Il compimento di un atto – il più sacrilego, intemerato, spietato – sotto l’imperio di un comando o di una legge rende socialmente “innocente” colui che lo compie.
Anni addietro, visitando castelli, incorsi nella spaventevole percezione di strazi che rimbombavano, su per le profondità di “fosse dei suppliziati” o “pozzi delle vergini”.
Rimanendo discosto dalle pareti, grezze e torve– il dolore o il luogo del dolore non si osserva confinandolo a spettacolo –, sopraggiungevano riflessioni non veicolate dalla pietas, ma dallo sdegno, dalla ribellione, verso la irrisione allo smembramento, alla eviscerazione, al trucidamento di cuori e coscienze, alla tortura sadica e compiaciuta; in un torbido rinvio di sghignazzamenti tra armigeri , boia, despoti.
Così che tra le innocenze devastate, oltraggiate, anche il più atroce dei delitti, la più miserevole delle colpe risolveva la sua ferocia nella ferocia di altri. In un turbine di espiazione che ne restituiva la innocenza.
Un cumulo di senza fede, di figlie di satana, di coltivatori e cantori dell’infinito, ammucchiato nei legacci della ruota o penzolante sulla fornace o donato all’amplesso con la “vergine”: l’ammasso delle libertà bruciava; stordendo di silenzi la tortura degli innocenti.
Ma se la preposizione “degli” dal valore specificativo si volge al valore causale (“per opera degli”) agli “innocenti” si viene ad attribuire non più il significato di “torturati”, bensì di “torturatori”.
Invero, il compimento di un atto – il più sacrilego, intemerato, spietato – sotto l’imperio di un comando o di una legge rende socialmente “innocente” colui che lo compie. Atto dovuto in obbedienza al potere o alla prescrizione della norma, cui ha espresso giuramento di fedeltà; o, per il quale ha ricevuto un prezzo. Il prezzo del boia.
Svaniti pozzi, trabocchetti e oscure stanze di tortura (ampliate all’aperto, in ossequio alla velocità modernista, quali campi di sterminio o spettacoli della morte orrida) gli “innocenti” vagano, indistinguibili, nella società contemporanea; con divise casual o doppio petto, a volte salmodiando versetti e dogmi divini e tavole delle leggi o esibendo titoli e ricchezze.
La “tortura” consente accessi a innocenze benemerite, acquisite praticando i nuovi impalamenti incorporei delle sequenze, ad influenza psichica, della persuasione/dissuasione, dell’adempimento/irrisoluzione, della concessione/negazione.
Per ottenere lo sfinimento delle singole vitalità; conducendole ad una espropriazione della vita, da se medesimi, o ad una conveniente appropriazione o silenziazione dei beni materiali e/o immateriali del torturato.
Per i senza fede, le figlie di satana, i coltivatori e cantori dell’infinito non saranno approntate crocefissioni.
Essi saranno resi inascoltabili, incredibili, intollerati.
La giustizia, i media, le saccenterie prezzolate, i sacerdozi della mistificazione e dell’inganno, i possidenti delle case, della terra, del lavoro, falcidieranno attese e diritti, mistificheranno propositi e garanzie.
Il fine: una nuova catasta di umanità derelitta non più stipata e dimenticata tra le intercapedini di mura castellane, ma tra le pagine dei giornali, tra video su you tube, tra sentenze di tribunale.
Pure, il macrocosmo della nuova tortura aleggia tra gli stati. Tra gli interessi delle oligarchie. Con le mannaie economiche che calano per compiere genocidi. Esenti da colpe. Innocenti.
La mia coscienza (consapevolezza della funzione incognita della mia vita nelle funzioni incognite del caos) mi porta a eludere la pietà e scongiurare il perdono; non poggio su di essa le risoluzioni. Sono un senza fede. Sono un giacobino, pronto ad allestire la ghigliottina per l’ordine etico della condizione umana. Ma, ma non consentirei mai che la leva della mannaia fosse nelle mani di un “innocente”.

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