Serviranno nuove regole per la ‘governance’ della Capitale.

E dunque si rimettono qui in discussione non solo le pratiche della giunta Alemanno, ma anche l’insufficiente azione di contrasto nei confronti delle medesime, così come le strategie perseguite dalle giunte di sinistra nel decennio precedente. Una presa di distanza che ci trova totalmente consenzienti. Chi non ricorda, infatti, i cedimenti di fronte alle costanti pressioni dei costruttori, la rinuncia alla ‘cura del ferro’ e ai percorsi preferenziali, il ricorso massiccio alle proposte “chiavi in mano” (ispirate spesso ad esigenze puramente speculative), la gestione sempre meno razionale delle attività del comune, l’ansiosa attesa di nuovi Eventi e di nuove risorse esterne, il progressivo inaridirsi del dibattito sul presente e sul futuro della città? E dunque i giudizi del nostro candidato sindaco sono corretti e i suoi propositi ottimi. Resisteranno, però – è il caso di domandarselo – al confronto con la dura realtà, all’indomani del ballottaggio? La risposta è forse sì, ma a condizione di dotarsi di strumenti e di strategie adeguate. Tenendo presente che il contesto in cui dovrà operare il futuro sindaco sarà radicalmente diverso da quello che segnò le esperienze di Rutelli e, in particolare di Veltroni.
Per dirla in sintesi, allora la “cedevolezza” nei confronti delle pressioni dei privati una qualche giustificazione ce l’aveva. Era il clima culturale dell’epoca, segnato dalla unanime accettazione della superiorità della gestione privata rispetto a quella pubblica. Era la difficoltà crescente dei Comuni di far fronte, con sempre più scarse risorse, a necessità sempre crescenti. Era il bisogno costante di reperire, comunque, risorse dall’esterno, anche in relazione a progetti e/o eventi a carattere nazionale. Era, infine e soprattutto, la necessità assoluta di “non crearsi dei nemici” (bastando alla bisogna, nell’immaginario collettivo, i baluba leghisti); insomma, di non alimentare conflitti con le grandi forze economiche presenti nella realtà romana. E questo perché nello scontro il Comune non aveva alcuna possibilità di vittoria; e perché lo scontro stesso avrebbe alimentato situazioni di disordine e di crisi con la seguente penetrazione delle forze dell’eversione e della criminalità organizzata.
E però il “compromesso edilizio” varato in quegli anni si è rivelato, al dunque, fallimentare. E, attenzione, non solo per la città, che ha vissuto un processo di degrado, “sotto traccia” nelle amministrazioni di sinistra ed esploso con quella degli ex camerati. O per il Comune che ha visto continuamente erose le sue capacità di governare i rapporti con i privati, con la sua stessa amministrazione e con i cittadini. Ma anche per i privati e per le loro varie corporazioni, allora considerati fattore propulsivo nello sviluppo della città e che oggi non solo hanno fallito il loro compito, ma si trovano di fronte a gravi difficoltà, di cui essi stessi si rendono conto per primi.
Così a chiedere uno stop alla cementificazione sono gli stessi costruttori: cento-centocinquantamila appartamenti invenduti, calo sensibile del valore del bene-casa (specie nelle periferie degradate): minaccia di un collasso economico-finanziario che trascinerebbe con sé anche il sistema bancario.
Così i tassisti stanno abbandonando Alemanno: cosa vale la tutela corporativa in una situazione in cui il mercato si restringe e la “mobilità”si riduce? Così, ancora, le aziende comunali, sottratte e al controllo politico e a quello del mercato, vivono la situazione, disastrosa e insostenibile, di scaricare le loro inefficienze sulle spalle dei cittadini. Infine, il nostro compromesso avrà pure impedito alla mafia di gestire il disagio sociale, ma non gli ha certo impedito di penetrare nel sistema economico della città.
Viviamo dunque oggi un duplice fallimento: una situazione in cui i protagonisti della vita politica ed economica della nostra città non riescono a svolgere la propria funzione a scapito degli interessi della collettività; e se ne rendono conto.
È in questa fase che Marino dovrà, per prima cosa, sedersi in poltrona, fare un respiro profondo e convocare una specie di “concilio romano secondo” per stabilire, possibilmente in modo consensuale, le nuove regole per la governance di Roma. Un patto con i costruttori e le banche per orientare l’attività produttiva verso il recupero e la riqualificazione dell’esistente. Un patto del comune con sé stesso per il controllo della qualità delle prestazioni. E,infine, un patto con i cittadini che consenta, sulla base di parametri certi, di verificare il raggiungimento degli obbiettivi proposti. E scusate se è poco…

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