
Nel quarto anno di guerra il tono delle dichiarazioni dei “volenterosi” é cambiato: nessuno si azzarda più a dire di combattere fino alla vittoria e si parla invece di “pace giusta”.
Sarà la stanchezza, la noia di cui per tutto è facile preda il mondo occidentale, che rapidamente si stufa di ogni argomento.
Sarà la sudditanza verso l’alleato americano che pare intendersi bene con Putin e che vuole porre fine alla guerra prima delle elezioni di novembre.
Sarà per il fatto che Kiev continua ad arretrare sul terreno e per la crisi demografica che rende sempre più difficile il reclutamento dei soldati per il fronte mentre la Russia ha un “serbatoio” umano molto più vasto da mandare a morire.
Sarà per tutti questi fattori e altri ancora ma ieri i leader europei sembrano essere ispirati al realismo e si sono spinti verso la necessità di un negoziato, partendo dal presupposto che il tempo giochi contro Kiev.
La Russia invece si sente forte e approfitta di questo clima di mestizia che avvolge Kiev dichiarando di voler proseguire la guerra, quindi i bombardieri alle infrastrutture, per mettere in ginocchio la popolazione civile, al buio e al freddo.
L’Ucraina è ormai ridotta ad un ammasso di macerie. La popolazione effettivamente residente, secondo alcune stime attendibili, si è quasi dimezzata riducendosi a poco più di 20 milioni: è fuggita all’estero e difficilmente ritornerà in patria.
Gli analisti parlano di una crisi demografica irreversibile.
Decine di migliaia di civili innocenti sono morti.
Russia e Ucraina hanno lasciato sul campo centinaia di migliaia di morti. In totale i dati ufficiali sono tenuti segreti ma si parla di 300000 soldati uccisi e di 500000 feriti dall’inizio della guerra.
La prospettiva più realistica sembra essere quella di un congelamento del conflitto. Una situazione in cui nessuno dei due contendenti può dichiarare vittoria totale. La Russia terrebbe parte dei territori occupati (Donbass e Crimea), e l’Ucraina manterrebbe la sua indipendenza sulla parte restante.
Non pace ma un cessate il fuoco per esaurimento, dettato dalla necessità perché l’Ucraina sta finendo gli uomini e la Russia, pur avendo più risorse, non riesce a sferrare il colpo decisivo. Sarà una pace armata, instabile e molto tesa.
Sostanzialmente sarà un cessate il fuoco che riporta tutto apparentemente alla situazione precedente l’attacco russo del 2022, agli stessi problemi degli accordi precedentemente siglati e mai attuati. La guerra è stata ed è soltanto un’inutile strage.
In realtà questa guerra nel cuore dell’Europa segna profondamente la geopolitica mondiale.
La guerra è stata pagata soprattutto dall’Europa sia sul piano economico sia su quello politico perché ha sancito il fallimento dell’idea di un’Europa autonoma e capace di promuovere una seria iniziativa di pace.
A decidere sono ormai più i vertici della NATO che non le riunioni dei “volenterosi” e dei capi di Stato a Bruxelles.
Senza energia russa a basso costo e senza un mercato sicuro a est, l’industria europea (soprattutto quella italiana e tedesca) rischia un declino irreversibile, pagando il GNL prezzi esosi agli USA.
La corsa al riarmo voluta in primo luogo dalla Germania e imposta da Trump toglierà risorse allo stato sociale e favorirà ancora l’alleato americano.
La guerra ha spostato il cuore dell’Europa verso Est: blocco polacco-baltico: Paesi come la Polonia e i Baltici, essendo in prima linea e più aggressivi contro la Russia, hanno oggi un peso politico superiore a quello che avevano prima.
La Russia si è “girata” verso la Cina: non guarda più all’Europa come a un partner, ha smesso di considerarsi europea e si è trasformata in una “provincia strategica della Cina”.
L’integrazione dell’Ucraina nell’UE (se e quando avverrà) sarà un peso economico immenso. Ricostruire un paese distrutto con una popolazione così ridotta richiederà centinaia di miliardi di euro che graveranno sui contribuenti europei per decenni.
Per l’Europa la guerra in Ucraina è stata un disastro che segnerà i prossimi decenni. Se c’era che voleva ridurre il vecchio continente a periferia del mondo niente di più efficace di quanto è avvenuto avrebbe potuto inventare.
E il bellicismo delle classi dirigenti politiche europee ha non solo avvallato questa evoluzione dei fatti senza contrastarla ma addirittura l’ha potenziata, incapace di formulare proposte di mediazione e di compromesso tra i belligeranti.
Tuttavia uno scatto di orgoglio potrebbe ancora salvare il salvabile e ridare voce ad una Unione Europea capace di parlare di pace e disarmo e di cooperazione. Ciò di cui c’è bisogno è un cambiamento totale di prospettiva.
Anziché inviare ancora armi in Ucraina, • Stop all’invio di armi che alimentano il conflitto e non portano alla vittoria, l’Unione Europea smetta di seguire la linea della NATO e si faccia promotrice di una grande conferenza diplomatica coinvolgendo anche i paesi del “Sud globale” (Brasile, India, Sudafrica).
L’idea è che l’Europa diventi un “polo di pace” rifiutando la logica dei blocchi contrapposti e rendendosi realmente autonoma dagli USA in politica estera.
È una prospettiva difficile ma è anche l’unica per cui merita di battersi.
Gli accordi di Helsinki del secolo scorso, 1975, furono un capolavoro diplomatico e rappresentarono il culmine della cosiddetta “distensione” tra il blocco occidentale e quello sovietico e della cooperazione commerciale e tecnologica e cultura tra Est e Ovest in un’Europa che va dall’Atlantico agli Urali.
Da queste idee bisogna avere il coraggio di ripartire.
Enrico Rossi

Silvio Berlusconi spiegò, oltre 10 anni fa, la questione.
Bettino Craxi e De Michelis, peraltro, parlavano di integrare la Russia nella comunità europea.
Se fossero stati ascoltati non ci sarebbe stato alcun conflitto e soprattutto l’UE sarebbe economicamente forte e indipendente.
Hanno purtroppo prevalso le logiche dei traditori di Craxi e Berlusconi. Di sedicente sinistra e di cosiddetto centro e cosiddetta destra.
Oggi infatti siamo preda dei fondamentalisti guerrafondai, dei sedicenti e autoproclamati “riformisti” censori, di quelli che contrappongono la pace ai condizionatori.
È la logica che conta. E il buonsenso.
Quello che manca e sta portando all’ eurosuicidio, come spiega l’ottimo Guzzi.
Ma i fondamentalisti non lo capiscono.