
La soluzione è una sola. Spendere meglio le risorse di cui il Paese dispone, non certamente spendere meno. Prima cosa da fare: eliminare gli sprechi che l’OCSE ha quantificato in 2 euro ogni dieci di spesa. Vale a dire 22/23 miliardi. Sprechi che sono dovuti a frodi, acquisti a costi eccessivi, sotto-utilizzo delle strutture e delle attrezzature, complessità amministrative, ricorso eccessivo agli esami diagnostici e, soprattutto, abuso dei ricoveri ospedalieri impropri. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante. L’ invecchiamento della popolazione porta ad una crescita quasi esponenziale di malati lungodegenti che, in mancanza di strutture a valle degli ospedali, occupano, almeno in parte, i posti ospedalieri in una percentuale superiore a quanto necessario per la cura della fase acuta della malattia. Gli andamenti demografici non consolano. Nel periodo 2013-2030 la quota di popolazione di oltre 80 anni passerà dal 6,8% al 13,2%, mentre quella di oltre 65 anni passerà dal 22,3% a oltre il 30,0%. Inevitabile che, per questa parte della popolazione, aumenti il bisogno di cure a lungo termine. La questione non è di poco conto. Un posto letto in ospedale costa fra i 500 e gli 800 euro al giorno, mentre un posto letto in una struttura residenziale con un alto livello di assistenza medica oscilla fra i 150 e i 200 euro. In Italia, secondo una recentissima ricerca dell’Auser, ci sono 12.261 presidi residenziali fra pubblici e privati che offrono complessivamente 384.450 posti letto. Di questi 92.268 sono in strutture che garantiscono un alto livello di assistenza medica, e 171.849 un medio livello. Per alleggerire il problema, e risparmiare milioni e milioni di euro, basterebbe usare parte di quei posti come “scolmatori” per gli ospedali. Perché non viene fatto? Essenzialmente per due motivi. Rigidità burocratica, molte di quelle strutture sono classificate come RSA (che però nel frattempo per assistere anziani cronici sono diventate quasi delle cliniche), e pregiudizi, visto che solo il 25% di quei posti sono gestiti da enti pubblici.
Bisogna, una volta per tutte, sfatare un luogo comune. Cambiare o meglio rivedere l’organizzazione del sistema sanitario non significa necessariamente mettere in discussione la centralità della sanità pubblica che è e deve restare il pilastro di tutto il sistema, non solo per una questione di equità ma anche di eccellenza, visto il livello davvero alto che hanno raggiunto tanti ospedali pubblici. Il fatto è che i cambiamenti demografici, epidemiologici e tecnologici stanno rendendo insostenibile il costo di una sanità pubblica onnicomprensiva. Non serve mettere la testa sotto la sabbia e far finta di niente. Oggi abbiamo i malati acuti, i post-acuti e i lungodegenti. Dare spazio a strutture convenzionate, almeno nei settori dei post-acuti e dei lungodegenti, abbassa notevolmente i costi e libera risorse, indispensabili per tenere alta la qualità dei servizi e delle prestazioni a livello ospedaliero.
Giancarlo Magni

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