
Questa foto l’ho scattata a pochi isolati da casa, durante la mia passeggiata quotidiana. Sul ciglio della strada, in mezzo a vecchi libri, scatoloni e sacchi destinati alla discarica, c’era anche una edizione completa del Dizionario Enciclopedico Italiano Treccani.
Quando trovi un’enciclopedia simile abbandonata per strada, qualche strano pensiero affiora inevitabilmente. Non è soltanto una pila di volumi diventata troppo pesante, troppo ingombrante o ormai inutile. È il relitto di un modo di studiare, di cercare e perfino di ragionare che sembra appartenere a un’altra epoca.
Le enciclopedie occupavano intere pareti, costavano una fortuna e venivano comprate quasi come un investimento per il futuro dei figli. Erano la promessa silenziosa che, prima o poi, quei volumi sarebbero serviti. Per una ricerca scolastica, per chiarire un dubbio, per capire meglio un avvenimento storico, una corrente artistica, un termine scientifico. Oggi tutto questo può sembrare assurdo. Qualsiasi informazione è raggiungibile in pochi secondi attraverso un telefono. Basta digitare una parola e il mondo intero si apre davanti ai nostri occhi. Eppure proprio in questa facilità abbiamo perso qualcosa.
Studiare significava partire da una domanda senza sapere esattamente dove saremmo arrivati. Si prendeva un volume, si cercava una voce, si seguivano i rimandi e spesso si finiva a leggere anche ciò che non stavamo cercando. Per capire una parola bisognava leggerne altre dieci. Una data richiamava un personaggio, quel personaggio un avvenimento, quell’avvenimento un intero periodo storico.
La conoscenza si costruiva così, lentamente. Non come una serie di risposte isolate, ma come una rete di collegamenti che si depositavano nella mente e rimanevano lì. Si leggeva, si prendevano appunti, si tornava indietro, si confrontavano più voci. Il tempo impiegato non era tempo perso. Era parte dello studio.
L’informazione non ci veniva sparata addosso. Dovevamo andarcela a prendere. Non ricordavamo tutto, naturalmente. Ma imparavamo dove cercare, come verificare e soprattutto come distinguere una spiegazione seria da una sciocchezza. Anche il semplice gesto di sfogliare un volume costringeva a rallentare. E rallentare significava prestare attenzione. La rete ha cambiato completamente questo processo. Ha reso accessibile una quantità di informazioni che nessuna biblioteca privata avrebbe mai potuto contenere. È una conquista enorme e sarebbe ridicolo negarlo. Il problema è che avere accesso alla conoscenza non significa possederla.
Oggi cerchiamo una risposta, leggiamo le prime righe, chiudiamo la pagina e dopo pochi minuti spesso non ricordiamo più nulla. L’informazione arriva immediatamente e altrettanto rapidamente evapora. Non ha avuto il tempo di sedimentare, di confrontarsi con ciò che già sapevamo, di costringerci a ragionare.
Abbiamo sostituito la memoria con la reperibilità. Non serve più conoscere qualcosa, basta sapere che potremo ritrovarla. Ma anche questa certezza è fragile, perché ciò che troviamo dipende da motori di ricerca, piattaforme, interessi commerciali e contenuti costruiti per attirare l’attenzione. La risposta più visibile non è necessariamente quella più vera. Spesso è soltanto quella preparata meglio per comparire per prima.
Le enciclopedie avevano difetti, errori e limiti. Invecchiavano e non potevano aggiornarsi in tempo reale. Ma erano il risultato di un lavoro ordinato, riconoscibile e verificato. Obbligavano il lettore a fermarsi. Non lampeggiavano, non inviavano notifiche e non suggerivano un video di quindici secondi mentre si cercava di capire la Rivoluzione francese.
Quella Treccani lasciata sul ciglio della strada racconta quindi molto più della fine delle enciclopedie cartacee. Racconta il passaggio da una conoscenza lenta, faticosa e stratificata a un consumo rapido e spesso superficiale dell’informazione.
Sappiamo trovare tutto, ma rischiamo di comprendere sempre meno. Abbiamo il mondo intero dentro una tasca, ma facciamo sempre più fatica a dedicare qualche minuto a un pensiero.
Forse quelle enciclopedie non servono più come una volta. Ma il metodo che rappresentavano sì. La curiosità, la pazienza, il dubbio, la verifica e la capacità di restare su una pagina abbastanza a lungo da farla diventare parte di noi.
Perché una risposta trovata non è ancora una cosa imparata. E la conoscenza, quella vera, non si scarica. Si costruisce.
Piero Terracina

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