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La sfida del Campo Largo

La politica italiana ha un talento particolare: trasformare una domanda semplice in una trattativa infinita. Da mesi il centrosinistra discute di come affrontare Giorgia Meloni. Si parla di alleanze, programmi, primarie, sondaggi e leadership. Ma la domanda decisiva resta sospesa: chi dovrebbe guidare davvero questa partita? Il problema del Campo Largo non è soltanto trovare un candidato. È trovare qualcuno capace di parlare a un elettorato che si è progressivamente allontanato dai partiti.

di Angelo Santoro | 17 Settembre 2026

La politica italiana ha un talento particolare: trasformare una domanda semplice in una trattativa infinita. Da mesi il centrosinistra discute di come affrontare Giorgia Meloni.

Si parla di alleanze, programmi, primarie, sondaggi e leadership. Ma la domanda decisiva resta sospesa: chi dovrebbe guidare davvero questa partita? Il problema del Campo Largo non è soltanto trovare un candidato. È trovare qualcuno capace di parlare a un elettorato che si è progressivamente allontanato dai partiti. Per una parte crescente degli italiani, le forze politiche non sono più strumenti per cambiare il Paese, ma organizzazioni impegnate soprattutto a difendere se stesse. E quando arriva il momento di votare, molti scelgono semplicemente di non farlo.

È fuori dalle segreterie, dunque, che si giocherà la partita vera. Tra chi non si sente rappresentato, tra chi ha cambiato schieramento e tra chi non si riconosce più né a destra né a sinistra. È proprio qui che il Campo Largo rischia di inciampare. I partiti sono portati a scegliere figure capaci di non spaventare nessuno. Ma il problema è che, spesso, sono le stesse figure capaci di non entusiasmare nessuno.

Conte e Schlein dovranno prima o poi confrontarsi con una scelta difficile: difendere i rispettivi perimetri oppure accettare una candidatura capace di superarli entrambi. Perché un candidato realmente competitivo non sarebbe soltanto il candidato della coalizione: potrebbe diventare rapidamente il suo principale centro di gravità. E quindi modificare gli equilibri interni. Il paradosso è evidente: per vincere, il Campo Largo potrebbe aver bisogno di qualcuno che i partiti non riescano a controllare fino in fondo.

Una coalizione si può costruire a tavolino. Il consenso no. Nasce dalla capacità di convincere persone che oggi non si sentono rappresentate, di riportare alle urne chi si è allontanato e di intercettare un elettorato diventato sempre più mobile. Nel frattempo, al centro dello schieramento, si muovono Renzi e Calenda. E se i rapporti con Forza Italia dovessero consolidarsi, la partita potrebbe allargarsi ulteriormente. In politica esiste una vecchia regola: non scegliere troppo presto da che parte stare, tenere aperti i canali e aspettare che gli equilibri cambino. Una sorta di nuova vocazione dorotea. Non è detto che funzioni, ma sarebbe un errore ignorarla. Per il Campo Largo, quindi, la scelta del candidato sarà soprattutto una scelta di metodo: cercare un nome che garantisca l’equilibrio tra i partiti o una figura capace di romperlo per conquistare elettori nuovi? La prima soluzione rassicura le segreterie.

La seconda porta con sé un rischio: chi raccoglie voti provenienti da mondi diversi potrebbe, una volta eletto, non sentirsi vincolato agli stessi equilibri che lo hanno portato alla candidatura. E qui emerge il problema successivo: vincere non significa necessariamente governare. Una campagna elettorale può essere costruita attorno a una persona. Un governo deve invece fare i conti con partiti, correnti, gruppi parlamentari e mediazioni. Cambiano i nomi e gli slogan, molto meno i meccanismi.

Forse, allora, il Campo Largo dovrebbe smettere di chiedersi soltanto chi possa battere Meloni. La domanda vera è un’altra: chi può convincere gli italiani che vale ancora la pena votare? Perché si può costruire la coalizione più larga possibile e ritrovarsi comunque con un elettorato sempre più piccolo. Il leader cercato dal centrosinistra potrebbe non essere quello capace di mettere tutti d’accordo, ma quello capace di parlare a chi non è più d’accordo con nessuno. Per trovarlo, però, le segreterie dovrebbero avere il coraggio di cercare meno qualcuno che piaccia a loro e più qualcuno che sappia convincere gli elettori. È questa, forse, la differenza tra una coalizione costruita per difendere gli equilibri e una coalizione costruita per cambiare davvero gli equilibri. Il tempo, intanto, non aspetta le segreterie. E nemmeno gli elettori.

Angelo Santoro

Pubblicato in : Editoriale

Info Angelo Santoro

Angelo Santoro è un giornalista e scrittore. Editorialista di “Avanti Online”

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