
C’è una costante, ormai quasi rassicurante, nella politica milanese: la sinistra riesce a mobilitarsi con entusiasmo solo contro pericoli che non esistono. Una settimana fa, il Partito Democratico e l’intero arcipelago progressista cittadino – dalle componenti rosé ai riformisti di giornata, passando per almeno due terzi delle molteplici reincarnazioni calendiane – sono scesi in piazza con i fischietti. L’obiettivo? Salvare Milano dall’imminente invasione delle Border Patrol dell’ICE alle Olimpiadi.
Un allarme grave. Anzi, gravissimo. Talmente grave che nessuno aveva mai proposto nulla di simile. Nessun atto ufficiale, nessuna comunicazione istituzionale, nessun indizio concreto. E infatti: nessuna pattuglia, nessuna uniforme, nessuna “americanizzazione” della sicurezza olimpica. Il nemico era immaginario, ma la piazza era reale. Perché la sinistra, quando può indignarsi senza dover risolvere problemi, non manca mai l’appuntamento.
Poi, come da copione e come molti avevano previsto, il problema vero si è materializzato. Non a Brera, non nei comunicati stampa, ma al Corvetto. Qualche migliaio di antagonisti, quelli veri, quelli che non si limitano a fischiare, ha deciso di “prendersi la scena”. Lancio di pietre, esplosivi artigianali, assalto diretto alla Polizia. La carica, inevitabile. Cinque fermati. Cinque, su migliaia. Con la ragionevole certezza che domani saranno di nuovo liberi di tornare a devastare pezzi di città.
Ecco la fotografia della sinistra milanese: mobilitata contro minacce inesistenti, disarmata davanti a quelle reali. Capace di organizzare manifestazioni contro un’ipotesi mai formulata, ma incapace – o non interessata – a isolare e condannare chi trasforma i quartieri popolari in teatri di guerriglia urbana. Una sinistra che preferisce il rito dell’indignazione preventiva alla fatica della gestione dell’ordine pubblico.
Nel frattempo, la vita politica cittadina scorre come se nulla fosse. Aperitivi, dichiarazioni equilibrate, inviti alla “calma”. Milano brucia a intermittenza, ma il ceto dirigente progressista sembra osservarla da lontano, con un calice in mano e lo sguardo rivolto altrove. Manca solo un video del sindaco Giuseppe Sala che suona la cetra mentre la città va a fuoco, e la metafora sarebbe completa.
Il punto non è la repressione fine a sé stessa. Il punto è la gerarchia delle priorità. Una città che ospiterà eventi internazionali, che concentra disuguaglianze sociali enormi e tensioni crescenti, avrebbe bisogno di una sinistra capace di distinguere tra diritti civili e anarchia, tra protesta e violenza, tra inclusione e resa dello Stato. Invece si preferisce combattere battaglie simboliche contro fantasmi, lasciando il terreno reale a chi vive di scontro permanente.
Alla fine, non è nemmeno una questione ideologica. È un problema di responsabilità. E Milano, oggi più che mai, ne avrebbe un disperato bisogno.
Luca Rampazzo

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