A quattro mesi dall’avvio dell’istruttoria, arriva come una doccia fredda la relazione dell’Anac, guidata da Cantone sull’affaire Consip. Si parla di fondato sospetto relativo a un “accordo di cartello” fra tre imprese concorrenti per spartirsi i lotti principali escludendo così le altre aziende. Il dossier è stato trasmesso alla Procura di Roma, competente per l’inchiesta. “La politica continua a occuparsi di gare e appalti. La corruzione nasce qui”. – A parlare era sempre il Presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone e l’argomento era sempre Consip e Romeo. – E sui politici sotto inchiesta diceva: “Si valuti, a prescindere dagli interventi giudiziari, se sono compatibili con ruoli di responsabilità per il Paese”. Era marzo, solo pochi mesi fa. Da allora, la situazione non è certo migliorata. Perché aldilà dei risvolti giudiziari di Consip, che si voglia o meno ammetterlo, ad affondare non è solo la “centrale per gli acquisti” ma anche la politica, almeno una parte. Tra le fronde dell’inchiesta c’è infatti tutta la parte relativa all’imprenditore campano Romeo e a Gasparri, ex dirigente Consip entrambi accusati per corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio per il ministro Luca Lotti, traffico di influenze illecite per Tiziano Renzi, Carlo Russo e Italio Bocchino. Le indagini faranno chiarezza e solo allora, forse, si dissolverà la cortina fumogena generata dal clamore mediatico sulla vicenda. Il fulcro però rimane sempre lo stesso: come si fa a sconfiggere la corruzione nel nostro Paese? Come si fa a far sì che a certe gare di peso possano accedere tutti e con le stesse possibilità? Perché se pensassimo che non esistano imprenditori onesti saremmo un paese finito, e lo stesso vale per la politica. Anche se, su quest’ultima, un dubbio resta: forse non bisognerebbe che i politici si occupassero di gare e appalti pubblici, in nessuna forma, misura o influenza.
Roberto Caputo

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