Siamo stati tra i primi, in tempi davvero non sospetti, a credere nella Rete come nuova agora’ dove i cittadini potessero incontrarsi, confrontarsi, esprimere le loro opinioni a fronte della chiusura di tutti gli spazi operata da una partitocrazia chiusa, autoreferenziale e tetragona ad ogni influenza esterna, dunque ora possiamo con qualche ragione tentare di mettere un freno all’ebbrezza che pare aver colto una larga parte di questo paese improvvisamente convertito al potere del Web e pericolosamente tentato da una illusione che potremmo chiamare democrazia referendaria.
Intendiamoci: che l’esito dei referendum abbia espresso un forte segnale riguardo al desiderio inequivocabile che i cittadini hanno di tornare a far sentire la loro voce e di riappropriarsi di un legittimo diritto ad esprimersi sui temi politici che ci toccano tutti – diritto del quale siamo stati del tutto espropriati dall’oligarchia denominata falsamente bipolarismo – e’ indubbio, ed e’ una manifestazione di un rinnovato bisogno di democrazia partecipata che va accolta con favore ed ascoltata con attenzione. Ma in questa settimana abbiamo colto nella valanga di commenti post voto una sorta di spostamento da un estremo all’altro – sport in cui eccelliamo a livello mondiale – che non solo non ci piace perché ci appare irragionevole, ma di più ci preoccupa per le argomentazioni che sottende e per le conseguenze che potrebbe anche a breve innescare.
Al di la’ dei patetici tentativi di mettere il cappello su una battaglia ignorata fino all’ultimo – vedi alla voce Bersani e Pd – il fronte referendario si e’ in realtà coagulato intorno a movimenti esterni ai partiti, ed i ventisette milioni di italiani che hanno votato rappresentano una realtà multiforme, eterogenea e di fatto impossibile da racchiudere in una precisa e limitata etichetta politica. L’unico comune denominatore di questo variegato popolo sembra davvero essere la Rete che li ha uniti intorno a tematiche giudicate forti e li ha convinti ad andare a votare, ma non si può adesso alimentare la fasulla convinzione che con questa dinamica si possa procedere ad un nuovo riassetto dell’intero sistema politico ne’ che la Rete possa diventare una sorta di dittatura del popolo a discapito della democrazia parlamentare. Invece, i social forum pullulano di nuove proposte referendarie su qualunque argomento politico e sociale, come se una febbre da quorum avesse contagiato i cittadini e li avesse convinti che si può e anzi si deve procedere a colpi di referendum per rinnovare, migliorare o addirittura inventare forme di governo dettate direttamente dal basso: ma questo e’ in realtà il trionfo dell’antipolitica sancito da un populismo con forti venature velleitarie che non lascia presagire nulla di buono.
Naturalmente, la colpa di questa situazione e’ della politica che ha spinto i cittadini a questa forma di reazione e persino di difesa dalle istituzioni e dai partiti ormai agonizzanti e del tutto incapaci di intercettare le necessita’ e i bisogni di un popolo da troppo tempo lasciato solo ad affrontare problemi quotidiani quasi insostenibili, mentre i leaders politici – quelli che dovrebbero governarci pensando al bene comune – si scannano o si alleano solo per difendere le loro rendite di posizione.
La dissoluzione inevitabile, ma lenta ed ancora priva di un futuro di fronte a se’, del fasullo bipolarismo all’italiana e dunque della breve inutile e dannosissima stagione della Seconda Repubblica, apre scenari in cui tutto e’ teoricamente possibile ma dove il rischio di derive plebiscitarie e’ quantomai alto, aggravato dalla stretta di una crisi economica che non accenna ad allentarsi e contribuisce ad esasperare gli animi. Ancora una volta, come già alla fine della Prima Repubblica, ci troviamo a pagare il prezzo altissimo della colpevole mancanza di una classe dirigente di ricambio pronta a capire, interpretare e governare il cambiamento, e rischiamo di fare nuovamente scelte frettolose, sbagliate e persino pericolose per assoluta mancanza di alternative ragionevoli e preparate per tempo. E questa e’ una colpa che la classe politica attuale deve pagare per intero e senza sconti, perché tutti sono egualmente responsabili di questo fallimento, e nessuno può chiamarsene fuori inventandosi in una notte fasulle verginità politiche.
Ma per quanto siamo disposti a continuare a credere nella validità della Rete come nuova agora’ contemporanea, con altrettanta convinzione rifiutiamo sin d’ora di avallare ogni tentativo di governare questo paese con la pancia e secondo gli umori del cosiddetto “popolo della Rete”, perché questo significherebbe abdicare ancora una volta ad ogni responsabilità individuale e politica, e dichiarare la manifesta impossibilita’ di aprire una nuova stagione democratica di cui invece abbiamo un disperato bisogno.
Libera espressione si, dunque, e con ogni mezzo di comunicazione – dittatura del Web no, mai, perché davvero si aprirebbe una lunga notte della democrazia. La Rete sia motore di proposte, ma la politica torni a fare la politica e si rinnovi completamente nelle persone, nelle regole, negli intenti. Per questo, e solo per questo, siamo ancora disposti a batterci.
ChiBo

Condivisibile Chiara, complimenti davvero per questo scritto!
Ricorda quanto ti dissi tanto tempo fà su Facebook…una moda, che già comincia a calare soprattutto negli USA! Piu’ di 6 milioni di iscrizioni in meno, questo fenomeno ha già raggiunto l’apice e adesso si presenteranno agli utenti altre diavolerie arricchite da altre “gadget” da vendere per far soldi a palanche!
Sui referendum, che dirti, in Italia il “federalsimo” come quello della Svizzera non ci sarà mai, là tutte le decisioni importanti sono poste al voto dei cittadini, ma siamo in Svizzera….