
Si scrive diplomazia dell ombra ma si legge ipocrisia. Perché sotto il tappeto di velluto di Doha o nei corridoi profumati di Abu Dhabi non si sta cercando la pace, si sta solo mercanteggiando il prezzo del petrolio, della paura e della sopravvivenza. Il Medio Oriente è di nuovo lì, sull orlo del precipizio, sospinto dal vento di una Terza Guerra del Golfo che tutti dicono di voler evitare, ma che molti, sotto sotto, hanno già apparecchiato.
Da una parte ci sono le potenze occidentali, paralizzate dal terrore di un inflazione galoppante e dal blocco dello Stretto di Hormuz. Dall’altra i regimi teocratici e i signori della guerra, che usano la minaccia del conflitto globale come un arma di ricatto permanente. In mezzo, una diplomazia sotterranea che non risolve, ma rimanda. Una diplomazia che stringe mani insanguinate in nome di un realismo politico che non ha nulla di reale, se non il cinismo.
Parlano di equilibrio, di tregue temporanee, di accordi d’ombra. Ma l’ombra non ha mai partorito la chiarezza. È la fragilità di un sistema che finge di non vedere che la violenza non si negozia: si subisce o si ferma. Questa non è diplomazia. È il gioco d’azzardo di un Occidente debole che ha barattato la propria fermezza con l’illusione di una stabilità comprata a rate. Una stabilità che, puntualmente, si frantuma al primo colpo di cannone.
Giuseppe Basilico


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