E così, il 30 settembre, sono state depositate in cassazione le firme necessarie per richiedere l’abrogazione della vigente legge elettorale, il cosiddetto porcellum. Avevo promesso di impegnarmi personalmente a raccoglierne trecento, ne ho raccolto trecentocinquanta; avevo previsto che, per una serie di concause, sarebbe stato difficile raccogliere le 500.000 sottoscrizioni necessarie per attivare il procedimento, ma sono stato smentito dai fatti, essendone state raccolte 1.200.000. Epperò è proprio nell’ora dell’euforia che si impongono le riflessioni; ed esse non possono essere ispirate all’ottimismo.
Tralasciando il vizio d’origine dato dalla funzione di contrapposizione di questa proposta referendaria a quella anteriore, successivamente rinunziata, attivata dal prof. Passigli mirante alla riedizione del sistema elettivo su base proporzionale, sia pure con sbarramento, e sorvolando anche sui dubbi circa la sua ammissibilità, essa – ove i quesiti superino il vaglio di costituzionalità – suscita non poche preoccupazioni per i riflessi indiretti che prevedibilmente ne potranno scaturire e che già si intravvedono all’orizzonte. Chiaro essendo il malumore dei partiti egemoni per un’iniziativa che, ove pervenga al voto, ha quali sicuri effetti il ridimensionamento di maggioranze parlamentari bulgare (per l’eliminazione dell’esagerato premio accordato alla coalizione di maggioranza relativa) e del potere di nomina dei parlamentari (per il sia pur limitato effetto di sconsigliare ai capipartito l’imposizione di candidati chiacchierati nei collegi incerti), i colpi di coda già paventati sono nella prospettiva di elezioni anticipate da tenersi con questo sistema elettorale e, non essendovi mai limite al peggio, nella sostituzione della legge vigente con altra irriguardosa del sentimento popolare espresso se non altrettanto vergognosa.
La prima opzione consentirebbe alla nomenclatura di prendere tempo, dando al paese un’altra legislatura di palafrenieri e portaborse quando non peggio, rinviando a tempi migliori la revanche, oggi difficile, degli odierni beneficiati del sistema, siano essi nominanti che nominati. Essa avrebbe buone chances di riuscita, soddisfacendo al tempo stesso il desiderio dei capobastone di imporre i propri nomi per la composizione del futuro parlamento e l’aspirazione dei deputati in carica a potervi rientrare, ove designati colà dove si puote, a fronte della rinuncia ad un anno di prebende; ma a renderne dubbia l’attuazione è l’incognita costituita dal potere costituzionale di scioglimento della Camere del Capo dello Stato, il cui mancato esercizio spariglierebbe il gioco.
La seconda opzione non è del tutto improbabile. In via di ipotesi è possibile ed anche auspicabile che il parlamento, deputato a far leggi, prenda atto del malessere della società civile e se ne renda interprete legiferando in coerenza con il sentimento sociale; ma tanto, già di per sé difficilmente praticabile allorquando – come nel caso di specie – la volontà in negativo manifestata possa avere una pluralità solutoria, lo è ancor meno in presenza di interessi contingenti comuni ai due maggiori partiti, entrambi protesi alla salvaguardia del loro esclusivo esercizio di un potere sottoposto al vaglio elettorale al solo fine di individuare i periodi dell’alternanza. D’altro canto il quesito referendario, per i tempi e le modalità della sua proposizione, è espressione di questa cultura; e non a caso, pur se la sede del comitato era ospitata in quella del PLI, dello straordinario successo nella raccolta delle firme stanno fregiandosi i partiti del rinascente ulivo, dimentichi di ogni contributo ad esso non omologato. Esemplare al riguardo è, per la sua sfrontatezza, la pretesa del Partito democratico di aggregarsi alla comprensibile soddisfazione del comitato referendario per il risultato ottenuto valorizzandolo anche come proprio, dimentico della marginalità del suo intervento, affidato a personaggi di secondo piano nella struttura di partito.
Ciò che va sottolineato, come riflessione non contingente, è che il sempre più frequente ricorso con successo all’istituto referendario è sintomatico di una patologico funzionamento istituzionale, essendo del tutto anomala la sua sistematica funzione di supplenza nell’ambito di una democrazia rappresentativa, laddove gli organi democraticamente eletti dovrebbero per definizione interpretare il sentire dei cittadini da essi stessi rappresentati; che l’ampia partecipazione popolare abbia raccolto un consenso trasversale prescindente dagli orientamenti partitici pregressi dei sottoscrittori ed espressivo di un disprezzo crescente per tutti gli attori politici identificati nella casta, ancorchè promotori dell’iniziativa referendaria; ed ancora che sia con il porcellum che con il mattarellum viene mortificato il pluralismo ideologico, coartandosi la varietà delle opinioni politiche in una contrapposizione tendenzialmente duale che, favorendo l’arroccamento del partito di volta in volta dominante e per ciò stesso rendendo più difficile il dialogo ed il confronto quale metodo finalizzato alla sintesi solutoria dei contrasti, esaspera il conflitto tra diversi rendendoli loro malgrado hostes ed impedisce di fatto al Parlamento di svolgere la sua naturale funzione compositrice.
Tali obiettivi riscontri evidenziano la necessità di una correzione di rotta che, per la sua complessità, non può essere affidata ad un’attività referendaria meramente abrogativa. L’interesse reale dei cittadini non è di far parte di tifoserie sempre e comunque obbligate solo all’applauso od ai fischi, ma di essere spettatori attenti e vigili e solo all’occorrenza protagonisti del gioco che comunque li coinvolge, da condurre secondo regole condivise di solidarietà diffusa che materializzino nel quotidiano lo spirito dell’apologo di Menenio Agrippa.
Una società sicuramente migliore della sua rappresentanza politica se n’è accorta; si vuole sperare che, in un sussulto di dignità e ad evitare conseguenze imprevedibili, anche quest’ultima si riqualifichi idealmente e ne prenda atto, assumendo decisioni adeguate a tutela sua e delle istituzioni. Se tanto non accadrà, sarà l’onda lunga del malessere sociale a premere sul palazzo e sui suoi ospiti con esiti imprevedibili; e per le forze laiche e responsabili si profila ancora una volta il difficile compito di rappresentare il baluardo della ragione in un panorama politico dominato dall’onda emozionale. E sarebbe il caso di prepararsi in tempo.
Giovanni Fiorentino

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