A Bigger Splash è un film di amori e passioni, una storia in cui erotismo e desiderio la fanno da padroni, si sciupa quando rischia di diventare un thriller, si perde definitivamente nel finale che rasenta il grottesco.
Tutto inizia da un no per un remake, ripetuto solo due volte e da un quadro “A Bigger Splash”, appunto, del giovane David Hochney appena trasferitosi in America, per l’esattezza in quella California che, a metà degli anni ’60 era il sogno di tutti i giovani, anche e soprattutto europei. I colori del quadro richiamano l’estate, la piscina con il trampolino in primo piano invita a fare splash mentre la sedia da regista davanti alla vetrata, sembra aspettare che il regista Guadagnino si sieda e assista alla splash del suo film, sì perché il film parte bene ma poi si va perdendo fra clichè e luoghi comuni.
Prima di cominciare a parlare del film è bene ricordare che i remake sono sempre pericolosi perché , o sei bravissimo e allora superi l’originale e con la gioia del trionfo, in fondo in fondo potresti anche sentire un po’ d’amaro per il torto fatto al maestro, oppure non lo sei e quindi devi reagire, riprenderti dalla sconfitta e fartene una ragione. Guadagnino appartiene a questa seconda categoria, ma è furbo e del film originale prende solo la piscina e le due coppie, poi sposta la scena ai giorni nostri e dalla costa azzurra trasferisce la storia a Pantelleria, isola di sbarchi di migranti.
La scena del titolo /quadro appositamente girata non è poi entrata nel montaggio finale e quindi lo spettatore non ha potuto notare la differenza tra il quadro, dove tutto è lineare e regolare, interrotto solo dallo spruzzo di un possibile tuffo in piscina, contrapposta alla bellezza di un paesaggio scabro ed essenziale nel suo trasformismo costante; Pantelleria sabbiosa e rocciosa , selvaggiamente illuminata dal sole, nasconde specchi d’acqua quasi cesellati nella pietra lavica, Pantelleria mutevole nella sua bellezza come sono mutevoli i desideri e i disinganni delle due coppie che, provando ed esprimendo desideri contrastanti, corrono verso la tragedia.
A Bigger Splash è un film di amori e passioni, una storia in cui erotismo e desiderio la fanno da padroni, si sciupa quando rischia di diventare un thriller, si perde definitivamente nel finale che rasenta il grottesco.
Marianne (una Tilda Swinton strepitosa) rockstar pressochè muta dopo un’operazione alle corde vocali tenta di recuperare la voce trascorrendo una vacanza in un dammuso a Pantelleria con il compagno Paul (Matthias Schoenaerts) fotografo e documentarista, reduce da un tentativo di suicidio. Nelle pigre giornate di sole e tuffi in piscina irrompono Harry, produttore musicale ex manager e compagno di Marianne (un Ralph Fiennes scatenato) e la figlia Penelope (Dakota Johnson).
Harry vorrebbe riprendersi Marianne e tenta di trascinarla in un gorgo di rimpianti, passione, rinuncia, violenza mentre Penelope scompiglia le carte. Lolita bugiarda (afferma di avere 22 anni mentre ne ha solo 17) gioca scorrettamente il gioco di seduzione nei confronti di Paul, spinta solo dal principio edonistico del “diritto del piacere”, lo stesso, in fin dei conti che persegue Harry, ma il gioco di Penelope porta necessariamente alla tragedia.
Geniale infine l’idea, sembra della stessa Swinton, che segna la cifra stilistica del film, quella di contrapporre la quasi muta Marianne alla verbosità continua ed eccessiva di Harry,
Fin qui quello che è apprezzabile del film,ma l’approccio superficiale ai migranti e il finale, quasi grottesco non solo non mi sono piaciuto ma li ho trovati irritanti, se non addirittura offensivi per i siciliani
In questa società del “politicamente corretto”, che peraltro non amo, ho trovato che la contrapposizione tra gli abitanti poveri e ignoranti e il quartetto degli stranieri ricchi e famosi sia uno dei luoghi comuni più irritanti e offensivi. I primi sono macchiette, figurarsi che a Pantelleria parlano in dialetto, mentre agli altri, i “borghesi” si perdonano tante stravaganze, perfino un omicidio, ma loro sono famosi, hanno i loro fans e la scena dell’inseguimento in macchina da parte del maresciallo dei carabinieri (Corrado Guzzanti) sotto una pioggia torrenziale, solo per ottenere l’autografo di Marianne, è il peggio che si possa immaginare.
E’ inutile che in sala stampa a Venezia, dove il film è stato accolto da molti fischi e pochi applausi, Guadagnino si sia affannato a dichiarare che non era suo intento accattivarsi le simpatie delle major , perché è proprio l’Italia delle macchiette che lui rappresenta quella che piace agli americani.
Il film, già comprato in vari paesi, è nelle nostre sale dal 26 e, nonostante tutto è un film che va visto.

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