La convergenza tra Usa e Russia, in questa fase politica, ha solo senso se l’ex super potenza ritira i suoi carri amati, per non dire le armi non convenzionali usate nel Donbass, dall’Ucraina e dalla Crimea. Cioè, rientra nei propri confini. Il punto centrale è solo questo. Nessuno deve occupare un territorio di un’altra nazione e le risoluzioni internazionali lo dichiarano in modo netto. Su tutto questo pesa ancora l’esperienza umana della seconda guerra mondiale cui l’Italia è responsabile. Creare un precedente d’occupazione di una nazione, oggi ha una valenza storica e politica pericolosa. Poiché nella realtà, eventi del genere come furono per le isole Falkland, o per il Kuwait , l’invasore ha pagato solo perché non era una potenza molto grande. Accadde per l’Argentina, accadde per l’Iraq. In questo caso si parla di Russia, quindi un boccone più difficile da digerire. Gli interessi in gioco sono enormi. Non è solo una questione di gas o petrolio. Sul proscenio mondiale sono in gioco la libertà e l’indipendenza di popoli e paesi che ad esempio con la Russia sono confinanti; dalla Finlandia alla Georgia e all’interno della Russia, le ex repubbliche sovietiche che ad est di Mosca chiedo l’indipendenza, con una “ anomalia”: la Cecenia di Kadirov, addomesticata dalla Sharia e dai moltissimi soldi che le piovano dal Cremlino. Non è un caso che, come consecutio tempora ai fatti di Maidan e dell’emarginazione dal G20 della Russia, e dal G8, si siano succeduti attentati e stragi, in Europa come in Australia e Canada . Le sanzioni per l’alta tecnologia nei confronti della Russia, quindi, non sono una crudele ingiustizia, ma l’unica contromisura pacifica ed efficace per ristabilire un principio sacrosanto: quello dell’autodeterminazione dei popoli. Per conseguenza tutta l’Europa e l’Italia, per quello che ci riguarda, ha ottenuto enormi vantaggi dai “ prezzi bassi “ del greggio, cui il Bel Paese non ha saputo sfruttare per il suo rilancio economico e sociale, a causa delle materie prime che importiamo e da cui dipendiamo per enormi quantità; incapaci come siamo di produrre energia sufficiente al fabbisogno ed avere minore dipendenza dall’estero. Questo, invece vale per la Francia che grazie alle sue centrali nucleari vende ad altri paesi compreso il nostro, abbondanti quantitativi di energia. Immaginiamoci, quindi, il danno che potremmo avere se i prezzi del gas e del petrolio riprendessero la corsa al rialzo soprattutto per le famiglie. La violenta entrata di Mosca nel Mediterraneo, prima con l’occupazione della Crimea, poi con il sodalizio con la repubblica repressiva e sempre più illiberale di Erdogan, ha completato quel rapporto cominciato con la Syria già ai tempi dell’Unione sovietica e ratificato col recente bombardamento di Aleppo. La sua chiave di volta, porta il nome di Sebastopoli in Crimea, dove alla fonda è ben noto esserci parte della flotta della marina militare di Putin. Alzare il costo del greggio oggi, non ha nessun senso e vantaggio se non per chi è fuori mercato come la Russia. Orami questa, ha perso il treno ed è rimasta ai binari della stazione: la tecnologia e lo sfruttamento di altri tipi di risorse come lo Shale Oli, Shale gas, acquisite dalle compagnie nord americane come la canadese Suncor, hanno aumentato il gap. Il Canada è ad esempio, al terzo posto nella produzione di greggio dopo Venezuela e Arabia Saudita. Non meno importanti sono i giacimenti nel North Dakota che permette soddisfare il crescente mercato orientale. Senza la capacità produttiva del Nord America, il brent salirebbe com’è stato durante i mesi d’oro dell’ Isis. Il costo contenuto del gas e delle risorse energetiche permetteranno ancora margini di ripresa economica ed opportunità di crescita. Sta a noi e all’Europa di cogliere questa occasione che significa anche pace e democrazia per il bene e la prosperità dei popoli.
Enrico Martelloni

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