La “flessibilità” dall’Europa cala in Italia, E le riforme non si faranno più in cento giorni ma in mille. Ma noi non rinunciamo al sogno….
C’erano una volta, ai bei tempi andati, le “pause di riflessione”. Un toccasana quando un politico non sapeva che pesci prendere, o quando gli ostacoli divenivano insormontabili. Avevano soppiantato un altro classico dell’ inventiva italiana: la nomina di una commissione. Le pause e le commissioni duravano più del tempo dedicato alla riflessione e alla decisione. E proliferavano: tanto da determinare un ingorgo incredibile. Di più, una paralisi inaccettabile.
Tutto ebbe a cambiare quando al governo giunsero gli uomini del fare che in un battibaleno presero una decisione geniale: recuperare il tempo perduto realizzando una rivoluzione copernicana in cento giorni. Giustizia, economia, istituzioni, elezioni, burocrazia, lavoro: tutto da rivoluzionare in cento giorni.
Governare stanca, ma importante è non perdere mai di vista gli obbiettivi. Così, al traino della grande impellenza europea che è diventata la “flessibilità”, i cento giorni, già scaduti vengono assorbiti dai mille prossimi venturi. Tutti elogiano la saggezza di un periodo più ampio: consentirà maggiore riflessione e organicità delle riforme finalmente alle porte.
Tutto bene ciò che finisce bene. Ma noi, renziani della prima ora e inguaribili romantici, restiamo affezionati al piglio iniziale, quello che ci aveva fatto sognare una riforma al mese. E di tanto in tanto, con un semplice clic (come potete fare tutti voi) lo riviviamo.

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