Non importa tornare al secolo scorso quando a Firenze era presente anche una Borsa valori autonoma. Basta ripensare agli ultimi due o tre decenni. Firenze, e con lei tutta la Toscana, ha perso un qualsiasi ruolo autonomo e originale nello scenario economico e finanziario nazionale. Non c’è più una Banca espressione del territorio. La Banca Mercantile, la Steinhauslin, la Banca Toscana, la Del Vecchio e la Cassa di Risparmio di Firenze sono passate di mano e fanno parte di gruppi nazionali. Sul piano regionale resiste solo il Monte dei Paschi, che ha preso il controllo di Banca Toscana, ma anche questa peculiarità, frutto di una gestione politico finanziaria che rappresenta forse un caso unico al mondo, è destinata a cedere il passo ad una più ampia integrazione che farà perdere al Monte la sua caratteristica principale, vale a dire la “senesità”. Non c’è più una Casa editrice, una di quelle che pure hanno fatto la storia dell’editoria italiana. Le Monnier, Sansoni, Vallecchi, La Nuova Italia sono passate di mano. Non c’è più un grande giornale. Le pagine nazionali della Nazione sono confezionate altrove, il resto non è altro che una sommatoria di cronache locali. Il Tirreno fa parte del gruppo L’Espresso. Le grandi aziende, intese come centri decisionali, sono andate via o stanno andando. La Gucci ha la testa a Parigi, La Smi è emigrata a Milano. Da anni si ipotizza la spostamento a Napoli del cuore dell’Ansaldo Breda, e comunque già ora c’è stato un suo progressivo svuotamento. La sopravvivenza dello stabilimento pistoiese è ora legata al filo di una vittoria nella gara per il nuovo treno dell’Alta Velocità che sta facendo Trenitalia. Fondiaria-Sai ha trasferito a Torino il centro direzionale. Anche grandi aziende, ormai da tempo non più toscane, come la General Electric, stanno pensando di lasciare Firenze. Quando qualche anno fa si pose il problema di trovare una soluzione per la Fiorentina precipitata in serie C si dovette ricorrere ad un imprenditore marchigiano per salvare la squadra. Nel settore manifatturiero resistono, almeno per ora, tutta una miriade di piccole e piccolissime aziende che hanno da sempre costituito il tessuto produttivo dell’industria regionale. Un dato su tutti: su 343mila imprese registrate in Toscana, 341mila hanno meno di 50 dipendenti. Molte di queste sono in affanno. Difendono con le unghie e con i denti il loro essere espressione del territorio. Ma quanto potranno resistere? Dal Nord i grandi studi d’affari, quelli che convogliano i capitali internazionali verso le più interessanti imprese italiane, stanno pensando di venire in Toscana, per la ragione molto semplice che è considerata un importante terreno di conquista. La situazione è questa. In parte è dovuta ad un naturale processo di accentramento e riduzione dei centri finanziari e decisionali, la globalizzazione è anche questo, in parte però questo depauperamento del territorio è figlio di scelte politiche sbagliate o peggio ancora dell’assenza di una qualunque scelta politica. Per tutti basti pensare al ritardo con cui a livello regionale si sta procedendo sul potenziamento delle infrastrutture. Tutti questi ritardi e questa conseguente perdita di competitività hanno una precisa responsabilità politica. Del resto, sotto questo profilo, da anni ormai la Toscana non esprime più personalità di livello nazionale, i membri del governo attualmente al potere non sono nati dal territorio per loro capacità e forza, ma sono “nominati” da Berlusconi. In quei posti ci sono loro ma potrebbero tranquillamente essercene altri 100. E’ tutta la società toscana che sta perdendo colpi. E’ anche il risultato di una cultura che si è radicata nel tempo. Poco concorrenza, poca flessibilità, pochi stimoli a crescere, uno sviluppo “slow” come è stato definito. Inutile poi meravigliarsi dei risultati.

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