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La speranza del Congo cresce con i più piccoli

Merveille Mpudi è responsabile dei minori accolti nel Centro Care di Kinshasa, una struttura che accompagna bambini e ragazzi che hanno vissuto sulla strada. In occasione della Giornata nazionale per la pace, la democrazia e la convivenza civile, che la Repubblica Democratica del Congo celebra il 21 settembre, in concomitanza con la Giornata internazionale della pace, racconta le sfide quotidiane dell’accoglienza, il ruolo della Chiesa e le ferite di un Paese segnato da conflitti e povertà e che ora deve anche far fronte al dilagare dell’epidemia di Ebola che ha già provocato più di 5.300 contagi e oltre 2.500 morti

di Agenzia Sir | 7 Settembre 2026

di Ferruccio Ferrante*

Merveille Mpudi è responsabile dei minori accolti nel Centro Care di Kinshasa, una struttura che accompagna bambini e ragazzi che hanno vissuto sulla strada. In occasione della Giornata nazionale per la pace, la democrazia e la convivenza civile, che la Repubblica Democratica del Congo celebra il 21 settembre, in concomitanza con la Giornata internazionale della pace, racconta le sfide quotidiane dell’accoglienza, il ruolo della Chiesa e le ferite di un Paese segnato da conflitti e povertà e che ora deve anche far fronte al dilagare dell’epidemia di Ebola che ha già provocato più di 5.300 contagi e oltre 2.500 morti. Nei saluti del dopo l’Angelus del 23 agosto u.s., Leone XIV ha lanciato un appello per “una risposta da parte della comunità internazionale, che coinvolga anche le comunità locali nell’opera di prevenzione, per salvare tante vite umane”.

Come è nata la sua scelta di lavorare accanto ai bambini di strada?
La mia attenzione verso questi bambini nasce nella parrocchia di San Donatien, in un quartiere molto povero di Kinshasa. Molte famiglie vivevano in condizioni precarie e la parrocchia era spesso l’unico luogo dove i bambini potevano incontrarsi e giocare. Attraverso il gruppo Kizito-Anuarite siamo riusciti ad accompagnarne circa cinquanta. Successivamente, al Foyer Saint-Paul, dedicato agli studenti universitari, ho conosciuto un centro che accoglieva minori in situazione di vulnerabilità. Molti provenivano dalla strada e portavano con sé esperienze molto dolorose. Da allora non ho più accettato l’idea che un bambino possa essere rifiutato, abbandonato o maltrattato dalla propria famiglia o dalla comunità. Il mio impegno nasce dall’empatia e dal desiderio di restituire a questi ragazzi fiducia, speranza e la capacità di credere nuovamente negli altri.

Qual è oggi la situazione dei bambini di strada nella Repubblica Democratica del Congo?
Purtroppo la situazione continua a peggiorare. Il numero dei bambini che vivono o sopravvivono in strada è in aumento e crescono anche le cause che portano all’abbandono familiare. Lo Stato, le organizzazioni per la tutela dell’infanzia e i partner locali e internazionali stanno compiendo sforzi importanti, ma non sono ancora sufficienti. Credo che il Paese debba rafforzare le politiche di protezione dell’infanzia, responsabilizzare maggiormente famiglie e comunità e applicare con decisione le leggi esistenti per garantire dignità e diritti a ogni bambino.

Quali sono le difficoltà principali che incontrate nel vostro lavoro?
I centri che accolgono bambini provenienti dalla strada svolgono un ruolo essenziale, ma affrontano numerose sfide: carenza di personale specializzato, limitato accesso alle cure sanitarie e all’istruzione, scarsità di risorse economiche e complessità dei percorsi di reinserimento familiare. Non si tratta soltanto di offrire un tetto. Occorre aiutare questi minori a ricostruire la fiducia in sé stessi, accompagnarli sul piano psicologico, favorire il ritorno a scuola o l’accesso a una formazione professionale e, quando possibile, prepararne il reinserimento in famiglia. La vera sfida è evitare che tornino nuovamente in strada.

Quale ruolo svolge la Chiesa nell’accoglienza e nella reintegrazione di questi bambini?
La Chiesa svolge un ruolo fondamentale. Attraverso parrocchie, congregazioni religiose, opere sociali e centri di accoglienza offre protezione, ascolto e sostegno concreto. Garantisce ai bambini un ambiente sicuro, cibo, cure sanitarie, accompagnamento educativo e psicologico. Al tempo stesso lavora per ricostruirne la dignità e la fiducia. Grazie alla sua presenza capillare nelle comunità, la Chiesa promuove inoltre la sensibilizzazione delle famiglie, contrasta le pratiche che portano all’esclusione dei minori e difende i loro diritti. Non sostituisce lo Stato, ma rappresenta un partner indispensabile nella costruzione di un sistema di protezione più umano ed efficace.

Cosa significa la pace per i bambini che accompagnate?
Per questi bambini la pace significa innanzitutto sicurezza e assenza di paura. Non è semplicemente l’assenza della guerra. Significa avere un luogo sicuro dove dormire, poter mangiare, curarsi, andare a scuola e sentirsi amati. La pace è anche poter tornare a sorridere, giocare, fare progetti e immaginare il proprio futuro senza il timore di essere nuovamente respinti o maltrattati. Un bambino vive davvero nella pace quando si sente accolto, protetto e amato.

A sessantasei anni dall’indipendenza, perché pace e sviluppo restano obiettivi difficili da raggiungere?

La Repubblica Democratica del Congo continua a fare i conti con problemi accumulati nel corso dei decenni: conflitti armati, povertà, disuguaglianze sociali, fragilità istituzionali e cattiva gestione delle risorse. Il Paese possiede immense ricchezze naturali e un enorme potenziale umano, ma questi beni non si traducono ancora in un reale miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Inoltre, l’insicurezza che continua a colpire soprattutto l’est del Paese rende difficile costruire uno sviluppo duraturo. Investire nell’educazione, nella protezione dell’infanzia, nella giustizia e nella buona governance significa già costruire la pace di domani.

Quali conseguenze hanno i conflitti sulle famiglie più vulnerabili?

L’impatto è devastante. Molte famiglie sono costrette a lasciare le proprie case e i propri mezzi di sostentamento. Durante gli spostamenti i bambini possono essere separati dai genitori e diventare vittime di violenza o sfruttamento. I conflitti compromettono inoltre l’accesso all’istruzione, provocano profondi traumi psicologici e aggravano la povertà. Il risultato più grave è che ai bambini viene sottratta l’infanzia: invece di studiare, giocare e crescere in famiglia, sono costretti a confrontarsi con la paura e con la sola lotta per la sopravvivenza.

Quali effetti hanno avuto l’epidemia di Ebola e le altre crisi che hanno colpito il Paese?

L’epidemia di Ebola ha messo ulteriormente in difficoltà famiglie e bambini già vulnerabili. Non è stata soltanto una crisi sanitaria, ma anche sociale ed economica. Molti minori hanno perso persone care, hanno interrotto il percorso scolastico o hanno vissuto situazioni di isolamento e stigmatizzazione. Allo stesso tempo, questa esperienza ha mostrato l’importanza della solidarietà. Comunità locali, Chiesa, autorità pubbliche e organizzazioni umanitarie hanno imparato a collaborare in modo più efficace per affrontare le emergenze.

Nonostante tutto, quali segni di speranza vede oggi in Congo?

La mia prima speranza sono proprio i giovani e i bambini. Nonostante le difficoltà, continuano a sognare, a studiare e a credere nel proprio futuro. Questa capacità di rialzarsi è un segno straordinario. Vedo speranza anche nell’impegno di tante persone che rifiutano l’indifferenza: educatori, famiglie, responsabili religiosi, organizzazioni locali e partner internazionali che ogni giorno lavorano per proteggere i più vulnerabili e promuovere l’istruzione.

Che messaggio desidera rivolgere a chi continua a sostenere la Chiesa e il popolo congolese?

Vorrei esprimere anzitutto profonda gratitudine a tutte le persone e alle organizzazioni che sostengono la popolazione congolese, e in particolare alla Conferenza Episcopale Italiana. Il vostro aiuto non è soltanto materiale: rappresenta un segno concreto di fraternità, vicinanza e speranza. Ogni contributo permette a un bambino di ritrovare fiducia nel futuro. Per questo il mio invito è a continuare a investire nei più piccoli. Quando si protegge un bambino e gli si garantiscono educazione, cura e sicurezza, non si cambia soltanto la sua vita: si costruisce il futuro di un’intera società. Noi continuiamo a credere che un Congo più giusto, più pacifico e più solidale sia possibile. E siamo convinti che, grazie alla solidarietà di tanti, questo futuro possa diventare realtà.

Ferruccio Ferrante

*Agenzia Sir

Pubblicato in : Dossier

Info Agenzia Sir

L’Agenzia S.I.R. (Servizio Informazione Religiosa) nasce nel 1988, per iniziativa della Federazione Italiana Settimanali Cattolici e con il sostegno della CEI.
Il primo numero del SIR settimanale (l’attuale Fatti e pensieri) porta la data del 13 gennaio 1989. Il 20 settembre 1995, l’Agenzia lancia il proprio sito Internet: si tratta di uno dei primi servizi web cattolici in Italia. Il sito verrà rivisto graficamente e nei contenuti nel 1998, nel 2003, nel 2005, nel 2010.
Nel 2001 prende avvio, d’intesa con il Consiglio delle Conferenze episcopali europee, SIR Europa: servizio d’informazione europea che concentra la sua attenzione su diversi temi e aspetti del nostro continente.

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