Un libro del genere soltanto due decenni fa sarebbe rimasto nel cassetto dell’autore, non pubblicato.

Presa e lasciata sul tavolone della storia (e della politica), la vicenda o scegli di berla – magari tutta d’un sorso – oppure subitaneamente la rifiuti. Perché il “Fascista da morire” di Mario Bernardi Guardi (Mauro Pagliai Editore, pp. 204, € 13,00) questo forse vuol essere, almeno di primo acchito: una scossa oppure un cazzotto, dipende, dentro le tue viscere. Epperò, anche così, se puoi non fermarti all’acchito, accedi ad un testo dalla lingua schietta ed efficace, a pagine ‘forti’ e colorite con squarci di umanità profonda e ‘ritratti dal vero’, di uomini in carne ed ossa. Come quello del “rivoluzionario” Berto Ricci, matematico, poeta e fondatore dell’”Universale”, morto sotto il fuoco inglese a Bir Gandula nel febbraio ’41, con cui il protagonista intrattiene un tenero, incessante dialogo immaginario, e che si fa rimpiangere: Berto era un puro che “arrossiva quando sapeva che c’era chi faceva i soldi con la retorica del Duce e del Fascismo”, aveva la passione “dei libri, delle cose che fai (…) giorno per giorno”. Fascista, sì, ma anche padre di famiglia, uomo restio alla “bottega del nulla” del dubbio pirandelliano, uno “che abitava a un piano più alto, dove il cielo è più nitido”. Poi c’è il colligiano Romano Bilenchi, prima fascista e poi partigiano, di cui Mario rammenta un “litigio d’amore ma non più d’accordo” con Berto e che, come un padre, cerca di dissuadere il giovane protagonista dal proposito bellicista, esortandolo a farla finita finché è in tempo. Mirabile è il ritratto di Curzio Malaparte, “un Narciso, un avventuriero di tutte le venture”, “un eroe allo specchio”, prima ‘venduto’ ai Fascisti, poi agli Alleati, “con quella faccia da schiaffi, di chi la sa più lunga di tutti” ma “più intelligente e più bello”.
Insieme a Ottone Rosai, Ardengo Soffici, Mino Maccari, Alessandro Pavolini e ad altri personaggi, anche di fantasia, si compone il quadro di una Firenze amata e sofferta, che faceva un tutt’uno col fascismo (“noi che abbiamo il fascismo e la città nel sangue”), quel fascismo che si dice fosse riuscito a dare una patria agli italiani e a fare di tutti i toscani, superando Montaperti, un solo paese.
Mario protrae oltre le evidenze, oltre le fortune di un’idea (e di un’ideologia), il proprio atto di fede incrollabile, anche se non totale, forse un delirio, che supera ogni buon senso e turba, spaventa la nostra sensibilità moderna; Mario con il suo fascismo “magro”, ridotto all’essenziale, ma ebbro di vita e di vitalità (“L’importante è che tu sia sempre caldo, perché gli uomini debbono essere così. Se bruciano di febbre, pazienza. (…). Ma i tiepidi non li guardare nemmeno.”) e anche un po’ selvaggio; con la tentazione di invocare/sapere Dio – nel momento che preme – dalla propria parte, di rendere finito, limitato, ciò che è infinito e sta ‘sopra’.
La commozione può correre libera su non pochi brani/passaggi, e non fermarsi di fronte a quel po’ di anacronistica e pur realistica retorica del tempo (“E noi si doveva andare avanti, anche morire volentieri, testardi come muli, fedeli alla giovinezza”): c’è un’umanità anche ‘di qua’, che scruta, che riflette, che ama, che spera e dispera.
Fedele ad una ragione “che viene chissà da dove”, Mario sente che questo agosto, questo mese di vita e di morte, vale qualcosa, ha una sua dignità. Pavolini è già partito per il Nord, insieme ad altre autorità, “a scavare l’ultima trincea”, ma ha voluto che i fiorentini non facessero come i senesi, “che avevano sconciato tutta la loro storia, suonando le campane all’ingresso degli Alleati”. A Firenze ha lasciato poco più di duecento fedelissimi, si sono addestrati al tiro di precisione alle cave di Maiano, hanno fucili col cannocchiale per centrare gli obbiettivi. Non mancano le ragazze, quelle che vogliono bene a questi giovani, anche se portano la camicia nera. Mario è uno dei combattenti, sarà un franco tiratore (come gli garba chiamarsi) e salirà sui tetti a sparare contro americani e partigiani. Il suo sguardo è appassionato e disincantato al contempo, il suo atto di libertà è la propria stessa morte: di fronte a lei gli si fanno estranei persino i genitori, che non intendono che vada a morire (“a chi vogliono bene i miei se il figliolo come vogliono loro non c’è?”), mentre riconosce la famiglia autentica in un’accolita di amici-fantasmi, tra cui campeggia Berto.
Che intensità, in certe pagine! Ci ricordano che, nei pochi momenti veramente importanti della vita, siamo soli, eppure possiamo ritrovarci (“E quando sarai solo, sarai tutto tuo”) ed è così che per Mario “il brivido diventa dolcezza” e chiude: “è strano: io sono con me e mi va bene. Gli altri ci sono stati, ora ci sono io e basta.”

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