Il Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha annunciato nella scorsa settimana la chiusura di sette uffici all’estero: erano o avrebbero dovuto essere (almeno nelle intenzioni di chi li ha voluti, che se non erriamo è il predecessore del già citato ovvero Claudio Martini) – lo strumento di una sorta di ‘politica estera’ regionale, di cui personalmente non ho mai compreso (forse per un mio limite) la necessità. Le dichiarazioni del Presidente alla stampa (in particolare da QN del 7 luglio u.s.) sembrano di buon senso: “Faremo riferimento all’ICE (Istituto per il Commercio con l’Estero, ndr) e alle ambasciate italiane, conserveremo solo la sede di Bruxelles, che ospita un centinaio di missioni ogni anno del sistema Toscana e che per noi è troppo importante per poter essere chiusa”.
Ora, se queste parole procurano un qualche senso di soddisfazione, anche a poco riflettere il quadro che ne deriva prende immediatamente contorni inquietanti, grotteschi, forse drammatici. Lo vorrei dipingere con poche pennellate, solo alcune domande: qual’è l’esigenza di pubblico interesse che a suo tempo ha portato all’istituzione di questi uffici? E’ stato correttamente verificato con il dovuto rigore che le finalità che dovevano dare senso ad una simile decisione non fossero altrimenti raggiungibili, per esempio utilizzando strutture già esistenti? Quali sono i benefici per la collettività dell’operato pluriennale di questi uffici? Qualcuno si è preoccupato di monitorare l’efficienza del loro funzionamento e l’efficacia dei risultati? Si può chiudere un’esperienza di questo genere con la semplice giustificazione che bisogna risparmiare, bisogna tagliare? Ciò significa, all’opposto, che in tempi meno ‘stitici’ una Pubblica Amministrazione possa investire (o forse sarebbe meglio dire: spendere) le proprie risorse anche in attività e/o obiettivi che (evidentemente) non sono necessari? E comunque, è ragionevole che preannunciando la fine di un’esperienza non se ne tracci un bilancio? E’ corretto che una Pubblica Amministrazione imposti, realizzi e concluda una iniziativa senza rendere puntualmente e concretamente conto – dati alla mano e ben documentati – di ciò che ha fatto? Ma il quesito più grave è qui, di seguito: quanti casi, quante situazioni del tipo degli ‘uffici all’estero’ si nascondono nei meandri della elefantiaca, complessa e superfetata macchina regionale? Quante iniziative di quel tipo sarebbero da chiudere, all’istante (senza che alcun cittadino se ne sentisse orfano o abbandonato)?
Enrico Rossi è Presidente solo da qualche mese e, per quanto conosca e abbia comunque da anni esperienza del Governo regionale, non è a lui – in particolare – che si dirige la mia polemica. Anzi, a ben vedere, non è neppure una polemica. E’ una riflessione radicale, che – di nuovo con alcune domande – intendo così esprimere:
- prima di procedere ulteriormente nel cammino verso il “Federalismo” (ormai indiscusso feticcio bypartisan) non sarebbe il caso di tracciare un consuntivo dell’intera esperienza regionale nel nostro Paese, cosa peraltro scandalosamente evitata alle ultime elezioni, rispondendo alle domande: con le Regioni la democrazia è cresciuta nel nostro Paese? Le Regioni hanno dimostrato migliore capacità e qualità della spesa rispetto alle Amministrazioni centrali? Oppure hanno riprodotto nei rispettivi territori quel modello di centralismo, autoreferenzialità e di mediocre o cattiva amministrazione di cui avrebbero dovuto rappresentare il superamento?
- inoltre, se è vero che ogni organizzazione – per un principio, oserei dirlo: fisico e naturale – tende a rafforzare e ad ampliare se medesima per acquisire ulteriore ragion d’essere e quindi potere, non è forse che 20 siffatte Regioni sono semplicemente un ulteriore ostacolo, accanto alla macchina statale, a quel progessivo dimagrimento dell’apparato della Pubblica Amministrazione con cui si dovrebbero restituire attività, sfere di influenza e in definitiva maggiore ‘ossigeno’ e libertà ai cittadini?
Dove finisce il privato, dove comincia il pubblico? Quali compiti affidare alla Pubblica Amministrazione? E per conseguenza: come può essere questa organizzata al meglio per fare bene ciò che le sia demandato? Quale modello di ‘casa’ deve dare sostanza alle autonomie? La politica dovrebbe ripensare a fondo questi temi e riprogettare lo Stato. Perché così non va. Non va più.
Quante alle Regioni (alle quali non sono, sia chiaro, aprioristicamente contrario), concludo limitandomi a riprodurre un brano tratto dalla prefazione agli atti del convegno del PLI dal titolo “La regione dei liberali” (ottobre 1981!): “I liberali sono per tradizione a favore di organizzazioni dello Stato decentrate che diano ampio spazio alle autonomie locali. Malgrado questo indirizzo di fondo, il PLI si oppose nel 1970 all’attuazione dell’ordinamento regionale, criticando i tempi e il modo con cui si dava seguito al dettato costituzionale. Per i liberali infatti, prima di fare le regioni, si doveva ‘ regionalizzare lo Stato’. Se questo non fosse avvenuto sarebbero aumentati i pesi e i costi di una confusa organizzazione burocratica, duplicando funzioni tra Stato e regioni, senza aver in cambio alcun vantaggio dal nuovo livello di governo teoricamente più vicino alle necessità dei cittadini. I fatti hanno dato ragione al giudizio dei liberali. A distanza di 11 anni… “
A distanza di 40 anni.
Paolo Marini

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