A ben pensarci, tra i molti effetti negativi, il blocco dei camionisti una conseguenza positiva l’ha avuta. Sullo spirito, di molti di noi. Ci ha fatto capire che qualsiasi cosa, qualsiasi genere di materia, qualsiasi servizio, prima o poi, finisce o puo’ finire. La benzina, l’insalata, il gasolio, i pomodori, la miscela e le pere o le arance. 48 ore di paura di rimanere a secco, occhi sulle lancette del carburante, ricerca a volte paranoica di un distributore che non avesse i cartelli, scritti anche molto male, con la parola “esaurito”. Scene fa film. In autostrada neanche tanto, ma negli impianti di carburante nelle città o vicino ai centri commerciali sembrava di vivere una sceneggiatura di un film sulla fine del mondo, sull’uragano in arrivo, sull’asteroide che prima o poi cadrà sulle nostre teste. Tutti in coda a litigare e a clacsonare per avere un pieno. In autostrada un po’ meno ma anche lì, per quelli con un po’ di gasolio e benzina in deposito, scene molto epocali: pompe tenute sul serbatoio fino all’ultima goccia che poteva entrare, compaiono le taniche e via di gasolio e benzina nei serbatoi e poi anche nei bidoni. Conti da fine del mondo: 130 euro, 160 euro… e intanto le radio cominciavano ad annunciare spiragli. Ma in quei casi non si crede mai alla soluzione fino alla prova dei fatti. Torniamo alla sana paura. Viaggiatori su auto e suv, utilitarie e furgoncini che si aggiravano come zombi alla ricerca di una pompa fornita faceva molto scena da the day after, con distributori deserti e cartelli con la parola chiuso al vento. La paura di non avere più carburante e di dover risparmiare a tutti i costi un viaggio ci ha fatto scegliere nella nostra coscienza quello che era indispensabile da quello che indispensabile non era. Quante corse in auto facciamo che davvero non sono indispensabili ma nemmeno utili?! Quanta benzina e gasolio buttiamo in giri e viaggetti che possono essere anche rimandati o raggruppati? Quanto potremmo risparmiare di euro e inquinamento se ogni volta che avviamo il motore ci chiedessimo: serve davvero? Il blocco dei camion in questo è servito più di una scuola di psicologia o di una seduta di catarsi collettiva o di un richiamo religioso al risparmio delle risorse o al recupero dei cosiddetti veri valori. Insomma un sano scagotto energetico. Potremmo imporcelo anche senza blocco dei camionisti, che so’, due giorni al mese di gioco al distributore chiuso, una auto austerity. E potremmo scoprire, come successe tanti anni fa, all’epoca della crisi petrolifera e delle domeniche a piedi, che ogni tanto dell’auto e della benzina e del gasolio si può fare a meno. Fatti salvi, ovviamente, i servizi pubblici essenziali. Per il resto le giornate del blocco sono state un po’ strane. Non ci chiediamo chi ha vinto e chi ha perso perché non ne verremmo fuori. Certo rimane il fatto che alla mattina alle dieci un ministro diceva “convochiamo solo se tolgono i blocchi” e poi visto come andava hanno convocato lo stesso, sennò si rischiava la guerra civile, e poi grazie a Dio e al buon senso, è andata come andata. Incontro , proposta, valutazione, tre ore per spiegare e ritorno alla ragione. Se in giro per l’Italia in molti avevamo al paura di rimanere bloccati, a Roma c’era il terrore di rimanere intrappolati, anche lontano dagli svincoli e dai caselli. Perché diciamocela chiaramente: la paura di rimanere a secco puo’ essere salutare, ma non è per niente giusto o giustificabile che uno non possa spostarsi quando ne ha effettivamente bisogno. Potrà finire il gasolio ma non potrà finire la libertà di viaggiare.
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Fabrizio Binacchi
La sana paura di rimanere a secco
di Fabrizio Binacchi

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