
Teheran si inchina al deserto. Chi lo avrebbe mai detto, un tempo, quando i persiani fieri della loro millenaria alterità guardavano i beduini con il mento sollevato? Eppure eccolo lì, Abbas Araghchi, l’ultimo burocrate della teocrazia sciita, che tende la mano sporca di diplomazia a Riad. Offre mediazione, dicono. Offre un patto per calmare i cani da guerra dello Yemen, quegli Houthi che Teheran ha nutrito, armato e addestrato, e che ora usa come fiche su un tavolo da gioco troppo grande per loro.
Che colossale messinscena. L’Iran, che da anni soffia sul fuoco del Medio Oriente, oggi si traveste da pompiere. Araghchi ha preso il telefono, o forse si è seduto su un divano damascato, e ha parlato al suo omologo saudita con la voce felpata di chi vuole vendere una tregua che lui stesso ha sabotato per anni. “Vi aiutiamo noi con lo Yemen”, sussurra Teheran. Come se il piromane offrisse le sue chiavi di casa per custodire l’acqua.
Ma non fatevi ingannare dalla retorica dei comunicati stampa ufficiali, da quelle parole vuote e ipocrite come “stabilità regionale” e “fratellanza islamica”. Questa non è pace. Questa è paura. È la paura di un regime, quello degli ayatollah, che sente la terra tremare sotto i piedi, stretto tra la rabbia della sua stessa gente e l’ombra d’acciaio di Israele. E allora si cerca l’abbraccio del vecchio nemico sunnita, il ricco saudita che per anni è stato il bersaglio perfetto dei missili lanciati da Sana’a.
Riad ascolta, immobile, dietro gli occhiali da sole dei suoi principi. Sa benissimo che gli Houthi non muovono un drone, non bloccano una nave nel Mar Rosso senza che un generale di Teheran abbia dato l’ordine. Accettare la mediazione iraniana significa ammettere che la chiave della sicurezza della penisola arabica è custodita nelle prigioni di Evin e nei palazzi del potere persiano.
Evin non è un carcere. È la gola profonda da cui sale l’urlo strozzato della Persia. Aggrappata alle pendici dei monti Alborz, nella parte nord di Teheran, questa fortezza di cemento e filo spinato è la Bastiglia degli ayatollah, il buco nero dove il regime getta chiunque osi pensare, scrivere o semplicemente respirare senza il permesso del clero. Intellettuali, giornalisti, donne che hanno rifiutato il velo, studenti: tutti inghiottiti dalle celle d’isolamento della Prigione di Evin, dove la luce artificiale resta accesa ventiquattr’ore su ventiquattro per farti perdere il senso del tempo e della tua stessa esistenza.
Evin è il vero volto della teocrazia. Non si può negoziare la pace stendendo tappeti rossi nei palazzi di Riad mentre a Evin si spengono le sigarette sulla pelle dei dissidenti. Ogni parola di tregua pronunciata da Teheran è macchiata dal sangue di quel cortile. Finché le celle di Evin rimarranno piene, l’offerta dell’Iran non sarà mai diplomazia: sarà solo il tentativo disperato di un carnefice che cerca di ripulirsi le mani prima che il cappio della storia si stringa intorno al suo stesso collo.
È la tragedia di questo secolo: un balletto macabro dove i popoli muoiono e i ministri si scambiano sorrisi di circostanza. L’Iran offre la pace yemenita come merce di scambio per la propria sopravvivenza. E il mondo sta a guardare, cinico e impotente, dimenticando che con il fanatismo non si negozia: si sopravvive, al massimo, fino al prossimo ricatto.
Giuseppe Basilico

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