
Ci sono promesse che la politica rinnova con tale regolarità da trasformarle in una formula. La difesa della sanità pubblica è una di queste. Ogni legislatura annuncia interventi, riforme, investimenti. Eppure, anno dopo anno, aumenta il numero di cittadini che rinunciano a curarsi, rinviano esami, abbandonano percorsi terapeutici o si trovano costretti a scegliere tra una necessità sanitaria e altre spese essenziali.
È qui che si misura la distanza tra le parole e la realtà. L’Italia continua a definirsi un Paese fondato sull’universalità del diritto alla salute. Ma un diritto resta davvero universale soltanto quando può essere esercitato da tutti. Quando invece l’accesso alle cure dipende sempre più dalle condizioni economiche, dal territorio in cui si vive o dalla capacità di orientarsi in un sistema complesso, quel principio comincia a perdere consistenza.
La povertà, oggi, non è soltanto una questione di reddito. È anche la difficoltà di prenotare una visita in tempi ragionevoli, di sostenere i costi indiretti della cura, di comprendere procedure e percorsi spesso poco accessibili. Per molti cittadini la fragilità non coincide con un’emergenza temporanea, ma con una condizione che tende a protrarsi nel tempo e ad aggravarsi. Malattie croniche, disabilità e disagio psicologico raramente si presentano da soli. Si intrecciano con la precarietà economica, con l’isolamento sociale, con la mancanza di reti di sostegno.
È in questo intreccio che nasce una delle forme più profonde di disuguaglianza contemporanea: quella che trasforma la salute da diritto garantito a opportunità distribuita in modo diseguale. Particolarmente allarmante è la condizione di chi vive un disagio psicologico. La sofferenza mentale spesso si accompagna alla solitudine e alla marginalità, creando una spirale dalla quale è difficile uscire senza un sostegno adeguato. Eppure proprio questo ambito continua a occupare una posizione secondaria nelle priorità pubbliche, nonostante l’evidenza crescente del problema.
La verità è che non basta aumentare il numero delle prestazioni o moltiplicare gli annunci. La salute non dipende esclusivamente dagli ospedali o dagli ambulatori. Dipende anche dalla qualità delle relazioni sociali, dalle condizioni abitative, dall’istruzione, dal lavoro e dalla possibilità di ricevere orientamento quando ci si trova in difficoltà. Per questo la risposta non può essere soltanto sanitaria. Deve essere sociale e politica. Occorre costruire una rete capace di mettere in relazione servizi sanitari, servizi sociali, enti locali e terzo settore.
Occorre raggiungere le persone prima che scivolino nell’invisibilità. Occorre riconoscere che la lotta alle disuguaglianze non è un capitolo accessorio delle politiche pubbliche, ma una delle condizioni necessarie per garantire la salute collettiva. Una società si giudica anche da come tratta chi è più vulnerabile. E una politica credibile si riconosce dalla capacità di trasformare i diritti proclamati in diritti effettivamente esercitabili.
Finché questo non accadrà, continueremo ad assistere allo stesso paradosso: un Paese che celebra il diritto alla salute mentre una parte crescente dei suoi cittadini fatica ad accedervi. E nessuna promessa, per quanto ripetuta, potrà colmare questa contraddizione.
Angelo Santoro

Quando le risorse vengono dirottate a finanziare armi contro inesistenti nemici; giornali discutibili che potrebbero benissimo finanziarsi da soli; classe politica non sempre all’altezza e spesso dannosa e quando manca una mentalità votata al sacrificio e all’efficienza, la sanità, ma anche la scuola e il comparto sicurezza non possono che soffrirne.