Di cosa significhi fare quel mestiere non ne ho la più pallida idea. Credo che (come tutte le cose) nasconda del bello, del brutto.
Sarà (immagino) bello portare a zonzo una simpatica vecchina che parla dei suoi amorazzi e ricorda i tempi in cui ballava il rock ‘n’ roll col tenente del New Jersey paracadutato in Italia a salvarci dalla nostra stessa follia. Oppure, ci sarebbe da ridere se la nostra vecchia ancheggiasse (in preda alla disinibizione senile) al ritmo della musica del verduraio. Chissà, sarebbe un mestiere con del bello se il vecchio che aiuti a mangiare (anche se un filino rimminchionito) ti raccontasse di quanto avesse amato la moglie. Di quando i suoi figli lo portarono in gita sulle Apuane. Di quando perse il lavoro perché fece il primo sciopero della sua vita, ma non cedette, non cedette mai, non cedette affatto e ottenne finalmente quel paio di guanti protettivi utili a salvarsi le dita in fabbrica.
Forse, potrebbe essere un bel mestiere se il tuo vecchio (quello che badi) ridesse con la nipotina piombata in casa e scorrazzante per un improbabile nascondino.
Certo, sarà un mestiere con la sua parte buia. Una parte (davvero) buia se accudissi qualcuno più rintronato di un pugile al quindicesimo round. Più stronzo di un sergente della legione straniera. Più cagone di un bambino di due anni.
Insomma, non ne avevo la più pallida idea mentre ero dalla parrucchiera. Quella sotto casa mia. La parrucchiera d’emergenza. Una simpatica argentina a cui affido la capoccia se ho poco tempo e se ho poca voglia di fare due passi in più nella direzione di quello serio (di parrucchiere). Lì per shampoo e messa in piega quando spunta lei. La gentile signora (con un sacchettino della spesa per le mani). Ha l’aria cortese. Anzi, deferente. Parla alla parrucchiera argentina con garbo e sottovoce. Le chiede se sa di qualcuno bisognoso di una badante.
Poi, aggiunge qualcosa di più. Di terribile. Chiede quanto s’intascherebbe (l’argentina) nel caso in cui le trovasse un cliente. Lo chiede con garbo e con la stessa deferenza dell’inizio conversazione. Lo chiede perché sicuramente, in passato, avrà pagato caro un’indicazione, un aiuto. La sua domanda non era “se”, ma era “quanto”.
L’argentina immigrata, sicuramente più pulita di tanti marci che la rivorrebbero a casa sua, ha risposto di no. No, non avrebbe certo chiesto soldi. Era sorpresa.
Dalla mia postazione a testa reclinata, ho notato su quella donnuccia gli sguardi di Rossellini, Visconti, De Sica, De Santis. Il bianco e nero di una Roma citta aperta, di un ladro di biciclette o uno sciuscià.
Ho sentito l’odore di un paese fatto (anche) di gente che campa sulla miseria. Non parlo di delinquenti, neppure del pizzo, parlo di architetti che si fanno dare il soldi dagli operai che chiamano a lavorare nel loro cantiere; di agenzie che lucrano su giovani interpreti buttate in qualche convegno; di politici (comici compresi) che illudono povera gente per due voti in più; di avvocati che spolpano clienti in liti temerarie; di professori universitari che mandano avanti i loro schiavetti per averne eterna fedeltà. Parlo di gente socialmente perbene che vuole (davvero) credere di essere (davvero) perbene. Ma che perbene non è.
Quelli. Parlo di quelli.
Mentre la donnuccia ringrazia e se ne va, l’acqua sulla testa s’è fatta fredda e la schiuma cola nelle orecchie. Prima, era un piacere essere lì. Ora t’accorgi che la cinepresa di Rossellini, Visconti, De Sica, De Santis, si è spostata dall’aspirante badante su di te. Stringe (in bianco e nero) per inquadrare le tue belle mani, la tua bella bocca. Scruta (con un primo piano) per capire se la miseria ti tocca. Se ti senti infastidita dalla povertà. Se ridi ignorando quello che sta fuori dal tuo borghesissimo salotto

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