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La strage di Parigi e i giochi a incastro della politica internazionale

di Silla Cellino | 15 Novembre 2015

In altri tempi gli Stati Uniti non avrebbero esitato ad intervenire risolutamente e militarmente nei confronti dello stato islamico, prima ancora che lo facesse Putin.

Queste note sono state scritte poche ore prima dei tragici avvenimenti di Parigi. Il più ampio scenario preso in considerazione era diretto ad individuare alcune componenti dell’atteggiamento Usa che appare impegnato di malavoglia e anche in maniera contraddittoria su uno scacchiere mediorientale dominato dalla questione Isis. Fare previsioni è sempre pericoloso e spesso non ci s’indovina, però si possono fare degli auspici e questi vanno nella direzione di un intervento non solo americano, ma generalizzato, per annientare almeno militarmente e territorialmente l’Isis e tornare anche a livello mondiale a ragionare in termini di politica – più o meno forte – e non di terrorismo. Quest’ultimo sarà duro da estirpare, poiché siamo consapevoli che jihad e Isis hanno origine e natura diversa, ma cancellare l’equivoco Isis potrà servire per lo meno a riportare l’area mediorientale a quei livelli di dialettica politica e in tanti casi anche di scontro armato che negli ultimi decenni gli equilibri mondiali ce l’hanno fatta a digerire.

[s.c.]

Fermi tutti, abbiamo scherzato. In questi ultimi anni trascorsi abbiamo guardato al susseguirsi degli avvenimenti mondiali in modo un po’ piagnone, affermando che la politica dei blocchi e della guerra fredda non c’era più e magari ne eravamo anche nostalgici, nella certezza o nella fiducia che non sarebbe mai scoppiata quella calda e questo ci faceva stare un po’ tranquilli. E invece poi alla fine ci accorgiamo che magari non c’è la guerra fredda più o meno latente, ma i blocchi (le potenze) ci sono ancora e sempre nella logica di certi blocchi e/o potenze agiscono e interagiscono tante situazioni che a prima vista ci potrebbero apparire come nuove. O meglio, a quelle che effettivamente sono nuove si continua a dare risposte sempre nell’ambito delle logiche tradizionali. Magari all’interno dei due schieramenti può cambiare qualche attore o qualcun altro diversifica atteggiamenti, ma si continua comunque a fare riferimento a due schieramenti che si muovono attorno ai due poli leader.

Che cosa vuol dire? Vuol dire che oggi ci sono emergenze di grande peso, prima tra tutte quella nell’area mediorientale, dove i conflitti sono più d’uno e s’incrociano, anche con logiche a prima vista non sempre comprensibili. In questo scacchiere, come in altri o nella medesima area con diversi protagonisti rispetto al passato, arrivano a confrontarsi nuovamente le due tendenze e ognuna punta a risolvere il conflitto, anzi i conflitti, in maniera diversa, ognuna privilegia alleati, gli uni che si contrappongono agli altri.

Però in altri tempi gli Stati Uniti non avrebbero esitato ad intervenire risolutamente e militarmente nei confronti dello stato islamico, prima ancora che lo facesse Putin. La stessa Russia sarebbe stata messa in difficoltà da un intervento americano, che certo non sarebbe passato per un sostegno ad Assad, anzi. Questa impressione si rafforza se si pone attenzione al dibattito in corso per le candidature alle prossime elezioni presidenziali, più in campo repubblicano che in quello democratico, dove si rintracciano linee di divisione correnti tra chi avverte l’emergenza del momento ed il rischio del perdurare di una situazione fuori controllo e coloro che invece guardano più in là dell’emergenza Isis, ponendo l’accento sulle preoccupazione riguardanti il complesso sistema di rapporti nell’intera area. Sullo sfondo l’atteggiamento da mantenere nei confronti del vecchia potenza rivale, ex Unione Sovietica, oggi più che mai decisa a ribadire la propria tradizionale influenza in quello scacchiere, anche e soprattutto per motivazioni geopolitiche, espressione ormai abusata, ma tornata prepotentemente di attualità dopo la caduta del Muro.

Il sistema di rapporti però non si esaurisce qui: è sulla leadership americana che si ragiona ponendo mente alla situazione generale dell’assetto mondiale oltre che a quella particolare delle drammatiche vicende del Medio Oriente. Tralasciando l’America Latina, che nella politica statunitense è d’importanza vitale, ma costituisce un capitolo a parte, è l’evoluzione dei rapporti ad oriente che maggiormente viene presa in considerazione nei circoli della politica estera USA.

La ragione è che si assiste al manifestarsi di diversi fenomeni, di cui alcuni possono avere una spiegazione comune o comunque motivazioni collegate. In primo piano e in sostanza c’è il processo di riavvicinamento russo-cinese. Già in essere da almeno un decennio, questo processo guadagna ora nuovi spazi, con il riconoscimento da parte russa del nuovo ruolo che la Cina riveste in qualità di potenza mondiale, non solo economica, corroborato dalle operazioni militari congiunte, dagli accordi e dagli interscambi sempre più frequenti, soprattutto sul piano energetico, cui le due realtà, per ragioni reciproche, sono molto attente. Inoltre la Cina stessa si trova a dover far fronte a pesanti controversie territoriali sul versante dei vicini orientali che coinvolgono Vietnam, Filippine, Giappone e di riflesso gli Stati Uniti da sempre interessati all’area, mentre resta ancora da valutare quello che accadrà dopo il probabile mutamento di regime e di indirizzi conseguente alle recenti elezioni in Myanmar, o Birmania che dir si voglia, paese che ha avuto ed ha un ruolo non del tutto ininfluente per gli equilibri dell’area e di un nuovo gioco asiatico conseguente. Tutto ciò ha portato, per quanto riguarda la Cina, ad un’intensificazione degli investimenti militari sul piano marittimo e ad una riduzione delle forze terrestri, già in passato considerate in una certa misura anche in funzione di garanzia nei confronti dell’altro colosso euro-asiatico. E ancora l’argomento delle forniture energetiche, a cui la Cina è sempre assolutamente sensibile, fa sì che vengano stabiliti o intensificati rapporti con i paesi fornitori e che all’interno di questi si possa scegliere, come avviene nel caso di Teheran, il che ci riporta nuovamente a Mosca, in quanto comuni amici dell’area sciita.

Si capisce perciò la rinnovata attenzione degli Stati Uniti verso ciò che accade su quell’asse e sull’influenza che tutto può comportare sulla politica mondiale. Il potenziamento di questa intesa di fatto tra le due potenze euroasiatiche non porta automaticamente – ma neppure in ipotesi – ad una riproposizione della guerra fredda, così come l’abbiamo intesa nei decenni che hanno seguito la seconda guerra mondiale. Porta però ad una ricostituzione di ruoli  anche nel campo delle urgenze attuali della situazione internazionale. Ricostituzione da cui sarà logico attendersi sviluppi. E non è detto che debbano essere per forza negativi.

Si potrebbe anche continuare. Solo però un’ultima annotazione, anche se d’importanza relativa. Dalla logica e forse anche dalle conseguenze attive, ma probabilmente non da quelle passive, di queste riconsiderazioni l’Europa resta al margine. A parziale giustificazione si può argomentare che al momento si trova in una fase difensiva per l’emergenza profughi e le incertezze sull’accoglienza; e anche di ripiego dopo gli incauti ottimismi dell’allargamento dei confini orientali. Ma questo è un altro discorso.

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, caduta del muro, cina, discorso, elezioni, espressione, euro, guerra mondiale, impressione, leadership, natura, parigi, processo, putin, regime, seconda guerra mondiale, sostegno, stati uniti, usa

Info Silla Cellino

Silla Cellino. Ha smesso di occuparsi di politica attiva dai primi anni 80 e da allora si è dedicato principalmente alla sua professione di consulente del lavoro. Prima però, fin da giovanissimo, si era impegnato molto, come vicesegretario nazionale dei giovani socialisti e poi come membro del comitato centrale del psi. Acqua passata, ma resta la curiosità per interessarsene quanto basta. E’ in rete anche su http://ionis56.blogspot.com

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