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La “scomunica”? Una benedizione per la “nuova Italia”

All’indomani della Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia, celebrata al Palacongressi di Rimini il 6-7 marzo 2026 e aperta dall’Allocuzione del Gran Maestro Antonino Seminario, arriva in libreria il saggio di Luigi Pruneti “La Chiesa e i Figli della Vedova. Appunti e note su un’annosa vicenda”(collana diretta da Sabrina Conti, ed. BastogiLibri). In trecento pagine l’autore percorre tempi, ripercussioni e prospettive della “scomunica” dei massoni da parte della chiesa cattolica.

di Aldo A. Mola | 5 Marzo 2026

La scomunica…

   Il 4 maggio 1738 papa Clemente XII pronunciò la scomunica dei massoni dalla chiesa cattolica con la Lettera apostolica “In eminenti apostolatus specula”, ribadita da papa Benedetto XIV nella costituzione “Providas romanorum pontificum” del 18 maggio 1751. Clemente XII non addusse alcuna motivazione propriamente dottrinale. Gli bastò scrivere che i massoni vivevano nelle tenebre. L’omissione è stata addotta quale prova di pretestuosità della “condanna”. Il papa (o chi per lui: era decrepito e

cieco) riteneva che le logge erano strumento degli inglesi nel caotico quadro politico-diplomatico-militare italiano di metà Settecento. Anglicani ed evangelisti, gli inglesi erano prevalentemente e aspramente anticattolici. Quindi eretici. Tanto bastava.

   Con Ulisse Bacci, Oreste Dito, Giuseppe Leti e altri autori “di loggia”, l’apologetica massonica ha indicato precursori logico-cronologici delle logge tutti gli eretici e i perseguitati: una ricostruzione che ignora la conflittualità tra le diverse denominazioni cristiane (evangelici, protestanti, anglicani, ortodossi: gli uni contro gli altri armati) e le feroci persecuzioni dei cattolici da parte di a-cattolici, soprattutto in Inghilterra, ove il sovrano è anche capo della chiesa.

    Per Roma la nascita della massoneria moderna non costituì dunque una “svolta”. La In eminenti e la Providas dettero per scontato che gli a-cattolici erano eretici. I Papi non avevano nulla da aggiungere a proposito di quanti professavano religioni diverse dalle cristiane, come israeliti e islamici, all’epoca esclusi dalle logge. Le pronunce pontificie antimassoniche ammonirono i cattolici a non farsi tentare dalle sirene dell’ignoto, da un misticismo estraneo alla ritualità canonica.

    Clemente XII non “scagliò la prima pietra”. In “Early Masonic Pamphlets” (ed. Quatuor Coronatorum Lodge) sono documentate le virulente polemiche antimassoniche divampanti in Inghilterra nel 1696-1798.Dalla loro organizzazione nella forma moderna (1717-1723) i francs-maçons avevano i loro buoni motivi per “dirozzare la pietra”. Ma anche i papi ne avevano per condannarli, sulla traccia della lotta contro le eresie.

Chiusa la stagione franco-napoleonica (1789-1815), con la Restaurazione dello Stato Pontificio papa Pio VII e i suoi successori non dovettero scervellarsi per ribadire la “condanna”. Semmai sentirono il dovere di scomunicare le nuove specie di settarismo politico che accampavano figure e simboli cristiani. Era il caso della carboneria. La repressione del liberalismo, identificato con il settarismo politico e con il suo retroterra ideologico e para-teologico, si giustificava con l’identificazione di giacobinismo e società segrete. Tra Sette e Ottocento questo si riverberò sull’azione pratica (cospirazioni, insurrezioni, moti, “rivoluzioni”…) e poi sulla storiografia.

 L’affermazione della continuità logico-cronologica tra logge e giacobinismo e tra rivoluzionarismo e persistenza di logge clandestine, poi animatrici di socialismo utopistico (ne hanno scritto Giuseppe Giarrizzo, Luca Addante, Adriano Prosperi…), avalla le interpretazioni della “Rivoluzione” scritte “a caldo” da massonofagi quali l’abate François Lefranc e Augustin Barruel, “riabilitati” proprio da quanti vorrebbero deprecarli. Gli assertori della continuità massoneria-giacobinismo-bonapartismo trascurano che molti massoni erano anche tenaci avversari della “Grande Rivoluzione” come poi del regime napoleonico, combattuto di coalizione in coalizione sino al suo crollo definitivo a Waterloo nel giugno 1815, ove “Napoleone di tutti i riti” fu sconfitto dal duca di Wellington, massone, anglicano e quindi eretico.

La condanna della massoneria, ripetuta da Pio IX nelle encicliche Qui pluribus e Quibus quantisque dall’indomani dell’elezione al Sacro Soglio, è strettamente legata alla formazione dello Stato d’Italia e suggerisce alcune riflessioni sul suo corso. La Nuova Italia nacque scomunicata. Nelle intenzioni del papa la “condanna” (ripetuta nel Syllabus del 1864) voleva essere la punizione per gli autori della spoliazione dello Stato pontificio. Di fatto essa si risolse in una benedizione. Creò uno “stato di necessità” che ne propiziò la collocazione internazionale e l’assetto politico-giuridico.

La dirigenza “liberale” fu scomunicata con l’accusa di massonismo, anche se le logge erano del tutto assenti nel regno di Sardegna. Vi si affacciarono con un’unica loggia nell’ottobre del 1859 e solo a fine dicembre del 1861 una manciata di 19 logge, per un quarto insediate tra l’Egitto e Tunisi, tennero a Torino l’Assemblea dalla quale nacque il Grande Oriente Italiano (poi d’Italia). Il suo influsso egemonico sui mesi decisivi per la nascita del regno d’Italia (aprile 1859-ottobre 1860) è una leggenda massonofoba, riecheggiante in libelli che non meritano menzione. 

…e i suoi benefìci

Clero e clericali si ritrassero dalla vita politica (non da quella amministrativa). La loro scelta si sommò alla “scomunica” e fece la fortuna della Nuova Italia. Lo Stato fu costretto a salvaguardarsi riservando il diritto di voto all’esigua minoranza di potenziali fautori del nuovo ordine. La legge elettorale utilizzata il 27 gennaio 1861 per l’elezione dell’VIII^ legislatura del Parlamento subalpino, poco dopo convertito in I^ del regno d’Italia, fu quella “piemontese” del 1848. Rimase immutata sino al 1882 e, di poco variata, fino al 1912. Il voto non era obbligatorio. In molti collegi elettorali, su direttiva clericale che esortò alla diserzione delle urne (“non expedit”), votò meno del 20% degli aventi diritto. In generale l’affluenza, elevata soprattutto nel Mezzogiorno, si attestò intorno del 60%: superiore all’odierna. 

Con quello e altri accorgimenti, anche grazie alla spregiudicata “confisca della rappresentanza”, nel volgere di mezzo secolo le Camere vararono leggi che portarono la Nuova Italia alla pari con gli Stati più avanzati d’Europa. Il governo presieduto Francesco Crispi, massone, approvò il codice penale che nel 1889 abolì la pena di morte: un primato civile mondiale. Quella dirigenza non era a-cattolica né irreligiosa, ma ispirata ai principi della libertà: molto più della semplice “tolleranza”, che ora concede, ora revoca. Nei decenni seguenti la dirigenza politico-amministrativa resse a tutte le condanne pronunciate contro di essa dai papi che la dipingevano come manutengola della Massoneria o, ancor più, di un complotto internazionale massonico-giudaico e, in seconda battuta, giudaico-massonico. Poiché ogni parola ha la sua valenza, va osservato che la normativa sabaudo-unitaria usò sempre il lemma ebreo, dal suono diverso dal francesizzante “giudeo”, che evoca Giuda Iscariota.    

Il Dialogo…      

Lasciato tra parentesi il breve ma devastante arco di tempo dall’autoscioglimento delle logge, alla loro rinascita postbellica (1925-1943/44), il volume di Luigi Pruneti  su “La Chiesa e i Figli della Vedova” sollecita a ripercorrere il mezzo secolo dalla pronuncia del prefetto della Sacra Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Franjo Seper, secondo il quale “la legge penale va interpretata in senso restrittivo” e, “per tale motivo, si può sicuramente insegnare ed applicare l’opinione di quegli autori, i quali ritengono che il suddetto canone 2335 (scomunica dei massoni, NdA) tocchi soltanto i cattolici iscritti ad associazioni che veramente cospirano contro la Chiesa” (19 luglio 1974). E’ trascorso mezzo secolo. Con quali effettivi “progressi”?                              

Il rapporto tra Chiesa cattolica e Massoneria dagli Anni Sessanta del Novecento ai giorni nostri ha avuto molteplici aspetti. Confronto indiretto attraverso la pubblicazione di libri e di articoli, si è poi concretato in incontri personali informali e formali tra ecclesiastici e massoni di diversi Paesi, più volte narrati e documentati dai loro protagonisti. Tale rapporto a volte si è risolto in mero studio storico; altre volte ha condotto a individuare concordanzee persino a promuovere la “doppia appartenenza”. Incontri e dialoghi hanno suscitato reazioni sia nelle file dei cattolici, sia in quelle dei massoni. Le prime hanno trovato steccati invalicabili nelle pronunce dei pontefici, rivolte non tanto alla generalità dei massoni quanto ai massoni cattolici osservanti messi in guardia dall’obbrobrio di sedere in loggia a fianco di “fratelli” di confessioni disparate o anche di nessuna “religione”.

Per alcuni suoi protagonisti il percorso dei confronti e dei dialoghi ha avuto lo scopo di confortare gli iniziati più dubbiosi sulla loro opzione, farli sentire partecipi della chiesa vivente e di dispensare loro i sacramenti, sino a consentirne funerali cattolici, desiderati dai famigliari per motivi estranei alla ricerca storico-dottrinale e spesso connessi, prosaicamente, all’“immagine pubblica” del defunto e ai riverberi dell’“estremo saluto” su parenti e intrinseci. Sono lontani i tempi nei quali il massone Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, ministro degli Esteri senza uguali nella storia d’Italia, sentendosi prossimo alla morte confidò che non si sentiva contrariato dai funerali religiosi perché essi non riguardavano il suo vero “lui” ma il “corpo”, il fardello alle cui sorti era indifferente.

Proprio perché sospettati e/o accusati di sminuire il rigore della fede nell’ansia pastorale di “salvare anime”, gli ecclesiastici fautori del “dialogo” (che non vuol dire “identificazione”) sono stati bersaglio di polemiche roventi, di misure disciplinari e persino di aggressioni. In vista di una auspicata panoramica generale della casistica, giova richiamare alcuni momenti vissuti da ecclesiastici impegnati a chiarire genesi e fasi della conflittualità tra Chiesa cattolica e Massoneria, in specie nella dimensione “italiana”. La vicenda va collocata nell’ambito dagli sforzi compiuti anche dalla massoneria italiana (inizialmente il Grande Oriente d’Italia, poi imitato dalla Gran Loggia d’Italia) per far conoscere la propria identità attraverso mostre documentarie, conferenze, riviste e collane di libri, aperte a studiosi non massoni, a ecclesiastici cattolici, a valdesi e a ebrei. 

…e i suoi “profeti”      

Nel giugno del 1983 il professor José Antonio Ferrer Benimeli S.J., cattedratico di storia all’Università di Saragozza, massonologo di prestigio mondiale, fu relatore al convegno di Firenze su 250 anni di Massoneria in Italia, organizzato dal Grande Oriente d’Italia, il cui gran maestro all’epoca era Armando Corona. Tre anni prima Ferrer Benimeli aveva svolto a Torino una importante conferenza nel quadro della Mostra “I massoni nella storia d’Italia” allestita nel maggio 1980 a Palazzo Carignano. In un incontro a Firenze, per iniziativa del già gran maestro Giordano Gamberini, nel 1978 era stato messo a punto il progetto di un Istituto per la storia della massoneria, aperto a massoni (di qualsiasi “obbedienza”) e non massoni. Mentre questo tardava a prendere forma, i promotori della Mostra torinese dettero vita a un Centro di documentazione massonica  presieduto dal musicologo Alberto Basso. Pubblicò due volumi. Anche su quel modello Ferrer Benimeli dette vita in Spagna al Centro di studi di storia della massoneria in Spagna (CEHME, acronimo della sua intitolazione in spagnolo).

Proprio mentre nel 1983 partecipava al citato convegno di Firenze il suo studio all’Università di Saragozza venne dato alle fiamme: una criminale intimidazione. Andarono perduti libri, carteggi e documenti. L’ostilità nei confronti dello storico che aveva illustrato la motivazione preminentemente “politica” della scomunica comminata da papa Clemente XII prese forma sinistra, ma non lo scoraggiò. Il CEHME celebrò in Saragozza il primo di una serie di Simposi internazionali tuttora in corso: aperti a studiosi massoni e non massoni di qualunque Paese. Al CEHME  nel tempo si è affiancato il REHMLAC (acronimo di Revista de Estudio de Historia de la Masonerìa en America Latina y Caribena). 

Nel 1968 Ferrer Benimeli aveva pubblicato “LaMasonerìadespuésdelConcilio”, nel 1977 riproposto come “LaMasonerìaactual”. Due anni dopo il libro uscì in Italia  tradotto, adattato al pubblico e arricchito da ampia appendice di documenti. Firmato da Ferrer Benimeli e dal padre Giovanni Caprile S.J. con il titolo “Massoneria e  chiesacattolicaieri, oggi edomani”(Torino, Sei), esso fu proposto ai lettori con una constatazione invitante: “I gesuiti. Un tempo furono tra i più fieri oppositori della Massoneria. Oggi li si trova quasi dappertutto fra gli antesignani del dialogo e fra i protagonisti di essi.” Gesuiti erano appunto i due autori, il cui volume era “esempio di dialogo franco e sereno, fecondo di promesse”.

Con l’autorevolezza di chi aveva alle spalle “Massoni emassoneria”(Roma, 1958:raccolta di dodici articoli pubblicati in “La Civiltà Cattolica”, in linea con la posizione della Santa Sede) e cinque volumi sul Concilio Vaticano II, nel 1979 padre Caprile (Portici, Napoli, 1917-Roma,1993) firmò la voce “Massoneria”nella IV^ Appendice, 1961–1978,dell’Enciclopedia Italiana. Nel volume XXII (Roma, 1934, pp.535-37) il risorgimentista Alberto Maria Ghisalberti l’aveva definita “associazione segreta” e “sodalizio occultistico”, “spiccatamente anticlericale”, motivatamente “disciolta” dalla “legge fascista del 1925”. In realtà la legge “sulla riorganizzazione delle associazioni e sull’appartenenza dei pubblici impiegati alle associazioni, molto più letale della “scomunica”, non nominò affatto la massoneria. Le maggiori Comunità massoniche non furono sciolte dal governo ma dai rispettivi grandi maestri, Domizio Torrigiani e Raoul Palermi.  Negli aggiornamenti postbellici dell’ Enciclopedia la Massoneria disparve, quasifosseormaiirrilevante, mentre anche in Italia aveva ripreso forza e vigore e all’estero contava in tutti i Paesi democratici una dirigenza di tutto rispetto, in specie la serie quasi ininterrotta di presidenti degli Stati Uniti d’America.

Nella citata voce del 1979 tra gli autori di riferimento padre Caprile menzionò don Rosario Francesco Esposito (Pomigliano d’Arco, Napoli, 1921- Roma, 2007). Entrato nella Società San Paolo con il nome di Piergiuliano, ordinato prete nel 1947, autore di un primo libro polemico sulla Massoneria, don Esposito vide i massoni “all’opera” durante una missione in Congo. Capì. Successivamente ne scrisse in termini sempre più entusiastici. Dopo incontri preliminari, il 15 giugno 1969 don Esposito fu protagonista dell’incontro pubblico con il gran maestro Giordano Gamberini nel cinema “Astor” di Savona alla presenza di un migliaio di massoni affluiti persino dall’estero. Con p. Caprile e don Vincenzo Miano, del segretariato per i non credenti, don Esposito prese parte al ripetuto confronto con i massoni Gamberini, già vescovo della chiesa gnostica italiana, Roberto Ascarelli, israelita, e Augusto Comba, valdese.

Nel 1981 don Franco Molinari (Vigolzone, 1928-Piacenza,1991) pubblicò “La Massoneria, cattedralelaicadellafraternità”.Docentedistoriamoderna all’Università Cattolica di Milano e libero docente alla Statale, autore di circa trecento volumi, saggi e articoli, alternava opere scientifiche a libri divulgativi. Affrontò con sorridente sopportazione malevolenze, sarcasmi e velate minacce per le sue pubblicazioni e per gli interventi in convegni promossi da istituzioni massoniche, pago delle amicizie che lo accompagnarono nella docenza e nella promozione della pace, della fratellanza e della ricerca. Fu il caso di don Antonio Fappani e di Corrado Sforza Fogliani, presidente della Banca di Piacenza, che talvolta lo conduceva in motocicletta a Milano affinché giungesse in tempo a svolgere lezioni entusiasmanti.

 Il gesuita Caprile, il paolino Esposito e don Molinari sono tre fra gli ecclesiastici che non si fecero condizionare da preconcetti né dalle cronache, come le confuse chiacchiere su Licio Gelli e sull’“affare P2”. Molti andrebbero aggiunti, da monsignor Alberto Ablondi, vescovo di Livorno, a Riccardo Fontana, arcivescovo emerito di Arezzo (che apprezzò i “valori condivisibili universali” dell’Ordine liberomuratòrio), e altri molti (persino cardinali: sino a Gianfranco Ravasi) elencati nelle liste di “ecclesiastici con il grembiulino” pubblicate da chi seminava zizzania.

 Il tema, dunque, è da tempo arato. I semi gettati germoglieranno?   

Per ampiezza dell’impianto, rigore espositivo, ricchezza dell’apparato critico e dei suggerimenti bibliografici e l’attualità dei quesiti che solleva, il volume di Pruneti è opera di riferimento. Esorta ad approfondire le ripercussioni dell’“antica condanna” (di cui scrisse Guglielmo Adilardi) sull’immagine della Massoneria nella società italiana e sulle sua vulnerabilità a cospetto delle reiterate campagne di demonizzazione, talvolta incalzanti con l’impiego della formula di “massoneria deviata”, senza che venga conosciuta quella che deviata non è. Ma qual è questa? Chi lo decide? Sparsi nel mondo, ora in prosperità ora in disgrazia, organizzati in ordini e riti, i massoni non hanno mai avuto una struttura universale unitaria e men che meno un Potere Supremo, al di là della rivendicazione di legittimità, regolarità e di rappresentanza esclusiva del Grande Architetto dell’Universo in questo o quel Paese. Di veramente unitario i massoni hanno avuto le persecuzioni: indagini, sequestri di carte, pubblicazione di elenchi di affiliati sbandierati come liste di proscrizione in Paesi dominati da partiti più massonofobi dei preti. V’è motivo di concludere che neppure lo Stato ha competenza a entrare nel merito delle questioni “interne” delle società massoniche (più volte lo osservò Fabio Roversi Monaco), come non ne ha su filosofie, poetiche, “sogni” e culti, senza “tavole d’intesa” ma non in conflitto con le leggi vigenti.

La secolare litania di condanne pontificie dei massoni, sino all’addebito di neopelagianesimo e neognosticismo (di cui gli iniziati hanno motivo di andare orgogliosi), ricorda al Legislatore l’antico “sutor, ne ultra crepidam”.

Aldo A. Mola         

DIDASCALIA: Il professor Luigi Pruneti (Firenze, 1948), massone, storico, è autore, fra altro, di “La tradizione massonica scozzese in Italia” (Edimai, 1994), “Annales, 1908-2012. Cronologia di storia della Massoneria italiana e internazionale”(Atanor, 2013) e “Eva e l’altare. Storie di donne e di eresie” BastogiLibri, 2022). 

Pubblicato in : Cultura ed eventi

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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