
Il silenzio è finito, come finisce sempre l’illusione dei pavidi. Per trenta giorni ci siamo cullati nella menzogna di una tregua, nel feticcio burocratico di uno «stop» che era solo il tempo concesso al boia per affilare la scure. Poi, il cielo sopra il Golfo Persico si è spaccato. I caccia americani sono tornati a seminare ferro e fuoco, dritti sul ventre molle dell’Iran, giù fino allo scoglio di Larak, (è una piccola ma strategicamente fondamentale isola iraniana situata nello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico) dove la morte ha riscosso il suo tributo di carne e macerie. E la risposta dell’idra fondamentalista non si è fatta attendere: una pioggia di missili scagliata non contro i colossi d’acciaio di Washington, ma contro la Giordania, colpevole di non essere abbastanza allineata al delirio teocratico degli ayatollah.
È la cronaca di un’apocalisse annunciata, l’ennesimo capitolo di una guerra che l’Occidente si ostina a non voler capire, anestetizzato com’è dal proprio benessere e da quel pacifismo da salotto che puzza di vigliaccheria. Ci meravigliamo? Ci scandalizziamo? Che ipocrisia. Cosa credevate, che il fanatismo si fermasse davanti ai trattati diplomatici o alle belle parole firmate nei palazzi di vetro? Il fanatismo non dialoga. Il fanatismo distrugge. L’attacco americano a Larak non è un fulmine a ciel sereno, è la logica e brutale conseguenza di un assedio spirituale e politico che dura da decenni. E Teheran risponde nell’unico modo che conosce: colpendo chi sta nel mezzo, terrorizzando i vicini, spingendo il Medio Oriente nell’abisso di una Notte di San Bartolomeo islamica.
Vedo già i professionisti del piagnisteo intellettuale preparare i loro editoriali intrisi di finto umanitarismo. Condanneranno gli americani, urleranno all’imperialismo, dimenticando – volontariamente, per cecità o per malafede – che dall’altra parte non ci sono statisti illuminati, ma uomini che considerano la vita umana un dettaglio trascurabile nel cammino verso il martirio. La Giordania, investita dai vettori iraniani, diventa il simbolo di questa faglia. Una terra cerniera, aggredita perché non si piega all’assolutismo di chi vorrebbe riportare il mondo al Medioevo più buio, quello governato dalla legge del taglione e dalla sottomissione assoluta.
La verità è che abbiamo paura di guardare in faccia il mostro. Ci nascondiamo dietro la formula del «mese di stop», come se un mese di tregua potesse cancellare secoli di odio teologico e geopolitico. Gli Stati Uniti hanno colpito perché sanno che ogni giorno di esitazione è un giorno regalato al nemico per armarsi, per stringere il cappio attorno al collo delle poche democrazie superstiti, per minacciare quel poco di libertà che ci resta e che noi trattiamo con sdegnosa sufficienza. I morti di Larak, i missili su Amman, non sono semplici notizie da telegiornale da consumare tra una portata e l’altra della cena. Sono il termometro della nostra fine, se non ci svegliamo.
E mentre i missili solcano i cieli del deserto, l’Europa sta a guardare, balbettando formule vuote sul «cessate il fuoco», incapace di comprendere che il fuoco, questa volta, rischia di bruciare anche le nostre case. Questa non è una crisi passeggera. È lo scontro frontale tra la civiltà del dubbio, della libertà, e la barbarie della certezza assoluta. E a Larak si è consumato solo l’ennesimo atto di una tragedia in cui noi siamo, drammaticamente, i prossimi della lista.
Giuseppe Basilico

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