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La vera sicurezza? Esteri e difesa

Gli Stati sono la politica estera e militare che fanno. Quella italiana è caratterizzata da errori per tutti i 150 anni di Stato unitario. Errori che si sommano e si pagano a lungo.

di Aldo A. Mola | 5 Maggio 2019

Stati e lunga durata degli interessi dei cittadini

Gli Stati sono la loro politica estera e militare. La loro forma (monarchia, repubblica, federazione, cessione consensuale o forzata di poteri ad altri …) può mutare. Gli interessi generali permanenti dei loro cittadini invece rimangono nel tempo. Sono la “lunga durata” insegnata da Fernand Braudel. E questa non si riduce a contabilità pubblica e privata. Sono la certezza del futuro, la sicurezza politico-militare, fondata su coerenza, continuità, affidabilità. La vera sicurezza non si difende sulla soglia di casa ma ai confini dello Stato. Quella degli italiani del terzo millennio si difende a migliaia di chilometri dai loro confini geo-politici, grazie alle politiche comunitarie, ad alleanze collaudate da decenni ed a costosissimi sistemi d’arma in via di perfezionamento. Vale soprattutto per gli Stati deboli per la posizione geostorica e per la loro fragilità genetica. Essi stanno al mondo venturo come i piccoli potentati e i borghi italiani vissero quindici i secoli dalle invasioni barbariche all’unificazione nazionale: facile preda di eserciti e “bande” di passo. È il caso dell’Italia. La sua politica estera e conseguentemente militare nel corso dei neppure 150 anni dall’unione del regno con Roma risultò di sua scelta complessivamente discontinua, volubile e povera di risultati, sino alla sconfitta catastrofica nella seconda guerra mondiale, il cui passivo fu e sarà scontato per molte generazioni. Gli errori compiuti nel quinquennio 1935-1940 (la guerra d’Etiopia, la sbandata di Mussolini a fianco della Germania, dettata da calcoli di politica interna e finita con la resa senza condizioni del settembre 1943 e con la pace mortificante del 10 febbraio 1947) ebbero però la premessa nella politica estera dal 1914 al 1919. Il suo centenario scivola via, sommerso da fatue dispute sulla “difesa della storia” ora accampata anche da chi ha solitamente subordinato la ricerca storiografica a interessi partitici ed elettorali, mentre tanti studiosi anziché poco corrivi a firmare appelli lavoravano negli archivi. Ma l’Italia, con buona pace degli “appellisti”, è il Paese dei “manifesti degli intellettuali”, oggi come nel 1925.

Le “ragioni” dell’intervento dell’Italia nella Grande Guerra

Perciò meritano un rapido sguardo i catastrofici errori del 1919, quando, vinta la guerra da parte dei militari (da Cadorna e Capello a Diaz, Giardino e Badoglio), l’Italia la perse per insipienza dei “politici”, cioè del governo dell’epoca, incardinato sul presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, e sul ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, apprezzato cultore di Dante (come tanti a quel tempo),  protomeridionalista acuto ma privo di lungimiranza  e di senno politico, che poi è tutt’uno con il “senso dello Stato”, di cui rimane esempio sommo l’insuperato Giovanni Giolitti.

Cent’anni orsono l’Italia sprecò gran parte delle ragioni con le quali aveva motivato l’intervento nella Grande guerra a fianco dell’Intesa anglo-franco-russa. Il 18 gennaio 1919 si aprì a Parigi il Congresso per la pace. Dopo mesi di schermaglie procedurali e di liti tra le gareggianti ingordigie, il 24 aprile la delegazione italiana lasciò polemicamente i lavori per protesta contro gli alleati, specialmente contro il presidente degli Stati Uniti d’America, Woodrow Wilson, che rifiutavano di assegnare all’Italia Fiume, la seconda città portuale dell’Adriatico settentrionale, strategica per tutta l’area dell’Europa centrale. Il 24 maggio 1915, con Antonio Salandra presidente e Sonnino già agli Esteri, il governo aveva spinto il Paese in guerra puntando al dominio sull’Adriatico. Fra le tre possibili opzioni (annessione delle terre notoriamente italofone; richiesta del confine naturale, ovvero la displuviale alpina, comprendente ampie aree a larga maggioranza germanofone o slave; espansione  oltre il confine naturale, con acquisizione di isole e città dell’antica Dalmazia) con l’accordo di Londra del 26 aprile 1915 Roma puntò sulla terza: il sogno di una talassocrazia circoscritta all’Adriatico mentre già molto faticava a tenere le briglie di un dominio coloniale troppo costoso per le sue risorse, dall’Eritrea alla Somalia alla Libia. Le sue “ragioni” furono ripetutamente messe in discussione durante il conflitto, in specie nell’estate 1917, quando il congresso della massoneria dei Paesi alleati e neutrali (28-30 giugno) approvò lo Statuto della Società delle Nazioni e subordinò a plebiscito la demarcazione dei confini nelle zone mistilingue. Tale principio (propriamente massonico) avrebbe comportato per l’Italia il ripiegamento sulla soluzione minimalistica, cioè la rinuncia al Brennero e alle terre a est di Gorizia e di Trieste, per non parlare del lungo elenco di isole e basi sulla costa adriatica orientale minuziosamente elencate nell’arrangement di Londra.

1918-1919: gli USA ignorarono gli accordi preesistenti tra alleati

L’intervento degli Stati Uniti in guerra, il 6 aprile 1917, venne salutato anche in Italia con motivato entusiasmo, nella convinzione che Washington avrebbe concorso alla vittoria senza mettere in discussione i patti corsi tra gli alleati. All’opposto, gli USA non riconobbero affatto né l’Intesa né gli accordi via via stabiliti tra questa e i nuovi alleati e/o associati europei ed extraeuropei. Ai suoi occhi il groviglio di trattati e patti pregressi avevano l’imperdonabile inconveniente di essere “segreti”. Essi, inoltre, comportavano modifiche largamente condivise (evacuazione dei tedeschi dalle aree invase, a cominciare dal Belgio, ritorno dell’Alsazia-Lorena alla Francia, ricostituzione della Polonia e della Boemia indipendenti e italianità di Trento e Trieste), ma risultavano opachi sulle sorti dell’immenso impero turco, sull’Austria-Ungheria, sulle colonie germaniche e sul destino dei Balcani, incluso il confine tra regno d’Italia e lo stato serbo-croato-sloveno, la cui costituzione venne proclamata nel convegno di Corfù all’indomani del congresso massonico parigino, con la benedizione di Parigi. Anche gli osservatori meno sospettosi compresero che i nuovi Stati, come la Boemia e la Jugoslavia, nascevano sotto tutela della Francia, i cui obiettivi postbellici risultavano dunque del tutto contrastanti con quelli italiani.

Il divario degli USA rispetto all’Europa venne accentuato dai Quattordici punti l’8 gennaio 1918 enunciati da Wilson e dalle Proposte complementari (12 febbraio) quali basi della pace ventura. Essi dissero chiaro che gli USA erano entrati in guerra a causa delle violazioni del diritto che li avevano direttamente colpiti. Oltre alla libertà di navigazione sui mari in pace e in guerra e alla piena libertà di commercio, Washington non tenne in alcun conto gli “accordi internazionali privati di qualsivoglia natura”, cioè i “patti” tra gli alleati, da sostituire con “pubblici trattati di pace, conclusi apertamente”. L’opinione internazionale era sotto l’impressione suscitata dalla pubblicazione del protocollo costitutivo dell’Intesa e dell’accordo italo-intesista del 26 aprile 1915, rinvenuto dai bolscevichi di Lenin negli archivi segreti dello zar e pubblicati dal quotidiano del partito, “La Verità”, con grande scandalo e irritazione dei loro autori e fautori e indignazione di quanti scoprirono che “lavoravano per il re di Prussia”. Fu il caso dei cattolici dinnanzi all’esclusione della Santa Sede dal Congresso di pace. Il 9° punto di Wilson allarmò il governo di Roma: “Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere effettuata secondo linee di nazionalità chiaramente riconoscibili”. Mentre ricalcava le conclusioni del Congresso massonico parigino, esso si intrecciava col punto 10°: la garanzia di sviluppo autonomo dei popoli dell’Austria-Ungheria, ai quali gli USA intendevano salvaguardare un posto tra le nazioni. Al riguardo l’Italia era lontana da una posizione univoca. Mentre per Sonnino la duplice monarchia doveva essere tenuta in vita quale antemurale verso l’avanzata degli Slavi, altri erano per la sua totale dissoluzione a vantaggio dei popoli “oppressi” ascendenti a Stati, in un quadro politico-militare reso confuso dalla rivoluzione in corso nell’ex impero zarista.

Inizialmente esaltato come sicuro interprete del pensiero democratico, quando compì il viaggio in Italia Wilson fu accolto da manifestazioni popolari deliranti, assecondate da giornali e riviste che lo dipinsero quale novello Giuseppe Mazzini. Poiché i suoi progetti erano criticati dalla Santa Sede, Wilson fu anche spacciato quale campione della massoneria universale. In realtà, non lo era affatto, a differenza del suo predecessore, Theodore Roosevelt, e di suoi successori quali William Howard Taft (celebre come “isolazionista”), Warren G. Harding, Franklin D. Roosevelt, in carica dal 4 marzo 1933 alla morte, il 12 aprile 1945, ed Harry Truman. Nell’entusiasmo, miscuglio di disinformazione, miopia e calcoli infondati, gli vennero intitolati vie, piazze, bar, ristoranti e locali cinematografici. Come tanti innamoramenti focosi per una persona invero sconosciuta, quello per il presidente degli USA presto volse in delusione cocente. Se Parigi era in serrata competizione con Roma, dalla Cecoslovacchia al Mediterraneo orientale, agli interessi dell’Italia Wilson antepose quelli della Jugoslavia e, ignaro, superficialmente informato o per la sua inclinazione al misticismo, si dichiarò fiducioso nell’evoluzione democratica della rivoluzione in Russia.

In Italia il quadro  politico non poteva essere più caotico. Dopo la fondazione del partito popolare italiano (19 gennaio), Mussolini costituì a Milano i fasci di combattimento (23 marzo), dal programma polivalente e labile. Il 1° maggio 1919 Antonio Gramsci, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e altri fondarono a Torino l’“Ordine Nuovo”, ferocemente antigiolittiano. Lo Statista stava elaborando il progetto più avanzato della borghesia riformatrice, incardinato su restaurazione della finanza pubblica, politica estera scevra da tentazioni imperialistiche, progressività delle imposte e rilancio dell’istruzione in tutti gli ordini e gradi, a cominciare da quella tecnica e professionale. Incombevano tre urgenze concatenate: drastica riduzione delle dimensioni delle forze armate, sia perché sproporzionate agli obiettivi politici perseguibili dall’Italia inchiodata da un debito pubblico spaventoso, il passaggio dalla produzione di guerra a quella di pace e l’adeguamento di salari e stipendi alla svalutazione del potere d’acquisto della moneta, che anche in Italia metteva in ginocchio la media e piccola borghesia. Era scontato che questo accadesse nei paesi vinti (a cominciare dall’Austria e dalla Germania, precipitate in una crisi economica, sociale e morale avvilente) ma era inconcepibile che avvenisse anche in Italia, Paese formalmente vincitore. Per di più in ottobre il Partito socialista, guidato da Giacinto Menotti Serrati, sterzò a favore della Terza Internazionale bolscevica per “fare come in Russia”

Dinnanzi al rifiuto degli Alleati di riconoscere all’Italia Fiume in aggiunta ai compensi previsti dall’accordo di Londra, come detto il 24 aprile la delegazione italiana lasciò Parigi. Il gesto, che voleva scuotere gli alleati, cadde nella loro indifferenza generale. Seguirono giorni di frustrazione e di polemiche roventi. Il gran maestro del Grande Oriente, Ernesto Nathan, che nel 1915 aveva rappresentato l’Italia all’inaugurazione del Canale di Panama e all’Esposizione universale di San Francisco, il 25 aprile lanciò un appello agli italiani contro Wilson. Però a Parigi i lavori proseguirono come nulla fosse. Anzi, venne approvato lo statuto della Lega delle Nazioni (da non confondere con la massonica Società delle Nazioni), con sede a Ginevra (anche perché il Congresso avrebbe di lì a poco ribadito la neutralità della Svizzera) e una serie di clausole lontane dalle aspirazioni dell’Italia. L’art. 21 della Lega fu però il più emblematico: il dominio planetario degli USA. Mentre spazzava via la diplomazia segreta, che per secoli era stato il metodo ordinario delle relazioni interstatuali nella Vecchia Europa (anche in forma di accordi tra i suoi singoli Stati e il nemico principale della cristianità: la Sublime Porta di Istanbul, vezzeggiata per calcoli inconfessabili), lo statuto della Lega adottò la “Dottrina Monroe” del 1823, sintetizzata nella formula sbrigativa ma chiara “l’America agli Americani”, senza reciprocità per gli europei.

 

L’amara via francigena

Dopo dieci giorni di aventinismo diplomatico al governo di Roma dovette bere l’amaro calice: riprendere la via francigena. Il 2 maggio Sonnino riassunse lo stato della crisi: non rimaneva che “invocare per ora il puro e semplice trattato di Londra, come sta, e senza modificazioni (cioè rinunziando per ora a Fiume). All’infuori di ciò non resta che rassegnarsi alle imposizioni di Wilson, attenuate in parte, se possibile, dalle proposte degli alleati”. Dopo una “riunione tempestosa” con Orlando, presente Armando Diaz, già Comandante Supremo, la delegazione italiana radunata a Roma prese atto dell’oggettiva ostilità degli alleati dinnanzi alle loro richieste: non avrebbe ottenuto la sovranità su Zara, Sebenico e le tre terre agognate. Le avrebbe ricevute “pro tempore” come “mandato” da parte della Lega che a sua volta avrebbe assunto la sovranità su Fiume. Tornata a Parigi il 5 e ai lavori congressuali dal 7 maggio 1919, la delegazione passò da una delusione all’altra: una situazione insostenibile non solo a Parigi ma anche in Parlamento. Il nodo della vertenza tornò a essere il vincolo non aggirabile di indire il plebiscito nelle terre mistilingue, che vi avrebbe messo “in istato di maggiore inferiorità la nazionalità italiana”.

Il 19 giugno la Camera respinse a larghissima maggioranza (appena 78 “si” contro 262 “no”) la proposta di Orlando di adunarsi in comitato segreto per discutere le comunicazioni del governo sulla politica estera. Il “presidente della Vittoria” non aveva ancora capito che era finita per sempre l’epoca delle trattative segrete e dei segreti sulle trattative. Lo aveva spiegato due anni prima Giolitti nel famoso discorso del 13 agosto 1917 da presidente del Consiglio provinciale di Cuneo, con sei mesi di anticipo sui 14 punti di Wilson: “Sarebbe pericolosa illusione credere che si possa riprendere con poche varianti l’andamento della politica estera a base di trattati segreti”.

 

Sonnino: firmò la pace, ma ormai decaduto dalla carica

Il 23 giugno a Roma si insediò il nuovo governo presieduto da Francesco Saverio Nitti con agli Esteri il giolittiano Tommaso Tittoni. Il 28 giugno fu solennemente firmato il trattato di pace contro la Germania. Per l’Italia esso venne sottoscritto da Sonnino, rimasto appositamente a Parigi, ma ormai privo della carica di ministro. Non fu una gran figura, né per lui né per il suo Paese. Quelle peripezie vanno ricordate non solo per vezzo antiquario ma per porre con fermezza la domanda che da un anno incalza senza risposta: qual è la politica estera dell’Italia attuale? Essa va discussa nell’unica sede istituzionale appropriata: il Parlamento. Il 17-21 maggio 1915 esso venne plagiato dal governo. Ma all’epoca il governo era “del re”, in un sistema istituzionale scaleno, sbilanciato a favore del monarca e del “suo” esecutivo. Quel regno però era uno Stato pienamente sovrano.

Perduta politicamente la Grande guerra e sotto tutti i profili la seconda, oggi lo Stato d’Italia è vincolato a trattati che non consentono ambiguità né “giri di walzer”. Per quanto riguarda la politica estera l’esecutivo oggi in carica rimanda alle parole dell’Evangelista: “E gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce” (Giovanni, 3, 19). In Libia come sugli altri fronti internazionali “caldi” il governo balbetta, come fosse fuori dal mondo. Non può contare all’infinito sul pronto soccorso assiduamente prestato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per rimediare ai grossolani svarioni di ministri, capi politici, portavoce… Senza una politica estera (e conseguentemente militare) chiara e condivisa, discussa e approvata in Parlamento, non il solo governo ma lo Stato stesso perde quella “sovranità” di cui tanti parlano senza sapere che cosa si dicano perché, appunto, ne hanno una visione inguaribilmente localistica, “rurale”.

Aldo A. Mola

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: anni, autori, belgio, centenario, comandante, costituzione, crisi, crisi economica, dalmazia, dante, debito pubblico, discorso, europa, forze armate, francia, futuro, germania, giornali, governo, grande guerra, grande oriente, guerra mondiale, impressione, italia, la germania

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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