L’analisi del voto del 4 marzo ha fatto circolare due convincimenti che forse è meglio sottoporre a critica prima che diventino luoghi comuni. Il primo è che sia nato un nuovo bipolarismo Lega/5Stelle e l’altro è che questi due poli possano fare un’OPA vincente su Forza Italia e PD.
Non ne siamo persuasi, e ci conforta nello scetticismo un editoriale di Angelo Panebianco sul fatto che forse il Centro non è ancora morto, e comunque è destinato a resuscitare, sia pure a tre dure condizioni: tempi non brevi, una leadership nuova, una proposta alternativa.
Antonio Polito ha definito anomalo il bipolarismo del 4 marzo, ma a noi sembra innanzitutto malato, o piuttosto falso: nei contenuti, il polo è uno solo. Il bipolarismo noto in natura è quello destra-sinistra, conservatori-democratici o laburisti. Identità precise e diverse che hanno in comune il riconoscimento del sistema. Qui, in comune, seppur confusamente, c’è invece l’antisistema. E un bipolarismo solo antisistema è il vero ircocervo.
Dunque, manca un polo, all’appello, e per identificarlo bisogna fare uno sforzo che – oggi – in verità nessun dirigente dei due partiti perdenti, Forza Italia e PD, è disposto a fare, e cioè avere il coraggio di vedere le analogie ideali e programmatiche che possono esistere tra questi due irriducibili nemici dell’ultimo ventennio (ma ultimamente sostenitori di Governi PD, anche se se ne vergognano).
Ma non si può essere rassegnati di fronte a quella che è una vera emergenza: l’Italia unico grande Paese disponibile all’avventura populista della bancarotta economica, del rovesciamento delle alleanze, dell’isolamento mondiale, sostenuta da Putin e dagli autocratici amici suoi, magari in cambio di un blocco militare anti immigrazione. Un orizzonte che da solo dovrebbe bastare a costruire nuove gerarchie e nuove priorità.
E questo ci porta al discorso sull’OPA. Tutti dicono che se si votasse domani, Salvini si mangerebbe Forza Italia e i 5Stelle il PD. Può darsi che il nostro sia solo l’effetto di un desiderio (whishful dicono gli anglosassoni), ma cerchiamo di non crederci.
Potrebbe capitare, è vero, a Forza Italia, perché il torto storico di Berlusconi è stato quello di non aver alimentato di idee forti le emozioni della sua narrazione. Non aver saputo capitalizzare i valori di quella specie di pentapartito che aveva ad un certo punto messo insieme, pretendendo di riassumerli tutti in se stesso, è l’atteggiamento che lo ha perduto, lasciandolo ora inerme di fronte all’estremismo leghista.
Ma c’è qualcosa, nell’antropologia dell’elettore moderato di Forza Italia, che a mio parere può essere l’antidoto alla resa. Li conosciamo tutti bene, i tipici elettori berlusconiani: brava gente, poco politicizzata ma conservatori in grande buona fede, con alcuni valori che l’hanno persino portati a rimpolpare il 40% di Renzi alle europee. Non sarà tutto quel 17% del 4 marzo, perché tiene dentro tanti post missini inconfessati, ma all’OPA salviniana non li vediamo rispondere entusiasti, consegnandosi a derive egoistiche, razziste, sovraniste che non gli appartengono. Non è gente che veste la felpa.
A maggior ragione, vediamo che l’antropologia dell’elettore che il 4 marzo ha tifato per Gentiloni è addirittura l’antitesi di ciò che significa essere 5Stelle. Togliamo anche qui la cresta di quel mondo intellettuale che vorrebbe che il PD facesse da foglia di fico per i nuovi vincitori, così da fornir alibi al suo opportunismo.
Ma un nucleo complessivo di un 30% di italiani utilizzabili per contrappeso a quel 32+17 che perderebbe comunque molti pezzi anche già solo di fronte ad un eventuale governo dei vincitori, potrebbe tener in pedi un’ipotesi diversa da quella che ora sembra prevalere.
Non sappiamo naturalmente se questo riequilibrio possa essere chiamato centro di convergenza destra-sinistra come fa intravedere Panebianco, e certo ha ragione il politologo quanto dice che occorre tempo, un leader (Calenda è troppo debole?) e aggiungo forse un nuovo partito. Sulla proposta, però, i materiali ci sarebbero, perché – questo il senso della nostra provocazione – c’è innanzitutto un’antropologia, forse un ceto sociale.
Beppe Facchetti

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