
Gli scioperi generali sono sempre politici ma perdono valore, se producono litigi addirittura personali e puerili tra leader di partito e di sindacato, come in quello indetto, con scarsa attenzione scaramantica, per venerdi 17.
Si sciopera per protestare, ma la sostanza dovrebbe essere in positivo la questione lavoro, che va vista come un punto di arrivo di qualcosa di più generale, perché il lavoro è un risultato di sistema.
Partiamo da un dato molto buono, quello dei risultati 2023 sull’occupazione.
Il tasso di disoccupazione è sceso al 7,4%, in un Paese che viaggiava verso il doppio da molto tempo. E dentro la media ci sono i minimi quasi fisiologici delle province lombarde… Anche l’occupazione del 61,7% è un record, assorbendo già oltre mezzo milione di posti di lavoro in più rispetto all’anno scorso. Siamo arrivati a 23/24 milioni di persone occupate e non saremo la Germania, ma almeno la Francia si.
Non tutti i sottoinsiemi di questi grandi numeri sono altrettanto confortanti. Tra i giovani, la disoccupazione è quasi al 22%, anche se avevamo raggiunto ben altre vette, o meglio abissi. Sono in calo ma troppo poco i cosiddetti “Neet”, cioè i giovani senza scuola e senza lavoro a quota 1,67 milioni: sono quelli che sono sul divano di casa mentre padri, madri e nonni ascoltano increduli in Tv i dati trionfali dell’occupazione di cui sopra. Penultimi in Europa, davanti solo alla Romania.
E quanto alla qualità del lavoro, siamo sempre alle dolenti note. Il fatto che la produttività – di cui nessuno parla, ma che è il vero indicatore della salute di un sistema economico – sia stagnante da inizio secolo è la vera grande preoccupazione di tutti gli osservatori seri. E anzi, se incrociamo la crescita dell’occupazione con lo stentato andamento della produttività, è facile sospettare che quel dato nasconda occupazione di non grande qualità.
In tema di lavoro bisognerebbe avere la lucidità di distinguere l’ieri, l’oggi e il domani, perchè sono ere geologiche diverse, in una fase in cui persino la settimana di 4 giorni diventa plausibile. Eppure, dei problemi di domani si parla solo in termini difensivi rispetto all’innovazione tecnologica, e di quelli di oggi si parla con nostalgia per quelli di ieri.
Per 15 anni, fino al 2019, e poi un pochino dopo la pandemia, erano cresciuti fino a 3,1 milioni (+70%) i contratti a tempo determinato, ma da allora hanno cominciato a scendere, e dal 2018 ad oggi si può misurare un -2,19% e – udite udite – un +6,12 di quelli a tempo indeterminato. Se mettiamo nel conto anche il calo del lavoro autonomo, la percentuale del tempo indeterminato è del 66%!
Evitiamo di entrare nel campo minato dell’attribuzione dei meriti politici, ma almeno sia consentito dire che è allucinante che il partito che ha introdotto i contratti a tutela crescente, sia lo stesso – con questi dati! – che chiede di abolire con referendum il jobs act.
E’ ciò che intendiamo dire quando parliamo di nostalgia di un passato non più riproponibile. Come si fa a voler riesumare l’articolo 18, reperto anni 70, il cui superamento ha consentito di allentare le rigidità in entrata, assumendo almeno un pò di coloro che erano sulla porta in attesa?
Ai cortei che accompagneranno lo sciopero bisognerebbe vedere sfilare cartelli sui problemi veri della nostra economia, causa di leggi di bilancio miserelle. Cartelli contro il debito, che si mangia in interessi 85 miliardi di investimenti possibili. Cartelli pro concorrenza, cartelli contro i preoccupanti ritardi nell’attuazione del Pnrr, che versa soldi europei anche a fondo perduto in cambio di riforme che stentano a delinearsi o vanno rifatte, come quella della giustizia, oggi posposta alla non proprio fondamentale questione del premierato (e delle autonomie). Cartelli che segnalino le difficoltà nuove dell’industria (-2% rispetto all’anno precedente) perché risente del rallentamento mondiale.
Con un cartello più grande di tutti, ma non lo vedremo, per spiegare la cosa più semplice, e cioè che per distribuire bisogna prima produrre, e che per dar lavoro non servono i decreti o i passi indietro nel mondo fatato delle ideologie, ma è necessaria la buona salute del sistema produttivo.
Beppe Facchetti

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