
Con la conclusione della guerra e la liberazione del territorio nazionale, l’Italia si trovò di fronte alla necessità di ridefinire completamente il proprio assetto istituzionale e politico. La caduta del fascismo aveva infatti aperto una fase di transizione estremamente complessa, nella quale si intrecciavano esigenze di ricostruzione economica, rinnovamento democratico e ridefinizione della legittimità dello Stato. In questo contesto, il tema destinato a dominare il dibattito pubblico fu quello relativo alla scelta tra Monarchia e Repubblica.
L’insediamento del governo guidato da Ferruccio Parri, nel giugno del 1945, rappresentò un momento altamente simbolico. Per la prima volta la guida del Paese veniva affidata a un protagonista diretto della Resistenza armata. Il nuovo presidente del Consiglio interpretava il proprio incarico come l’occasione per inaugurare una fase politica completamente nuova, fondata sui valori dell’antifascismo e della partecipazione democratica. Nei suoi interventi pubblici insistette più volte sulla necessità di una rigenerazione morale della società italiana, convinto che la ricostruzione dello Stato non potesse limitarsi agli aspetti amministrativi o economici ma dovesse investire anche il piano etico e civile.
Il programma del governo rifletteva questa impostazione. Tra gli obiettivi principali figuravano la convocazione della Consulta nazionale, l’organizzazione delle elezioni amministrative, la preparazione dell’Assemblea costituente e il rilancio dell’economia nazionale profondamente segnata dalla guerra. Grande attenzione veniva inoltre riservata al tema dell’epurazione, cioè alla rimozione dalle istituzioni pubbliche di coloro che avevano collaborato con il regime fascista.
Tuttavia, l’esperienza del governo Parri si rivelò sin dall’inizio fragile e attraversata da forti contrasti politici. Le divergenze emersero soprattutto sul modo in cui affrontare la transizione democratica. Le forze moderate ritenevano necessario procedere con gradualità, evitando cambiamenti troppo radicali che potessero compromettere la stabilità del Paese. Al contrario, i partiti più vicini all’esperienza resistenziale chiedevano una trasformazione più profonda e immediata delle strutture dello Stato.
Uno dei principali motivi di tensione riguardava la Consulta nazionale, considerata da molti un organismo privo di reali capacità decisionali. Anche la questione dell’epurazione contribuì ad alimentare lo scontro politico. Gli Alleati e i partiti moderati guardavano con preoccupazione alle richieste avanzate dalle sinistre, temendo che un’azione troppo incisiva potesse assumere un carattere rivoluzionario e destabilizzare ulteriormente il quadro istituzionale.
Le difficoltà aumentarono ulteriormente sul terreno economico. Le proposte fiscali e sociali sostenute dal governo suscitarono critiche da parte degli ambienti liberali e conservatori, contrari a un ampliamento dell’intervento pubblico nell’economia. In pochi mesi l’esecutivo perse progressivamente il sostegno politico necessario per proseguire la propria azione.
La crisi maturò definitivamente nell’autunno del 1945. A svolgere un ruolo centrale fu Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia cristiana. Pur senza attaccare apertamente Parri, il leader democristiano comprese che l’esperienza politica nata dalla Resistenza stava entrando in una fase di logoramento e iniziò a costruire una nuova maggioranza più equilibrata. Attraverso una complessa mediazione con socialisti e moderati, riuscì a presentarsi come figura capace di garantire stabilità politica e continuità istituzionale.
Nel dicembre del 1945 nacque così il primo governo guidato da De Gasperi. Questo passaggio segnò un cambiamento fondamentale nella politica italiana del dopoguerra. La Democrazia cristiana si avviava infatti a diventare il principale punto di riferimento del nuovo sistema democratico, assumendo un ruolo centrale negli equilibri politici nazionali.
Con l’arrivo di De Gasperi alla guida del governo, anche la gestione della questione istituzionale cambiò profondamente. Il nuovo presidente del Consiglio era convinto che la scelta tra Monarchia e Repubblica dovesse essere affidata direttamente ai cittadini attraverso un referendum popolare. Tale posizione non nasceva da un sostegno esplicito alla Monarchia, ma dalla convinzione che il ricorso al voto diretto avrebbe evitato tensioni troppo forti all’interno della futura Assemblea costituente.
La situazione politica appariva infatti estremamente delicata. Le forze di sinistra — socialisti, comunisti e azionisti — vedevano nella Repubblica il naturale approdo della lotta antifascista. Dall’altra parte, una parte consistente della società italiana continuava a guardare alla Monarchia come simbolo di continuità storica e stabilità nazionale. Nonostante il forte discredito che colpiva Vittorio Emanuele III per la collaborazione con il fascismo, l’istituzione monarchica conservava ancora un certo radicamento soprattutto negli ambienti moderati, conservatori e cattolici.
Con il passare del tempo, il dibattito sulla forma dello Stato assunse un significato sempre più ampio. La scelta tra Monarchia e Repubblica divenne anche uno scontro tra differenti visioni della società italiana. Attorno alla Repubblica si raccolsero soprattutto le forze popolari, i movimenti antifascisti e i partiti legati al mondo del lavoro. Lo schieramento monarchico, invece, attirò gran parte dei ceti moderati e di coloro che temevano una crescita dell’influenza socialista e comunista nel Paese.
La stessa Democrazia cristiana risultava attraversata da sensibilità differenti. Al suo interno convivevano dirigenti apertamente repubblicani e altri più vicini alla tradizione monarchica. Per evitare spaccature interne, De Gasperi preferì mantenere una posizione prudente, lasciando libertà di scelta agli elettori e puntando soprattutto sulla difesa dell’unità del partito.
Nel tentativo di rafforzare la soluzione referendaria, il leader democristiano cercò anche il sostegno delle potenze alleate. In particolare, guardò agli Stati Uniti e agli ambienti diplomatici anglo-americani presenti in Italia, convinto che una loro presa di posizione favorevole al referendum avrebbe potuto influenzare il confronto politico interno. Gli Alleati evitarono ufficialmente interferenze dirette, ma alcuni rappresentanti americani lasciarono intendere una certa preferenza per una soluzione affidata al voto popolare.
Il dibattito si concentrò allora sull’interpretazione del decreto legislativo luogotenenziale emanato nel 1944. Tale provvedimento prevedeva l’elezione di un’Assemblea costituente incaricata di elaborare la nuova Costituzione dello Stato. Per molti giuristi, questo significava che spettasse proprio alla Costituente decidere anche sulla forma istituzionale. I monarchici e altri settori moderati sostenevano invece che il ricorso al referendum fosse perfettamente compatibile con il decreto.
Per settimane il confronto politico rimase bloccato. Pietro Nenni e il Partito socialista continuarono a opporsi alla consultazione referendaria, ritenendo che la scelta dovesse spettare esclusivamente all’Assemblea costituente. De Gasperi insistette invece sulla necessità di coinvolgere direttamente il popolo italiano attraverso il voto.
L’accordo definitivo fu raggiunto soltanto nel febbraio del 1946 grazie a un compromesso tra le principali forze politiche. Si stabilì che il referendum istituzionale e le elezioni per la Costituente si sarebbero svolti nello stesso giorno. In questo modo venivano salvaguardate sia l’esigenza di una consultazione popolare sia il ruolo centrale dell’Assemblea incaricata di scrivere la nuova Costituzione.
Nei giorni successivi vennero definite anche le ultime questioni organizzative, compresa quella relativa all’obbligatorietà del voto. Alcuni esponenti politici avrebbero voluto introdurre sanzioni per gli elettori assenti, ma alla fine prevalse una soluzione più moderata basata esclusivamente su un obbligo morale.
Con i decreti emanati nel marzo del 1946 fu ufficialmente fissata la data del voto al 2 giugno. Gli italiani sarebbero stati chiamati a compiere una scelta destinata a segnare profondamente la storia nazionale: decidere il futuro assetto istituzionale dello Stato ed eleggere contemporaneamente l’Assemblea costituente incaricata di dare al Paese una nuova Costituzione democratica. Quel passaggio avrebbe sancito la conclusione della lunga transizione apertasi con la caduta del fascismo e l’avvio definitivo dell’esperienza repubblicana italiana.
Calogero Jonathan Amato

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