“Io credo che l’identità del PD non possa essere che quella del socialismo e del suo contenuto fondamentale che consiste nella lotta contro le diseguaglianze”. Il Governatore della Toscana, Enrico Rossi, scriveva così poco più di due settimane fa per connotare la sua battaglia all’interno del Partito democratico. E per rendere ancora più chiaro il concetto postava sul suo blog il simbolo del “sole nascente dal mare”, nè più nè meno quello con cui nel 1947 Saragat guidò la scissione socialdemocratica di Palazzo Barberini e che successivamente ha caratterizzato tutta la vita politica del PSDI. Si farebbe un torto alla verità e all’intelligenza politica di Rossi se ora noi, che socialdemocratici siamo sempre stati, si cogliesse la palla al balzo e si interpretasse questa scelta come un riconoscimento a posteriori, da parte di Rossi, delle ragioni che caratterizzarono allora la scelta dei Saragattiani. Non è così. Però in quella scelta e nelle motivazioni che oggi hanno spinto Rossi a dar vita ad una posizione “socialista democratica”,, come la chiama lui, all’interno del PD (pubblichiamo di seguito la presa di posizione del Governatore della Toscana), ci sono ragioni che anche noi, vecchi socialdemocratici saragattiani, non possiamo non condividere. E questo significa che la storia di questi anni ha fatto fare a tutte le componenti della sinistra storica dei notevoli passi avanti, chi ne ha dovuti fare di più, chi meno, verso una sostanziale convergenza politica.
Partiamo da un dato di fatto. L’Otto e il Novecento sono stati i secoli dello sviluppo industriale. Le fabbriche hanno assorbito masse ingenti di forza lavoro che dalle campagne si trasferivano nelle città. Le condizioni di vita e di lavoro erano estremamente difficili. Le retribuzioni bastavano a far fronte al puro sostentamento, non c’era spazio per un minimo di sicurezza per quanto attiene alle malattie, alla vecchiaia, a qualche imprevisto della vita. A fronte di questo stato di cose la sinistra, intendendo per sinistra tutti quelli che si ponevano il problema di un minimo di giustizia sociale, dette sostanzialmente due risposte molto diverse, pur partendo da uno stesso comune sentire. Il massimalismo puntò ad abbattere il sistema e a instaurare un nuovo modello di sviluppo che si identificò con l’Unione Sovietica e i Paesi del socialismo reale, il riformismo cercò invece di introdurre nel sistema modifiche e cambiamenti successivi per assicurare condizioni di vita migliori alla parte più svantaggiata della popolazione, sostanzialmente quella che lavorava nelle fabbriche. Il “welfare state” fu il modo che inventò il riformismo per raggiungere lo scopo. La storia ha dimostrato ampiamente che quel modo, che fu contestato fortemente dal massimalismo comunista, funzionò in modo forse non perfetto ma certo soddisfacente mentre il modello comunista naufragò in modo clamoroso, non solo sul versante della libertà ma soprattutto su quello di assicurare condizioni di vita migliori alla popolazione. Il crollo del muro di Berlino fu il simbolo, impietoso, di tutto questo. A quel punto ci si sarebbe aspettati che, sparito il comunismo, per il socialismo democratico iniziasse una marcia trionfale. Invece non è stato così perchè nel frattempo, ironia della storia, era cambiato il contesto economico e sociale che aveva dato origine al contenzioso fra massimalisti e riformisti. Non eravamo più in presenza di una società industriale che poggiava la sua crescita sullo “sfruttamento” della forza lavoro, ma vivevamo in una società post industriale, dove certo la fabbrica era ancora importante ma dove i servizi avevano acquistato la centralità. La fabbrica poi era molto automatizzata, grazie allo sviluppo dell’informatica, e non c’erano più, o erano residuali, condizioni di vita e di lavoro molto difficili. Insomma il riformismo classico, quello del welfare state, aveva vinto ma non serviva più perchè oltre ad essere cambiato il contesto di riferimento, le sue conquiste ormai erano diventate patrimonio comune del “sistema”. Se oggi guardiamo la geografia politica dell’Europa vediamo che la maggioranza dei Paesi non è guidata dalle forze di sinistra e quelle poche che ancora sono al governo non godono certo di buona salute.
Ecco perchè il problema che pone Rossi è reale. C’è l’esigenza di ripensare la sinistra e il socialismo democratico. Non solo in Italia, nel PD, ma a livello europeo. E le risposte che devono essere date solo in parte si richiamano alla giustizia sociale. Le “diseguaglianze” oggi sono principalmente quelle che afferiscono alle “libertà”. Non quelle classiche, anche queste ormai patrimonio comune, almeno in occidente, ma quelle nuove, rese indispensabili da un potere sempre più pervasivo. L’individuo oggi vuole contare, partecipare, dire la sua, decidere il proprio destino, fare le sue scelte, non vuole essere indirizzato e ingabbiato. Questa è una battaglia che spetta, tutta, ad una sinistra moderna, ad un nuovo socialismo democratico. Ecco perchè, forse inconsciamente, la scelta di Rossi per quel simbolo è stata pienamente azzeccata ed è totalmente condivisibile.
La dichiarazione di Enrico Rossi
“La mia storia è quella di un comunista democratico cresciuto convinto da Enrico Berlinguer che la democrazia sia un “valore universale” e che l’obiettivo fondamentale della nostra attività politica fosse di “superare il capitalismo inteso come meccanismo, sistema che crea masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati”. Questa cultura politica, comunista e allo stesso tempo democratica e riformista, come nota lo stesso Eugenio Scalfari nella famosa intervista sulla questione morale, avrebbe potuto confluire nell’alveo del socialismo italiano e europeo. Per una serie di ragioni questo non avvenne e adesso ci si lamenta dell’identità incerta del PD. In realtà, le identità non si inventano a tavolino né costruendo artificiosi pantheon. Essa è frutto della storia e delle lotte politiche concrete che in un paese reale si sono svolte. Per questo io credo che l’identità del PD non possa essere che quella del socialismo e del suo contenuto fondamentale che consiste nella lotta contro le diseguaglianze. Questo a me pare la risposta migliore a chi nel PD pensa che destra e sinistra siano concetti ormai superati e che l’unica partizione valida sia tra innovazione e conservazione. Per questo io voglio battermi dando vita insieme a tanti amici e compagni ad un movimento politico dentro il PD che si richiama esplicitamente agli ideali e alle lotte del socialismo; oggi ancor più attuale dopo la crisi provocata nel mondo e in Italia da un trentennio di politiche che hanno visto il trionfo del capitalismo in ogni aspetto della vita economica sociale e culturale. Discutere di questo nel PD è in controtendenza. Ma io penso che sia possibile, che sia una necessità politica è un dovere etico soprattutto verso le nuove generazioni. Dunque possiamo definirci Democratici Socialisti perché siamo del PD e perché ci ispiriamo al socialismo”.

“La mia storia è quella di un comunista democratico cresciuto convinto da Enrico Berlinguer che la democrazia sia un “valore universale” e che l’obiettivo fondamentale della nostra attività politica fosse di “superare il capitalismo inteso come meccanismo, sistema che crea masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati”. Questa cultura politica, comunista e allo stesso tempo democratica e riformista, come nota lo stesso Eugenio Scalfari nella famosa intervista sulla questione morale, avrebbe potuto confluire nell’alveo del socialismo italiano e europeo. Per una serie di ragioni questo non avvenne e adesso ci si lamenta dell’identità incerta del PD. In realtà, le identità non si inventano a tavolino né costruendo artificiosi pantheon. Essa è frutto della storia e delle lotte politiche concrete che in un paese reale si sono svolte. Per questo io credo che l’identità del PD non possa essere che quella del socialismo e del suo contenuto fondamentale che consiste nella lotta contro le diseguaglianze. Questo a me pare la risposta migliore a chi nel PD pensa che destra e sinistra siano concetti ormai superati e che l’unica partizione valida sia tra innovazione e conservazione. Per questo io voglio battermi dando vita insieme a tanti amici e compagni ad un movimento politico dentro il PD che si richiama esplicitamente agli ideali e alle lotte del socialismo; oggi ancor più attuale dopo la crisi provocata nel mondo e in Italia da un trentennio di politiche che hanno visto il trionfo del capitalismo in ogni aspetto della vita economica sociale e culturale. Discutere di questo nel PD è in controtendenza. Ma io penso che sia possibile, che sia una necessità politica è un dovere etico soprattutto verso le nuove generazioni. Dunque possiamo definirci Democratici Socialisti perché siamo del PD e perché ci ispiriamo al socialismo”.
A parte l’analisi un po’ datata sulla questione proletaria (si scappava dalle campagne per miseria di ogni tipo, e la fabbrica, pur nella sua versione ultra-sfruttatrice, era già un paradiso rispetto al medio-evo fino ad allora vissuto dalle masse diseredate mondiali).
Per il resto, sono rimasto sempre convinto della validità del “metodo” socialista. E se l’Europa (e il mondo intero) è nata più povera di come avrebbe dovuto, cio’ è dovuto in parte anche all’assenza dei socialisti italiani.
Dobbiamo ricostruire un fronte comune, socialisti vecchi e nuovi assieme ai socialisti inconsapevoli, che mi par di intravedere nela maggioranza di quei milioni di italiani che domenica 17 aprile hanno votato SI al referendum.
Ben vero che occorre una ideologia del socialismo del XXI secolo. E’ invito che rivolgo ed elaboro da oltre 20 anni . Forse – o certamente – in quell’isolamento testimoniante in cui rifugiano le idealità per rendersi incorrotte e incorrose.
Ribadisco: una ideologia del socialismo non si risolve in una accozzaglia di parole carpite da obsolete motivazioni storico/sociali. Riplasmate ad uso della contemporaneità del potere.
Dove il fermento? Dove la visione ,cosmologica verso cui spinge la ricerca scientifica e la tecnologia? Dove la definizione di componenti telematici e bionici della società futura? Dove le libertà e le gestioni di territori e le democrazie partecipative che ne derivano? Dove la poetica della politica?
Non condivido i temi della proposizione che leggo. Né la presentazione “socialdemocratica” che la precede. Sono irrinunciabilmente “fermo” a Costa. All’impulso ad essere coerentemente socialisti. Mai paghi. Perché il Socialismo è divenire; è “rivoluzione in cammino”. E non è voce di “massimalismo” ma di coerenza, pur nelle contraddizioni del vivente e del vissuto.
Andiamo al popolo! Per ritrovare la nostra storia.
Qui mi ripeto:
“discorso alle generazioni”
Adottiamo una scienza ai nostri sensi pertinente. Con essa definiamo i decorsi della vita. Le sospensioni cosmiche. I decadimenti. Le insorgenze stellari. Diamo misura alla energia e al tempo.
Viviamo tra le condizioni di un “è” distratto alla diversità – pure implicita in sé- del “poteva essere“ o del ”potrebbe essere “.
E l’”è” ci rende ignari se i “potrebbe essere” – gli altri “è” – si manifesteranno da sé. In un futuro remoto. Attraverso spurghi dei dogmi percettivi.
Tutto è nel paradigma. Del ri-generarsi o mutare. O altrimenti. Ri- qualificarsi e ri-vivere. In percorsi e destinazioni di un transito senza misure. Finanche impercettibili o anomali. Sino. Al niente o all’assoluto silenzio. All’infinitesimo o all’incommensurabile espanso.
Gli uni e le altre. Brulichii di sintesi. Per altri dogmi.
Molteplicità di condotte del divino.
Potremo. O. Dovremo. Pervenire e immergerci nella nudità.
Nella esasperata articolazione. Delle pulsioni e delle passioni. Dei disagi e degli amori.
In questa nudità. Discernere. La effimera compostezza della nostra contemporaneità. E. La barbarie. Pretesto della nostra provvisorietà. E. La inconclusione della correlazione comunità-stato/delirio vivente.
E. La minaccia. E. L’annientamento. Della poesia.
Poesia che ci slancia. Nell’oltre tempo. Nell’oltre umano. Svincolandoci dalle incertezze: Della fisicità. E. Dei dinieghi. E. Delle devastazioni. E. Del turpiloquio. Che l’essere-umano declama verso se stesso. Per la sua sopravvivenza.
Se non infonderci. Sapere. Almeno.
Per invocare. Per praticare. La poetica della politica. Sintesi delle congiunzioni. Innesco del dinamismo civile.
Privato di essa. La correlazione comunità-stato/delirio vivente è gracile. Corruttibile.
E la fragilità fonda e si affonda. Nelle categorie. Nelle appartenenze certificate. Nel destino. Assegnato immodificabile. Alle appartenenze.
Nella generazione e nutrimento. Della “ignara madre fascinosa”. Il dominio. Il rovescio insabbiato della sfinge.
Il fine ne resta ignoto. Flussi. Evenienze. Determinismi. Mutevolezze. Possibilità. In alternanza abbacinante. Baloccata. Tra. La conflittualità sulle necessità primarie. E. Le incognite religiose. Poi. Esperienza solitaria. E. Costrizione mistica.
È la premessa. Cui si dovrebbe fare costante monito. Per ogni destinazione di quelle che si definiscono politiche. Ovvero. Ordine/caos dei gruppi umani. E delle singolarità. Che in essi agiscono.
La contemporaneità la esige. Nel suo stato di crisi. Di perenne divenire.
Non altrimenti potrà darsi inizio al tragitto. Che investirà la centesima. O millesima. O milionesima. Generazione a venire.
In ogni forma di presenza. Anche. Dissolvenze angeliche. O. Risuoni di passato.
La pervicacia al tragitto avrà senso e cadenza. Se gli atti dell’oggi ne antecederanno le condizioni. Anche di un futuro ravvicinato.
Nessuna pietra. Per la costruzione di un monte: Può essere posta sul ciglio di un baratro.
Agitiamo la compiacenza affermativa della fisicità. La perpetuazione della fisicità. Anche attraverso. Dii o dei. Anche senza. Dii o dei.
Un processo di accumulo del piacere. In una trasversalità. Temporale e geografica. Che si è alimentata e si alimenta. Che si è preservata e si preserva. Con. Il bisogno. La solidarietà. La paura. L’assorbimento. Alternante. E. L’annullamento. Persistente. Di ciò che è esterno.
Sono le funzioni. Del sacerdozio della “ignara madre fascinosa”.
Sacerdozio. Élite.
L’élite concede indigenze. Asserve indigenze. Le manipola. Le snatura. Le redime. Le rinnova.
L’élite promuove la lotta. Il conflitto verso se stessa. Le mutazioni in cui impantanare la memoria. Nel futuro.
Il piacere è immutabile. Incrementabile. Indefettibile.
Il piacere incombe. Sulla coesione di una comunità vaneggiante.
Ne sancisce la sinteticità. Su cui fondare le alternatività. Ne delimita i confini strategici. Gli abbandoni. Cui sarà preventivamente costretta.
Partecipi ancora. Stupefatti. Intontiti. Tra assorbimenti. E annullamenti. In un processo di pretese: Lobbistiche. Reazionarie. Oscurantiste. Forcaiole.
Insinuazioni e fermentazioni. Del piacere.
Affabulazioni. Maschere. Anatemi. In una caleidoscopica appartenenza taumaturgica. Risolutiva Che vizia le ragioni delle analisi. Rendendole disinvoltamente acquiescenti. All’occultamento.
Corre allora consegnare la comunità. A una poetica della politica. O. Consegnare alla comunità. Una poetica della politica.
Sulla cui assenza si è infranto il distinguo epico. Tra. Diseredati e sazi. Impediti e dominatori. Violentati e aguzzini. Ammassandoli. Nella società dell’abbandono e dell’equivoco.
E la contemporaneità non può non correggersi dal crollo nel vago. In cui prestano la loro esistenza. Gli emarginati e i diseredati. Gli sfruttati e i perseguitati. I creatori e i giocatori del cielo.
Vago. Che asseconda la prospettazione della società dell’abbandono e dell’equivoco. Sollecitata alla appropriazione di un disarmonico uso. Delle tecnologie e delle economie.
Nel vago. Nella servitù alla élite. Non fu. Non è. La percezione del futuribile. Le mutazioni che imponevano. Le fughe dagli agguati.
Mancò la volontà di indagare. Di annusare.
Poetica della politica. Come indipendenza delle esigenze. Come lotta al commercio delle culture. Come lotta alla massificazione delle informazioni. Come lotta alla robotizzazione umana. Come modo del linguaggio. Di un linguaggio che lanci i segnali dell’urlo primordio.
La natura visibile insegna i tempi. Dell’adattamento.
Trascurando il nostro antropocentrismo nobile deformiamo i processi. Mossi dalla pretestuosa ambizione di alterare le necessità.
Discernendo. Si dovrà essere vigili. Astenendosi dall’alimentare le voci. Frammentate e frammiste nell’abuso dell’individualità. Nell’assenza degli spazi oltre.
La condizione di impedimento.
L’evoluzione non può essere sprecata nel riciclo dei rammarichi.
La storia è satura. Di illusioni. Di sperimenti. Di pentimenti. Di riparazioni. Di maledizioni. La predazione è l’incompiuto della evoluzione.
Il futuro non può essere discosto dalle difformità.
Occorre metter mano Alla civiltà delle molteplicità.
Producendo. Esasperando. Movimenti. Di disgregazione. Di resistenza. Di proposta.
Occorrendo la formazione di una classe. Di operosi. Di disvelatori. Di quelli che vivono rantoli e sangue. Nelle trincee. Nella barbarie. Nelle solitudini. Della curiosità. Della coerenza.
Per sedurre. la “ignara madre fascinosa”.
Dalla cosmogonia siamo pervenuti. Alle nanotecnologie. Alla biogenetica. Abbiamo imitato il fuoco e la voce degli dei. Ma abbiamo perso il mito. La elargizione del mito. L’uguaglianza del mito. Ingabbiando la ricerca. Nei brevetti.
Nella lotta ai brevetti. La liberazione della scienza. La opportunità planetaria della scienza. La smilitarizzazione e la decommercializzazione della ricerca.
Occorre un ripiegamento. Sottrarre la produzione intellettuale. Della ricerca e delle derivazioni applicative. Alla economia del libero mercato. Riconducendone la gestione alle comunità.
E. Nell’ordine/caos la consapevolezza è nel dopo.
Se non sedotta. La “ignara madre fascinosa” manovrerà. L’appropriazione delle risorse primarie. La distribuzione energetica. I flussi comunicativi.
Tutto ciò che sarà. Oltre essa. Sarà. Il di fuori da essa.
Il niente. E il niente potrà solo esporre il niente. Della guerra. Della carestia. Della miseria. Della desertificazione dell’immaginifico.
Per un nuovo e più isolante feudalesimo. Giocato anche sui confini. Delle conflittualità religiose. Il sigillo umano. Non rivelato. Dell’apocalisse.
Nel comune interesse planetario. A ogni popolo. A ogni etnia. A ogni comunità. Non può. Non potrà. Essere negato il lavorare la propria storia. Sul territorio coltivato per le proprie esigenze. Culturali. Ambientali. Cognitive. Creative.
I processi di aggregazione nel grembo della “ignara madre fascinosa” violano le indipendenze. Snaturano le caratteristiche identificative delle culture. Alterano le condizioni migratorie. Impediscono l’attuazione di una effettuale solidarietà. Volta a sostenere le prerogative creative e produttive. Praticano una invasione silente. Una spoliazione. Invalidità delle risorse.
La élite ha preventivato ed agito la riserva del proprio divenire. Nel gioco-giogo di trattati della matematica finanziaria. Non sulla concretezza dell’economia. Letta. Sofferta. Minacciata. Sulle necessità primarie dei popoli.
Si ha l’onere di segnalare il terminale/fine. Dell’adulterazione. Erudita e saccente. Della economia. E. Fomentare una “rivoluzione in cammino” per l’appagamento dei bisogni. Nella fruizione nelle varietà.
Occorre il tempo per lievitarla. Scardinando le impure sedimentazioni e gli incrementi parassitari delle ricchezze. Della differenza incidente.
Con la rivisitazione della partecipazione tributaria. Sull’accumulo e non più sul reddito. Seducendo la “ignara madre fascinosa”. Destinando le risorse reperite alla garanzia di assolvimento di tutte le attività. Di studio. Di ricerca. Di assistenza. Di fruibilità delle evenienze civili. A ogni singolo appartenente alla comunità-stato.
Transitando per una riformulazione della responsabilità/funzioni della comunità–stato. Così che non siano frapposte esondazioni di poteri. Tra gli individui e la applicazione/beneficiata della ricerca e della creatività.
Promosse e dispiegate in ogni ambito
Imponendo l’obbligatorietà degli studi sino al pervenimento a lauree. Su antecedenti percorsi culturali unificati.
Sollecitando interessi verso le eco-tecnologie e la urbanizzazione compatibile. Laddove la casa sia un bene sociale. Non sottoposto a distingui discriminanti di possibilità abitative.
Perseguendo il lavoro futuribile in un usufruibile ambito di eco-economia.
Assumendo la titolarietà delle attività di acquisizione e conversione delle risorse.
Demilitarizzando i territori e smilitarizzando gli eserciti. Conferendo alle organizzazioni graduate la destinazione le prerogative ineludibili di tutela del territorio e dei beni architettonici e artistici.
Affidando l’amministrazione della giustizia per indicazione popolare. Attuando la conciliazioni delle liti e la prevenzione del crimine. Con la progressione educativa alla criticità.
Invocando la designazione popolare per ogni incarico pubblico. In ogni settore. Dall’amministrazione civile alla gestione aziendale.
Con un governo espresso da due stanze. Cui partecipino quali eligendi tutti i componenti della comunità. Per un criterio di selezione elettiva progressiva. Per territorio. Dal quartiere. Come realizzabile nella tecnologia multimediale. Con una sola evenienza elettiva. Per la durata di dieci anni.
Prima stanza composta da eletti tra quanti si offrano a rivestire il ruolo di eligendi. Tra i maggiori di anni sessanta e noti nei mestieri e nelle arti.
Prima stanza con la funzione di luogo di intuizione e formulazione delle leggi.
Seconda stanza composta da eletti tra quanti non si sottraggano a rivestire il ruolo di eligendi. Tra la fascia sino a quaranta anni.
Seconda stanza con la funzione di integrare, adattare, deliberare l’approvazione delle formulazioni legislative elaborate dalla prima stanza.
Seconda stanza con onere di designare il consiglio esecutivo. Tra i componenti delle stanze che l’hanno preceduta. E. Tra i già componenti della prima stanza il primus del consiglio. Rappresentante della comunità-stato.
Nella sapienza del tutto muta. Addossando le pietre nel costruire il monte.
Null’altro.
franchini
Per Bagatin: grazie, è quello che intendiamo fare, ospitare articoli sull’argomento. Che poi non ci sia obbligo di assentire lo sai benissimo e sai anche che non per questo il tuo contributo sarà meno gradito
Certo. Il dibattito nasce proprio dalla libera discussione e dalla pubblicazione di articoli anche diversi fra loro.
Pensalibero.it è oggi uno dei rari luoghi in cui sono accolte opinioni diverse infatti.
E in epoca di “pensiero unico” (non solo in Italia, sia chiaro) non è poco.
Scusa Luigi, sembra un piano quinquennale stile URSS. Mica mi sarai diventato comunista? Scherzi a parte: grazie per il tuo intervento e grazie anche agli altri amici intervenuti fino ad ora: Silla Cellino, Alberto Benincasa e Tito Giraudo. Come Pensalibero vorremmo aprire una riflessione pacata sulla posizione del Presidente Rossi. Ed anche aperta e scevra di antiche contrapposizioni e antichi pregiudizi. Che poi ci riporterebbero indietro di un secolo. “Non partiamo dai simboli e dai loghi, cerchiamo quel liberalismo progressista che può essere l’unica alternativa credibile alle destre” scrive Giraudo. Mi sembra un ottimo inizio.
Non condivido pressoché nulla di quanto scritto in questo articolo.
Essendo troppo articolato darne qui sipegazione ho pensato di scriverne un articolo che invierò alla redazione di Pensalibero.
Cordialità.
Caro Giancarlo,
Se si vuole parlare di Socialismo, non per pigliare per il c. i lavoratori ma seriamente, un minimo di scientificità non può essere evitata.
Quindi consideriamo le persone come delle sfere elastiche, la ricchezza individuale come quantità di moto, le tasse come la forza di attrito arrivando alla classica equazione di Black-Scholes che tutti conosciamo:
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Quindi in breve, se tutti fossero ugualmente ricchi, la società muore avendo entropia =1 non si muove più, tutti i problemi resterebbero, ma nessuno se ne curerebbe= Comunismo.
Se un Berlusconi o un Renzi raccolgono tutta la ricchezza o il potere, con entropia=0 nulla si muove più finché per fortuna muore il Duce, perchè ancora tutti lo lasciano morire volentieri=Fascismo.
Quindi evidentemente una teoria Socialista moderna, dovrebbe a priori stabilire i valori ottimali di ricchezza variabile nelle proporzioni desiderate sulle percentuali della popolazione e mantenere queste variazioni di ricchezza stabili nelle proporzioni, ma continuamente variabili nelle persone, in sostanza una macchina di Carnot sociale che produce il massimo di lavoro.
Il Governatore della Toscana ha in mente solo Renzi e la faida interna al PD. In quanto ai simboli, cari amici, sarebbe meglio lasciarli perdere. E se poi vogliamo fare un discorso sul socialismo e la socialdemocrazia sono pronto.
Non partiamo dai simboli e dai loghi, cerchiamo quel liberalismo progressista che può essere l’unica alternativa credibile alle destre. Tito Giraudo
veramente mi pare ci sia una gran confusione…… il Comunista Rossi governa una regione che da oltre 40 anni è espressione di una sola parte politica cioè del PCI e delle feste dell’Unità. Ora si ricicla da democratico e, scusami Magni, non sa neanche il significato di uno dei principi base della democrazia: alternanza al potere ( si dimentica pure quando tutti, a cominciare dai Comunisti, stigmatizzavano il vulnus alla democrazia in Italia per il potere ininterrotto della DC nel dopoguerra!), erano altri tempi ed i DC erano dei dilettanti confrontati al PCI.
Se mi posso permettere il problema vero in Italia ed in Europa non è nella Sinistra ma nell’intero sistema che comprende pure la Destra che non riesce a fare di meglio che dare spazio ai vari Le Pen, Salvini ecc. Forse sarebbe opportuno riaprire la porta alle libertà degli individui, alla necessità dell’impegno civile, al rispetto delle regole per tutti con il ritorno ad una classe dirigente fatta di persone degne e capaci che governi la Nazione e l’Europa con lungimiranza ed onestà mettendo da una parte i ladri, i cretini ed i fanfaroni…. spero di non svegliarmi perchè non desidero smettere di sognare ma voglio sperare nella rivoluzione delle coscienze e dei valori della civiltà.
scusatemi per lo sfogo
A differenza di tromboni tipo Emiliano, Rossi è una persona intelligente e anche abile. Però sul punto ho paura che faccia un po’ di confusione. Se dovesse venir fuori che mi sbaglio avvisatemi.