Capitale è il luogo prescelto per gli eventi di partecipazione dei cittadini ̶ immaginavo l’espressione soddisfatta che avrebbe avuto Giuseppe Compagnoni nel vedere la sua “creatura” al centro di tanta attenzione.
Ma quella in piazza del Popolo era soltanto la prima di centinaia di migliaia di bandiere che, nell’anno delle celebrazioni per i 150 dell’Unità, hanno colorato di verde, bianco e rosso i balconi e le finestre da Roma a Torino a Palermo. È così che gli italiani hanno voluto testimoniare il ritrovato orgoglio per la loro identità nazionale.
Il libro L’Italia s’è desta, che ho scritto con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami e che l’editore Cairo ha pubblicato, ha lo scopo, tra gli altri, di richiamare l’attenzione di tutti gli italiani sul valore dei simboli della nostra Patria e di far rivivere, attraverso un racconto che emoziona, i momenti della loro nascita e gli avvenimenti più significativi della loro storia avventurosa.
Il Tricolore come bandiera nazionale italiana ha, come ciascuno di noi, il suo luogo e la sua data di nascita e, naturalmente, dei genitori: Reggio Emilia, 7 gennaio 1797, Repubblica Cispadana. L’animatore più vivace delle sedute della Repubblica fu un deputato di Lugo, fervente patriota e anche buon letterato, Giuseppe Compagnoni. E quel 7 gennaio fu proprio lui il protagonista. “Si renda universale lo Stendardo dei tre colori Verde, Bianco e Rosso”, disse, e la sua proposta fu accolta con scrosci di applausi, guadagnandogli a buon diritto l’appellativo di “papà” del Tricolore.
Quella prima bandiera italiana ebbe caratteristiche notevolmente diverse rispetto al Tricolore che conosciamo attualmente: differiva nella disposizione dei colori, le bande erano orizzontali, nella parte bianca spiccava una faretra con quattro frecce e le lettere “RC”. Ma quel verde, quel bianco e quel rosso divennero da subito i colori della fede politica e della speranza in un futuro migliore.
Da questa speranza erano mossi gli studenti Luigi Zamboni, bolognese, e Giovanni Battista de Rolandis, astigiano, che già nel novembre del 1794, a Bologna, indossarono la coccarda tricolore durante la tentata insurrezione contro lo Stato pontificio. Un esperimento non fortunato, uno dei tanti momenti difficili al quale seguirono esaltanti periodi di gloria.
C’è un’altra data, tra le tante, alla quale ci sentiamo particolarmente legati ed è quella del debutto del nostro inno nazionale. È il 10 dicembre 1847, quando Il canto degli italiani congiuntamente firmato da Mameli e Novaro venne presentato ai genovesi e ai patrioti di varie regioni convenuti nel capoluogo ligure. L’occasione fu la ricorrenza del centenario della cacciata degli austriaci.
Come «anticipo» dello Statuto albertino era venuta meno la norma poliziesca che proibiva assembramenti di più di dieci persone. E a Genova si ritrovarono in 30.000 e furono quei 30.000 convenuti a intonare per la prima volta le note di Fratelli d’Italia, mentre si accendevano i fuochi della cosiddetta «notte dell’Appennino»: grandi falò organizzati da Nino Bixio sulle vette più alte, dal Monte Fasce fino al litorale.
Dopo qualche giorno tutti già conoscevano l’inno, e in particolare i genovesi continuarono a cantarlo nelle dimostrazioni di crescente vivacità che nella città si susseguivano a getto continuo. Ma la popolarità non rimase circoscritta alla Liguria, perché pochissimi mesi più tardi ci fu in Lombardia la vera prova del fuoco: fra crepiti di fucili e colpi di cannone, Fratelli d’Italia confermò le sue doti di forza di trascinamento sulle barricate delle Cinque giornate di Milano (18-23 marzo 1848), dove appunto gli insorti fecero risuonare a pieni polmoni l’inno. Di Fratelli d’Italia è anche significativa la giovane età degli autori. Goffredo Mameli era appena ventenne. La sua giovane vita appare talmente ricca di avvenimenti da far pensare che Mameli presagisse la scarsità di tempo che il destino gli aveva messo a disposizione e che cercasse di bruciare le tappe, anche se per un giovane è difficile immaginare che l’appuntamento con la morte possa arrivare a soli ventidue anni. Cadde ferito alla testa di un battaglione mentre penetrava nella Villa Corsini al Gianicolo e morì subito dopo all’Ospedale della Trinità dei Pellegrini. Oltre che autore dell’inno fu anche eroe della Repubblica romana. Ma anche l’autore dello spartito, Michele Novaro, era tutt’altro che un professore d’orchestra stagionato e canuto. Aveva infatti venticinque anni. Genovese come Mameli, aveva studiato nella sua città composizione e canto. S’era trasferito a Torino per motivi professionali, con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori presso i teatri Regio e Carignano.
Il vero gradimento per l’opera di Mameli e Novaro venne dalla gente di strada, che cantava a squarciagola Fratelli d’Italia anche nei primi mesi in cui l’inno era mal tollerato dalle autorità piemontesi.
A volte, per cogliere l’essenza degli avvenimenti storici, risultano utili i dettagli cosiddetti «minori».
Come trascorse il comandante delle camicie rosse, il generale Garibaldi, quelle ore d’attesa della sera della vigilia di un grande avvenimento storico: l’imbarco dei «Mille» sui due vapori Piemonte e Lombardo per raggiungere la Sicilia? Lo racconta Giuseppe Bandi (che partecipò alla spedizione) nel libro I Mille. Da Genova a Capua: cantando con i “suoi” l’inno a Villa Spinola di Quarto, dove alloggiava.
Il clima d’euforia delle origini di Fratelli d’Italia è rievocato da parecchi episodi, compresi alcuni che sono storicamente controversi e che assumono pertanto un sapore di leggenda. Uno di essi si riferisce al presunto incontro a Milano, dopo la rivolta delle Cinque Giornate, fra lo stesso Michele Novaro e Goffredo Mameli. L’episodio venne raccontato da Novaro al giornalista Anton Giulio Barrili: «Si discorreva (era l’aprile 1848) in piazza del Duomo di tutte le cose nostre genovesi, quando a un tratto la banda intonò il Fratelli d’Italia. Un urrà generale si levò per la piazza; Goffredo ebbe come un lampo negli occhi, mi gettò le braccia al collo e mi baciò. Fu l’ultima volta che lo vidi».
Da allora inno e tricolore suscitano negli italiani grandi emozioni. Ascoltare l’inno e guardare sventolare il tricolore ci ricorda tantissimi personaggi, maggiori e minori, che hanno lasciato una traccia nella storia e senza dei quali non ci sarebbero stati né Risorgimento, né l’Unità d’Italia, né la rinascita nazionale. A questi italiani, io e gli altri due autori, dedichiamo il libro L’Italia s’è desta che, edito da Cairo, è in libreria dal 2 giugno 2011.
Giuseppe Marchetti Tricamo

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