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La sindrome del patto di stabilità

In Italia basta tiri un po’ di vento o piova un po’ di più del solito o qualunque altro accadimento naturale o bellico, più o meno grave, che le forze politiche, tutte proprie tutte (salvo isolate figure), chiedono la sospensione del Patto di stabilità e crescita della disciplina fiscale europea, quello originario o quello riformato nel 2024 e se possibile anche uno futuro non ancora scritto. Obbiettivo mettere mano a più spesa pubblica a debito. L’idea comune è che la disciplina fiscale in Europa non sia in realtà una cosa seria, sia solo la fissazione di politici calvinisti del Nord. E poi i politici italiani sono convinti che il livello del debito pubblico non sia un grave problema, ovvero non almeno immediato.

di Alessandro Petretto | 28 Aprile 2026

In Italia basta tiri un po’ di vento o piova un po’ di più del solito o qualunque altro accadimento naturale o bellico, più o meno grave, che le forze politiche, tutte proprie tutte (salvo isolate figure), chiedono la sospensione del Patto di stabilità e crescita della disciplina fiscale europea, quello originario o quello riformato nel 2024 e se possibile anche uno futuro non ancora scritto. Obbiettivo mettere mano a più spesa pubblica a debito.

L’idea comune è che la disciplina fiscale in Europa non sia in realtà una cosa seria, sia solo la fissazione di politici calvinisti del Nord. E poi i politici italiani sono convinti che il livello del debito pubblico non sia un grave problema, ovvero non almeno immediato.

Vediamo qual è il nemico attuale. Si può prendere la versione del “nuovo” Patto di stabilità che abbiamo sottoscritto nel momento in cui abbiamo depositato alla Commissione europea il Programma strutturale di bilancio 2024-2031, votato dal Parlamento italiano nell’ottobre 2025, che ci imporrebbe certi comportamenti “virtuosi”.

Prima di tutto, una riduzione graduale del rapporto debito/PIL; la regola generale prevederebbe che alla fine del periodo di aggiustamento e in assenza di ulteriori misure correttive il rapporto debito/PIL si collocasse su un sentiero di riduzione plausibile o rimanere a livelli prudenti e il disavanzo si mantenesse al di sotto del parametro del 3% del PIL. Questa regola è più che altro una moral suasion, legata alla memoria del Trattato di Maastricht.

In secondo luogo, ci sottoporrebbe al Debt Safe Guard che prevede una riduzione media annua minima del rapporto debito/PIL, calcolata dall’anno precedente l’inizio della traiettoria (cioè il 2024), o dall’anno in cui si prevede l’uscita dalla Procedura per Disavanzi Eccessivi, cui siamo ancora soggetti, fino alla fine del periodo di aggiustamento, pari all’1%, essendo tra i paesi con un debito superiore al 90% del PIL. Questa è la prescrizione indubbiamente più restrittiva visto l’andamento sostanzialmente stabile del rapporto Debito/PIL negli ultimi anni.

In terzo luogo, il Patto sottoscritto ci sottoporrebbe al Deficit resilience safeguard, unaggiustamento di bilancio fino ad un livello di disavanzo strutturale pari all’1,5% del PIL, con un miglioramento annuale del saldo primario strutturale pari a 0,25 punti percentuali del PIL. Inoltre, l’Italia è, come detto, soggetta con altri sette stati membri alla Procedura per disavanzi eccessivi (PDE) che richiede un aggiustamento strutturale minimo annuo di 0,5% del PIL. Questo requisito per noi interagisce con l’aggiustamento stimato dalla regola precedente in termini di saldo primario strutturale, ed essendo più restrittivo il PDE prevale.

Infine, la Regola della Spesa netta. La Commissione con le raccomandazioni di giugno 2025 ha calcolato, tenendo conto delle previsioni sull’andamento delle condizioni macroeconomiche, quale debba essere per ogni paese e quindi per l’Italia l’evoluzione di questo indicatore. Si tratta di tenere al di sotto del tasso di crescita nominale del PIL strutturale, per i 7 anni del piano, il tasso di crescita della spesa nominale primaria delle P.A. al netto delle componenti una tantum, delle spese rivolte al controllo della disoccupazione in caso di flessioni del ciclo inattese, delle spese da programmi UE, e infine delle misure discrezionali di entrate (“Discrezional revenue measures”).

Il percorso di spesa netta indicato e approvato dall’UE costituisce il riferimento operativo unico di sorveglianza di bilancio durante la fase di attuazione del piano. Per l’Italia questa spesa netta non potrà crescere più dell’1,5% annuo in termini nominali. L’Italia sta sostanzialmente entro i limiti stabiliti ed è per questo che è lodata anche dai mercati. Il problema è nel rapporto debito/PIL che non scende.

C’è poi il Rearm Europe -Readiness 2030, uno dei pilastri della strategia per rafforzare il sistema di difesa in Europa. Questo rende possibile il ricorso alla clausola di salvaguardia nazionale che consente agli stati membri di superare i tassi massimi di crescita della Spesa netta raccomandati dal Consiglio entro il limite di 1,5% di PIL nel periodo 2025-28. L’obbiettivo è incrementare la spesa per la difesa in rapporto al PIL rispetto al livello più basso tra quelli registrati nel 2021 e nel 2024. L’attivazione della clausola è stata già concessa a quindici paesi. L’Italia vi accederà al termine del PDE, dove tutt’ora è inserita.

Lo strumento finanziario SAFE adottato dal Consiglio il 27 maggio 2025, fornirà agli Stati membri che lo richiederanno prestiti fino a 150 miliardi garantiti dal bilancio della UE per sostenere il rafforzamento delle capacità di difesa attraverso appalti comuni l’Italia è tra i 19 Stati membri che hanno manifestato interesse ad accedere a SAFE per 14,9 mld, con l’obbiettivo di incrementare le spese militari in rapporto al PIL dello 0,15% all’anno 2026 e 2027 e dello 0,2% nel 2028.

Il 2026 è però l’anno della guerra infinita in Ucraina, della guerra nuova in Iran, della chiusura dello stretto di Hormuz e della crisi energetica che ha trovato l’Italia più impreparata di altri paesi europei, a causa di una infausta politica energetica (o meglio una non politica) più che ventennale. La crisi energetica sarebbe dunque il motivo della richiesta del governo di allentare il Patto di stabilità. “Toglieremo soldi all’Europa per darli agli italiani…” ha detto in modo enfatico il Vicepresidente del Consiglio Salvini.

Il governo chiederà dunque lo sfondamento di bilancio, in deroga all’art.81 della Costituzione modificato con Legge costituzionale nel 2012. E avrà il via con il voto necessario dell’opposizione per raggiungere la maggioranza qualificata come sempre è accaduto in passato. Quando si tratta di violare l’equilibrio di bilancio l’unanimità è quasi scontata da noi. Un accordo si trova sempre.

Ma quale sarà il vantaggio veramente per gli italiani? Ne hanno avuti di soldi di recente tra PNRR, Super bonus ristrutturazioni e miriadi di bonus ad personam, più di 500 miliardi. Ma le previsioni di crescita sono di zero virgola anche per i prossimi anni. Dove è finito il mitico moltiplicatore keynesiano, poco più che nullo? Su questo paradosso bisognerà fare una riflessione più profonda.

La vera questione è che il paese ha problemi strutturali che limitano la crescita e che non possono risolversi con la spesa pubblica a go go. Se il paese non recupera nel settore industriale e non conosce tassi di crescita del PIL effettivo sopra il 2%, se non ritrova una crescita del PIL potenziale, attualmente sotto l’1%, non potrà mai ridurre il rapporto debito/PIL e la pace con i mercati finanziari potrebbe improvvisamente finire.

Alessandro Petretto

da “Solo Riformisti”

Pubblicato in : Editoriale

Info Alessandro Petretto

Professore emerito dell’Università degli studi di Firenze. Insegna Politica economica alla Scuola di economia e management di Firenze. E’ stato presidente della Commissione tecnica per la spesa pubblica del Tesoro e presidente della Società italiana di economia pubblica. E’ membro del Comitato scientifico dell’Ufficio Parlamentare del Bilancio.

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